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All’inizio era per le armi di distruzione di massa: Saddam ne possedeva in quantità,
assicuravano, potrebbe darle ai terroristi islamici perché ha legami con Al Qaida,
forse ha anche la bomba atomica. E guerra fu. A più di un anno e mezzo di distanza
e con le elezioni presidenziali alle porte, parte dell’amministrazione Bush non
sembra più così sicura della validità di quelle motivazioni per l’intervento militare,
né del successo della gestione di una pace che non c’è. Le armi non si sono mai
trovate, e rapporti di commissioni indipendenti hanno rivelato come stavano veramente
le cose. Così, la storia dell’invasione dell’Iraq viene riscritta in toni sempre
meno trionfalistici. E proprio da quelli che la vendettero al mondo come un’operazione
necessaria.
Sembra un “si salvi chi può” dalla nave che affonda, anche se i sondaggi negli
Stati Uniti danno ancora leggermente favorito il presidente uscente nel testa
a testa con John Kerry. Ma se nei primi mesi della guerra il Paese sosteneva a
grande maggioranza il comandante in capo Bush e gli stessi media amplificavano
la voce della Casa Bianca e del Pentagono, l’umore degli Usa oggi è cambiato.
La metafora del pantano, come aveva attecchito nell’opinione pubblica nella seconda
parte della guerra del Vietnam, si è fatta strada anche per il conflitto iracheno.
Più di mille soldati statunitensi sono già morti per una guerra che sempre più
americani percepiscono come inutile e sbagliata. In piena campagna elettorale,
inoltre, anche per giornali e televisioni è tempo di bilanci, e i risultati dell’attuale
amministrazione vengono valutati con più severità e meno patriottismo.
Con le parole, insomma, bisogna andarci piano. Il caso più eclatante è forse
quello del vicepresidente Dick Cheney, considerato da molti come l’uomo che comanda
veramente alla Casa Bianca. Dopo aver ribadito per due anni che tra Saddam Hussein
e Osama bin Laden c’erano dei rapporti operativi, anche dopo che la commissione
indipendente sull’11 settembre mise per iscritto che questi non esistevano, nel
dibattito di martedì con il candidato vicepresidente democratico John Edwards
il duro Cheney ha negato di aver mai tracciato un legame tra Saddam e gli attentati
dell’11 settembre. E’ vero che non ha mai detto una frase esplicita in questo
senso, ma dai mesi precedenti l’intervento militare l’intera amministrazione,
lui compreso, ha ricamato intorno alla presunta comunità d’intenti tra l’Iraq
e Al Qaida, trovando così il casus belli.
In un’intervista alla Nbc del novembre 2003, lo stesso Cheney aveva dichiarato:
“Se avremo successo in Iraq, se riusciremo a instaurare un governo rappresentativo,
ciò farà sì che la regione non diventi mai più una minaccia per i suoi vicini
o per gli Stati Uniti, che non si sforzi di ottenere armi di distruzione di massa,
che non sia più un rifugio sicuro per i terroristi. Dovremo quindi colpire proprio
al cuore della base geografica dei terroristi che ci stanno aggredendo da molti
anni, ma soprattutto l’11 settembre”.
Il punto è che sui legami tra l’Iraq e Al Qaeda, anche se non esplicitamente
tra Saddam e l’11 settembre, fino a oggi l’amministrazione Bush era compatta.
Ma improvvisamente lunedì, durante una conferenza stampa, il segretario alla Difesa
Donald Rumsfeld non è apparso più così sicuro. Un giornalista gli ha chiesto quali
erano esattamente questi legami, e Rumsfeld ha risposto: “Non risponderò a questa
domanda. Nell’ultimo anno la risposta a questo interrogativo è cambiata in modo
sorprendente nella comunità dell’intelligence, e su questo ci sono versioni discordanti.
Per quel che ne so, non ho visto nessuna prova certa che leghi Saddam e Al Qaida”.
Quando ormai tutti i media avevano già dato la notizia che il numero uno del Pentagono
aveva cambiato idea, Rumsfeld ha emesso un comunicato stampa per dire che le sue
parole erano state fraintese.
Le decisioni del segretario alla Difesa sono state poi criticate, anche se indirettamente,
dall’ex numero uno della Autorità provvisoria della coalizione a Baghdad, Paul
Bremer. Intervenendo all’assemblea di una compagnia assicurativa, colui che fi o al 30 giugno era di fatto il governatore dell’Iraq ha ammesso che il non aver
fermato i saccheggi nella capitale irachena subito dopo l’arrivo delle truppe
Usa ha “istituito un’atmosfera di illegalità” nel Paese. Bremer ha poi aggiunto:
“Non avevamo mai abbastanza soldati sul territorio”. Impossibile non leggere queste
affermazioni come una tirata d’orecchi a Rumsfeld, dato che proprio il numero
uno del Pentagono era stato il teorico principale dell’invio in Iraq di un contingente
leggero, di circa 130mila soldati, invece dei 500mila che molti specialisti militari
avevano previsto come necessari. E anche se si riferiva al periodo dei saccheggi,
la valutazione di Bremer è vera anche per i mesi successivi: è un fatto che ancora
oggi l’esercito Usa non dispone degli uomini sufficienti per controllare il territorio.
Al dissolvimento delle ragioni per la guerra mancava solo un rapporto ufficiale
sulle armi di distruzione di massa, che ora è arrivato. Dopo 19 mesi di infruttuose
ricerche – in Iraq non si è trovata neanche un’arma proibita – mercoledì è stato
presentato al Congresso di Washington il rapporto di Charles Duelfer, capo degli
ispettori statunitensi in Iraq. Il testo, di 918 pagine, conclude che Saddam Hussein
aveva distrutto i suoi arsenali illeciti pochi mesi dopo la prima guerra del Golfo
e non aveva nessun programma concreto per ricostituire le scorte. Aggiunge che
l’ex raìs aveva abilmente usato il programma Oil for Food per cercare di porre
termine alle sanzioni, nel qual caso avrebbe ripreso i piani per dotarsi delle
armi di distruzione di massa.
Di fronte a tutto ciò, la nuova posizione dell’amministrazione Bush è in sostanza
questa: le armi non c’erano ma Saddam le avrebbe avute di nuovo con l’abolizione
delle sanzioni, e in fondo il mondo è più sicuro ora che lui non è più al potere.
La nuova linea è ribadita dal presidente ogni volta che gli rivolgono domande
sull’Iraq, ed è sposata anche da chi – come Cheney, Rumsfeld, Bremer – sta avendo
dei ripensamenti in pubblico. Ma è una posizione che rivela come l’amministrazione
sia ormai sulla difensiva, cinta d’assedio mentre sempre più persone mettono in
dubbio la validità delle sue scelte.
Alessandro Ursic