09/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L'amministrazione Bush non è più compatta come una volta sulla questione dell'Iraq

All’inizio era per le armi di distruzione di massa: Saddam ne possedeva in quantità, assicuravano, potrebbe darle ai terroristi islamici perché ha legami con Al Qaida, forse ha anche la bomba atomica. E guerra fu. A più di un anno e mezzo di distanza e con le elezioni presidenziali alle porte, parte dell’amministrazione Bush non sembra più così sicura della validità di quelle motivazioni per l’intervento militare, né del successo della gestione di una pace che non c’è. Le armi non si sono mai trovate, e rapporti di commissioni indipendenti hanno rivelato come stavano veramente le cose. Così, la storia dell’invasione dell’Iraq viene riscritta in toni sempre meno trionfalistici. E proprio da quelli che la vendettero al mondo come un’operazione necessaria.

Sembra un “si salvi chi può” dalla nave che affonda, anche se i sondaggi negli Stati Uniti danno ancora leggermente favorito il presidente uscente nel testa a testa con John Kerry. Ma se nei primi mesi della guerra il Paese sosteneva a grande maggioranza il comandante in capo Bush e gli stessi media amplificavano la voce della Casa Bianca e del Pentagono, l’umore degli Usa oggi è cambiato. La metafora del pantano, come aveva attecchito nell’opinione pubblica nella seconda parte della guerra del Vietnam, si è fatta strada anche per il conflitto iracheno. Più di mille soldati statunitensi sono già morti per una guerra che sempre più americani percepiscono come inutile e sbagliata. In piena campagna elettorale, inoltre, anche per giornali e televisioni è tempo di bilanci, e i risultati dell’attuale amministrazione vengono valutati con più severità e meno patriottismo.

Con le parole, insomma, bisogna andarci piano. Il caso più eclatante è forse  quello del vicepresidente Dick Cheney, considerato da molti come l’uomo che comanda veramente alla Casa Bianca. Dopo aver ribadito per due anni che tra Saddam Hussein e Osama bin Laden c’erano dei rapporti operativi, anche dopo che la commissione indipendente sull’11 settembre mise per iscritto che questi non esistevano, nel dibattito di martedì con il candidato vicepresidente democratico John Edwards il duro Cheney ha negato di aver mai tracciato un legame tra Saddam e gli attentati dell’11 settembre. E’ vero che non ha mai detto una frase esplicita in questo senso, ma dai mesi precedenti l’intervento militare l’intera amministrazione, lui compreso, ha ricamato intorno alla presunta comunità d’intenti tra l’Iraq e Al Qaida, trovando così il casus belli.

In un’intervista alla Nbc del novembre 2003, lo stesso Cheney aveva dichiarato: rumsfeld“Se avremo successo in Iraq, se riusciremo a instaurare un governo rappresentativo, ciò farà sì che la regione non diventi mai più una minaccia per i suoi vicini o per gli Stati Uniti, che non si sforzi di ottenere armi di distruzione di massa, che non sia più un rifugio sicuro per i terroristi. Dovremo quindi colpire proprio al cuore della base geografica dei terroristi che ci stanno aggredendo da molti anni, ma soprattutto l’11 settembre”.

Il punto è che sui legami tra l’Iraq e Al Qaeda, anche se non esplicitamente tra Saddam e l’11 settembre, fino a oggi l’amministrazione Bush era compatta. Ma improvvisamente lunedì, durante una conferenza stampa, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld non è apparso più così sicuro. Un giornalista gli ha chiesto quali erano esattamente questi legami, e Rumsfeld ha risposto: “Non risponderò a questa domanda. Nell’ultimo anno la risposta a questo interrogativo è cambiata in modo sorprendente nella comunità dell’intelligence, e su questo ci sono versioni discordanti. Per quel che ne so, non ho visto nessuna prova certa che leghi Saddam e Al Qaida”. Quando ormai tutti i media avevano già dato la notizia che il numero uno del Pentagono aveva cambiato idea, Rumsfeld ha emesso un comunicato stampa per dire che le sue parole erano state fraintese.

Le decisioni del segretario alla Difesa sono state poi criticate, anche se indirettamente, dall’ex numero uno della Autorità provvisoria della coalizione a Baghdad, Paul Bremer. Intervenendo all’assemblea di una compagnia assicurativa, colui che fi o al 30 giugno era di fatto il governatore dell’Iraq ha ammesso che il non aver fermato i saccheggi nella capitale irachena subito dopo l’arrivo delle truppe Usa ha “istituito un’atmosfera di illegalità” nel Paese. Bremer ha poi aggiunto: “Non avevamo mai abbastanza soldati sul territorio”. Impossibile non leggere queste affermazioni come una tirata d’orecchi a Rumsfeld, dato che proprio il numero uno del Pentagono era stato il teorico principale dell’invio in Iraq di un contingente leggero, di circa 130mila soldati, invece dei 500mila che molti specialisti militari avevano previsto come necessari. E anche se si riferiva al periodo dei saccheggi, la valutazione di Bremer è vera anche per i mesi successivi: è un fatto che ancora oggi l’esercito Usa non dispone degli uomini sufficienti per controllare il territorio.

Al dissolvimento delle ragioni per la guerra mancava solo un rapporto ufficiale sulle armi di distruzione di massa, che ora è arrivato. Dopo 19 mesi di infruttuose ricerche – in Iraq non si è trovata neanche un’arma proibita – mercoledì è stato presentato al Congresso di Washington il rapporto di Charles Duelfer, capo degli ispettori statunitensi in Iraq. Il testo, di 918 pagine, conclude che Saddam Hussein aveva distrutto i suoi arsenali illeciti pochi mesi dopo la prima guerra del Golfo e non aveva nessun programma concreto per ricostituire le scorte. Aggiunge che l’ex raìs aveva abilmente usato il programma Oil for Food per cercare di porre termine alle sanzioni, nel qual caso avrebbe ripreso i piani per dotarsi delle armi di distruzione di massa.

Di fronte a tutto ciò, la nuova posizione dell’amministrazione Bush è in sostanza questa: le armi non c’erano ma Saddam le avrebbe avute di nuovo con l’abolizione delle sanzioni, e in fondo il mondo è più sicuro ora che lui non è più al potere. La nuova linea è ribadita dal presidente ogni volta che gli rivolgono domande sull’Iraq, ed è sposata anche da chi – come Cheney, Rumsfeld, Bremer – sta avendo dei ripensamenti in pubblico. Ma è una posizione che rivela come l’amministrazione sia ormai sulla difensiva, cinta d’assedio mentre sempre più persone mettono in dubbio la validità delle sue scelte.

Alessandro Ursic

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