La natura si scatena anche in Costa Rica. Le alluvioni causano decine di morti
Scritto per noi da
Maurizio Campisi
Sono rimasti tre giorni sui tetti delle case aspettando invano che arrivassero
aiuti, senza cibo e senza acqua potabile. Alla fine, stremati per l’attesa, gli
abitanti della regione atlantica della Costa Rica hanno dovuto arrangiarsi, improvvisando
canoe d’emergenza e raccogliendo quello che si poteva per sfamarsi e riprendersi
dal disastro.
Le comunità indigene. È bastato infatti un solo giorno con piogge da record per distruggere quasi
tutte le infrastrutture di questa zona e lasciare quasi diecimila sfollati, mentre
procede lentamente il conteggio delle vittime e dei dispersi, attualmente una
decina.
Eppure, a quasi una settimana dalle piogge torrenziali non si sa ancora nulla
di molte comunità rimaste isolate, soprattutto quelle situate sulla cordigliera
di Talamanca ed abitate dagli indigeni Bribrí.

I pr imi soccorsi. Proprio la lentezza con cui si è mossa la macchina dei soccorsi è oggetto delle
critiche. Venerdì 7 gennaio l’Istituto Meteorologico aveva avvertito che erano
previste precipitazioni sulla città costiera di Limón e dintorni, ciò nonostante,
nessuno si aspettava che si sarebbe toccato il record dei 350 litri per metro
quadrato caduti il sabato. In poche ore tutti i fiumi, dal Sarapiquí a nord al
Sixaola al sud, alla frontiera con Panama, sono straripati portando con sè case,
strade e piantagioni. È stato solo martedì, però, che nella capitale ci si è resi
conto della reale portata del disastro. I mezzi inviati dalla Comisión Nacional de Emergencia (la Protezione Civile locale) non avevano potuto raggiungere la zona perchè
non esistevano più le strade, mentre dall’alto gli aerei e gli elicotteri non
potevano intervenire per la persistenza del maltempo. Le prime immagini trasmesse
dalle telecamere di Canal 7 mostravano un panorama desolante, con intere famiglie
isolate sui tetti delle proprie case, mentre i fiumi si erano impadroniti di quelle
che prima erano strade e piazze. La provinciale che unisce Limón con la frontiera,
attesa per anni ed inaugurata di recente, appariva distrutta in più punti dalla
forza delle acque.
L'opinione pubblica. Di fronte alla reazione indignata dell’opinione pubblica, il presidente Abel
Pacheco si è difeso adducendo la mancanza di fondi per poter muovere con più rapidità
i soccorsi, ma le sue giustificazioni sono state respinte, al punto che un centinaio
di manifestanti gli hanno impedito mercoledì di raggiungere i luoghi più colpiti.
Intanto vengono fatte le prime stime sul colpo che le inondazioni avrebbero inferto
all’economia, con la perdita totale di 3150 ettari coltivati a banane e ad ananas.

Anche a Panama. La stessa situazione si vive a Panama, dove si contano al momento quasi undicimila
sfollati. Anch e qui le piogge hanno spazzato via intere comunità e devastato
l’economia che, come sul versante costaricense, si basa sul turismo e sulle piantagioni
di banane, di proprietà, nella quasi totale maggioranza, della Chiquita. Anche
qui il governo ha dovuto recitare il mea culpa per bocca del presidente Martín
Torrijos, che ha riconosciuto la lentezza con cui sono stati inviati i soccorsi
nella regione, che dista quasi 600 chilometri dalla capitale. Sia in Costa Rica
che a Panama è stata dichiarata l’emergenza nazionale, mentre nelle città è già
partita la mobilitazione spontanea della gente per la raccolta di fondi e di ogni
genere di prima necessità da inviare nelle zone colpite.
Purtroppo le previsioni per i prossimi giorni parlano di ulteriori piogge, che
potrebbero aggravare la già precaria situazione degli sfollati.