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“Non lo so, davvero non so cosa succederà, come sarà il futuro per il mio Paese”.
A parlare è Mavash Alemi, donna architetto iraniana, e continua: “Io ho fatto
la rivoluzione del 1978, allora sconfiggemmo lo Shah, Mohamad Reza Pahlevi, avevamo
grandi speranze. Come sempre quando succedono fatti storici così imponenti non
si ha a che fare solo con la ragione, ma anche col cuore”.
La casa di Mavash, a Roma, svela le origini persiane in mille particolari. I
tappeti, gli oggetti, un grande cuscino basso e colorato vicino a una finestra,
l’odore di un riso con il finocchietto appena preparato per la cena.
“All’inizio eravamo tutti insieme, uniti – insiste ricordando quegli anni irripetibili
– la sinistra, i religiosi, i moderati. Volevamo uscire dall’incubo dello Shah.
Tutto era costruito ogni giorno, ci permetteva di immaginare un Iran nuovo, democratico,
libero. Mio zio era un regista teatrale e per aver messo in scena una commedia
di Samuel Beckett fu incarcerato da Pahlevi. Prima della rivoluzione le cose andavano
così, non era permesso nulla, anche se si raccontava la favola di un processo
di democratizzazione di tipo occidentale. In realtà il governo curava gli interessi
delle grandi compagnie petrolifere, degli americani. Le donne non usavano il chador
perché negli anni Trenta e Quaranta il padre di Reza Pahlevi ne aveva vietato
l’uso. Con Khomeiny ci fu un recupero del sentimento religioso, ma non era una
imposizione. Chi voleva si copriva. Poi, nel settembre 1980, l’Iraq invase l’Iran
e cominciò la stretta autoritaria. Bisogna tener conto che il presidente iracheno
Saddam Hussein era un alleato degli Stati Uniti e fu lui a scatenare la guerra.
Ancora una volta per garantire interessi economici occidentali. Noi stavamo nazionalizzando
il petrolio e questo alle grandi compagnie non piaceva affatto. Gli ayatollah
cominciarono ad arrestare prima i militanti di estrema sinistra, poi i comunisti
filosovietici, poi tutti gli altri”.
Mavash continua: “Oggi, nonostante quello che si suppone, le donne in Iran hanno
un peso politico importante. Dopo gli anni duri sono tornate a insegnare, a ricoprire
molte e importanti cariche istituzionali. Il problema del chador è un falso problema,
non è certo quello il termometro della libertà. Io insegnavo all’Università di
Teheran nella prima fase della rivoluzione e coprivo il capo solo quando ero in
ufficio. Fui cacciata via e venni in Italia solo dopo la radicalizzazione prodotta
dalla politica aggressiva di Saddam Hussein. In seguito, dopo la fine della guerra,
quando ci si rese conto che era in corso una massiccia 'fuga dei cervelli' dal
Paese, il governo ha allentato le maglie e in molti sono rientrati. Anche tante
donne. A me è stato chiesto di farlo. Insomma, quale che sia la situazione, si
deve sapere che l’Iran di oggi è migliore di quello prima del 1978. Lo scontro
tra conservatori e riformatori è una questione di interessi e di potere. C’è sicuramente
corruzione e per questo i gruppi si contrappongono per motivi che con la religione
hanno poco a che fare. Sono tornata a dicembre e si discuteva molto di politica.
Una volta in un taxi collettivo il conducente era molto infastidito per l’incertezza
del presente e lo diceva senza paura ai suoi sconosciuti clienti. Certo, chiudono
i giornali dei riformatori, ma nello stesso tempo altri se ne aprono. Insomma
tutto è in movimento. Ogni volta mi accorgo che le donne sono meno costrette a
coprirsi, che si vedono capelli più lunghi, occhi truccati”.
Mavash sembra contraddittoria, difende l’Iran del dopo Shah, anche se ne è stata
allontanata perché donna e non integralista. Lei non assolutizza i fatti, ma li
collega e li valuta secondo un sistema di relazioni logiche e insiste: “Se si
va a una cena si scopre che nella maggior parte dei casi c’è alcool, e si beve,
esattamente come e più che in Italia. Eppure sarebbe vietato. Ma è proprio
la proibizione che spinge a trasgredire. In qualsiasi caso la società iraniana
ha fatto molti passi avanti, anche se molti ancora se ne devono fare. E’ drammatica
la condizione di molti giovani, che non hanno nessun interesse per la politica,
ma che pensano solo a se stessi e a divertirsi. C’è molta droga e prostituzione.
Eppure queste cose fanno comprendere come il potere centrale sia meno invasivo
di quanto non si dica in Occidente. Il mio Paese adesso deve difendersi dal pericolo
di una nuova guerra. La vicenda irachena è molto preoccupante. Eppure sono convinta
che non c’è altra soluzione che l’accordo politico. A Baghdad come a Teheran.
E il rispetto della nostra sovranità nazionale e delle nostre risorse”.
E le ultime elezioni, l’astensione dei riformatori, la vittoria dei conservatori?
Lei risponde: “Mia madre è una manager, costruisce case, dirige imprese. Con le
sue amiche, nella consultazione precedente, aveva lavorato molto per l’affermazione
del presidente riformatore, Sayed Mohamad Khatami. Facevano telefonate, spingevano
amici e conoscenti a votarlo. Poi quest’ultima volta non ha votato. Non per boicottare
le elezioni, ma per stanchezza. Perché il conflitto tra i gruppi di potere rallenta
la crescita dell’Iran e produce sfiducia. Il nodo della questione è il progetto
per il futuro e la crisi nell’Area, in questo momento, non facilita nulla. Ma
chi l’ha prodotta se non la politica dell’amministrazione del presidente George
W. Bush, dei neoconservatori, del vice presidente Cheney? Spero nelle elezioni
Usa, nella vittoria dei democratici e del candidato John Kerry. Per le donne tutto
è legato al quadro generale. Una cosa sola so per certa. Noi non accetteremo aggressioni
da parte di Washington, come non vogliamo la guerra, nessuna guerra. Uomini e
donne iraniani insieme. Di tutti gli schieramenti”.