stampa
invia
Casas das Meninas Teofilo Otoni, Brasile. Il sole sta calando tingendo
di fuoco la terra rossa delle colline. Qui in Brasile anche i tramonti
sono violenti. Gli ultimi raggi penetrano di sbieco dalla porta del
soggiorno e paiono voler sottolineare altre lingue di fuoco: quelle
delle frasi dette da Bete. Il suo racconto. La sua vita.
Attorno, in silenzio ci sono altre quattro donne. Ognuna di loro ha già
raccontato la sua storia. Una piangeva, ancora. Nonostante il tanto
tempo ormai passato. Sono storie uguali e diverse. Sono storie piene di
dolore e dignità. Sono storie di ex-prostitute che hanno potuto uscire
dal pozzo nero, quello delle case, dell’alcool, dei clienti. Facevano
parte delle nuove schiave, cento anni dopo l’abolizione della schiavitù
in Brasile. Ora sono libere perché hanno saputo ritrovare la libertà
che avevano dentro.
Bete è l’ultima a raccontare. Quarant’anni. Meticcia. Non molto alta.
Occhi vivissimi e frasi modulate con arte. La lingua portoghese canta
da sola, ma lei sa conferire al suo racconto tutti gli accenti e le
sfumature giuste, quelle che toccano il cuore anche se non si conosce
molto bene il portoghese.
Figlia di contadini. All’età di quattro anni le muore il padre. Al
ritorno dal funerale la madre con i numerosi figli trova la casa chiusa
e la polizia che vieta loro l’accesso. “Le donne non sanno lavorare la
terra”, urlano e cacciano via mamma e bambini. Così, mentre la madre
trova rifugio dal padre - ma solo per dormire - Bete rimane in
campagna.
Dai quattro agli otto anni lavora nei campi, per conto di padroni. Poi
raggiunge la madre in città. La ritrova alcolizzata ed è costretta a
rimboccarsi le maniche per aiutare tutta la famiglia.
Per vivere lavora come domestica fino a dodici anni. Poi l’inferno.
Violentata più volte dal cognato, cerca di andare avanti, stringe i
denti, lavorando e soffrendo in silenzio.
Poi un’amica le parla della Casa: lì potrà guadagnare bene, avere abiti
e scarpe, non soffrire più la fame. Bete è giovanissima, ingenua,
spaventata e tanto stanca di quella vita senza vie d’uscita. E accetta.
Rimane subito incinta. Dopo solo sedici giorni dal parto è costretta a
riprendere il lavoro con il divieto di allattare la bimba per non
sformare i seni. La piccola muore quando ha appena un mese, per
disidratazione.
Un altro shock, l’ennesimo. Bete rimane letteralmente terrorizzata
dalla gravidanza. Un’amica le propone un rimedio: una medicina da
prendere una volta al giorno. E’ un anticoncezionale ma Bete allora non
lo sapeva.
La sua vita in zona continua per una decina d’anni. Le prostitute sono
proprietà della meretrice. Non possono uscire. Stanno con i clienti
dalle otto di sera alle sei del mattino. Devono bere quantità di whisky
e Campari. La maggior parte delle ragazze diventa alcolista.
La Casa è aperta tutti i giorni dell’anno salvo il venerdì santo. Si
lavora sempre, in qualunque condizione fisica, anche se si è ammalate.
Non c’è tregua. Mai.
Poi, per Bete, la luce. L’incontro con Graciela e Suor Zoé. Due donne
eccezionali che hanno dedicato e dedicano la propria vita alle donne
della zona ed ai bambini di strada.
Sono trascorsi quasi vent’anni. Ora Bete lavora nella Creche di Teofilo
Otoni — istituzione nata vent’anni fa su iniziativa di Suor Zoé e
Graciela — e vive in una delle dieci casette sorte sulla cima di una
collina. Ha una figlia, ormai grande. Accanto vivono la madre, il
fratello e una nipote.
La madre non beve più. Ha sessantadue anni ma ne dimostra ottanta. Bete
è fiera di cavarsela da sé, senza un uomo. E’ amata e rispettata. Per
tutti è tia Bete.
Il suo racconto si fa via via più accalorato. Con Zoé e Graciela
ricordano i tempi del Movimento della Donna Emarginata, delle lotte per
i Sem terra, delle riunioni in seno al PT (Partito dei Lavoratori),
allora agli albori.
Ricordano quel memorabile Venerdì santo — agli inizi — quando
organizzarono una via crucis molto particolare: ogni Casa una stazione
della Passione di Cristo. Un corteo di prostitute, con Zoé e Graciela
in testa. Una processione che all’interno di ogni Casa pregava davanti
all’immagine della Madonna con Gesù appesa tra fotografie di donne
nude.
Il sole ormai è calato. E’ notte. E Bete conclude: “Per me il passato è
passato. Ora vivo il presente e sono felice”. Poi si alza in piedi e
grida “EU HEI VINTO!”.