Non è
la prima volta che mi cimento con il tema del terrorismo e credo non
sarà neppure l’ultima. Credo che gli anni di piombo siano e
rimangano un buco nero nella coscienza di questo Paese. Per alcuni
versi un tema irrisolto, per altri una questione non capita e oggi
più che mai digerita solo come un mero affare criminale.
Come sempre
il nostro rimane il Paese degli eccessi. Ieri, chiusa la stagione del
partito armato, noi giornalisti abbiamo commesso il più grave
degli errori. Siccome faceva notizia, abbiamo dato un’eccessiva
esposizione a chi da quegli anni usciva con la casacca del carnefice.
Interviste, curiosità, opinioni. E abbiamo dimenticato le
vittime. Chi usciva da quegli anni col sudario della morte e chi quel
sudario se lo sarebbe portato dietro tutta la vita.

Oggi
l’errore è lo stesso ma diametralmente opposto. Si confonde
Moretti con il mostro di Firenze, la Faranda con Bonnie e Morucci con
Clyde. E Curcio con Nosferatu. E il giusto rispetto che va portato ai
sopravvissuti annega una ricostruzione storica necessaria in un uno
stillicidio di storie di sangue che sembrano avvenute a prescindere,
senza mai un vero perché.Come al
solito la giusta via sta nel mezzo. In particolare nella
contestualizzazione di quanto è accaduto.
E’ troppo
facile semplificare e schematizzare. Capire perché gli anni di
piombo hanno travolto, direttamente o indirettamente, a volte solo
sfiorato, una intera generazione è cosa difficile, che chiede
serenità ed impegno.
La mia
formazione, come quella di molti che oggi fanno il mio mestiere,
quello del giornalista, è stata fortemente influenzata dal
’68. Se non altro proprio per un fatto generazionale, perché
allora avevamo vent’anni. Eppure io e la maggior parte dei miei
coetanei non abbiamo fatto il salto alla lotta armata. Eravamo
marxisti radicali ma credevamo nel confronto delle idee, nel
dibattito anche aspro e nei valori della democrazia. Perché
questo è accaduto non è solo una questione personale.
Oggi vedo
invece che quegli anni che - è bene sottolinearlo - non furono
solo sangue e P38, ma anche portatori di grandi ideali di
trasformazione e cambiamento, di gioia e di amore per gli altri, sono
riletti con gli occhiali del gioco politico più basso. Tutto è
buono in uno scontro destra-sinistra che alla fine si limita al vile
conto dei cadaveri.

Io credo,
invece, che sia giunto il momento di voltare pagina sugli anni di
piombo, ma come sempre avviene prima di girare una pagina è
bene averla letta.
Ho così
pensato, in tempi neanche tanto lontani, di creare un sito, una sorta
di luogo della memoria. Si chiama
misteriditalia.
E’ uno strumento in continua evoluzione che oggi è diventata
una testata giornalistica con tanto di redazione che raccoglie la
storia/le storie degli anni bui di questo Paese. Non solo il
terrorismo. Ma anche la mafia, i servizi segreti, i tentativi di
colpi di stato, le stragi, i delitti politici, ma anche il G8 di
Genova 2001 e gli sprechi di stato e poi ancora le storie personali e
le grandi: il bandito Giuliano, Mattei, Pecorelli, Ustica, la Moby
Prince, i poliziotti della Uno bianca, il caso Moro e via dicendo. Oggi misteri
d’Italia è un maxi portale della memoria, appunto. Sono
convinto che le cose che non si capiscono si dimenticano. E che la
memoria sia il più importante combustibile del nostro futuro,
perché - come diceva Leonardo Sciascia - un Paese senza
memoria è un Paese senza futuro.
Attorno a
noi invece sta accadendo qualcosa di inquietante. Il passato, la
nostra storia, viene continuamente stravolta, quando non viene
rimossa: primo sulla base di basse polemiche politiche, in secondo
luogo per il vecchio vizio della semplificazione di cui si nutre il
nostro giornalismo. Ma l’accusa è indirizzata anche agli
storici almeno qui da noi sempre più politicamente corretti.

Per capire
cosa sia successo negli anni di piombo è allora arrivato il
momento di mettere i piedi nel piatto. Chiudo questa mia breve
riflessione con una domanda volutamente provocatoria: alzi la mano
chi crede che i terroristi siano paragonabili a dei serial killer
scesi da un’astronave per imbrattare di morte e sangue questo
nostro Paese.E poi alzi
la mano invece chi crede che l’Italia degli anni Settanta, tra
stragismo, anarchici che volavano dalle finestre delle questure,
neofascismo risorgente, golpisti in carriera, servizi segreti deviati
in blocco, piduisti ai vertici di tutto, non era proprio il Paese dei
Campanelli.
Stabilito
questo, ma solo allora, potremo parlare dell’orrore dei metodi
impiegati e delle vite bruciate. E fare l’elenco dei torti subiti.
E uscire da quella notte famosa dove tutte le vacche sono grigie (o
nere o rosse).