
Almeno 13 morti e una decina di feriti. E’ il bilancio dell’ennesimo attacco
missilistico statunitense condotto la notte scorsa contro un villaggio pachistano
in Sud Waziristan.
Attorno alle 2 di notte, un missile Hellfire (fuoco dell’inferno) lanciato da
un aereo senza pilota Predator ha centrato e ridotto in macerie una casa annessa
alla madrasa del villaggio di Kalushah, distretto di Azam Warsik, una decina di
chilometri a ovest di Wana, capoluogo del Sud Waziristan. Le vittime pare siano
tutti studenti della scuola coranica che dormivano nell’edificio colpito: ragazzi
afgani ma anche alcuni ‘arabi’.
Un mese fa, il 29 gennaio, un analogo attacco missilistico aveva colpito una
casa nel villaggio di Khushali Torikhel, in Nord Waziristan, uccidendo 12 persone:
tutti talebani e jihadisti arabi di Al Qaeda secondo le autorità pachistane, anche
due donne e tre bambini secondo la gente del posto.
Questi raid regolarmente condotti dalla Cia e dal Comando operazioni speciali
del Pentagno da almeno due anni – ma mai confermati ufficialmente né da Washington
né da Islamabad – hanno lo scopo non tanto quello di eliminare comandanti talebani
o di Al Qaeda (raramente, tra le decine di civili uccisi, c’erano effettivamente
dei jihadisti), quanto quello di far pressione sul Pakistan, ricordandogli che
gli Stati Uniti sono pronti a ‘fare da soli’, a intervenire direttamente contro
i ‘santuari’ jihadisti nelle Aree Tribali pachistane. Un pressing che, dal punto
di vista Usa, è tanto più necessario adesso che i nuovi partiti al potere in Pakistan
paiono poco inclini a lanciare quella grande offensiva militare anti-terrorismo
che Washington chiede da mesi.