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Shinawatra Aveva già dichiarato il 25 dicembre da Hong Kong il suo rientro, dopo la larga
vittoria della sua formazione politica, erede del partito 'Tai rak Tai' (I tailandesi amano i tailandesi). I 17 mesi di esilio londinese del magnate
delle telecomunicazioni, sul quale incombono due processi per corruzione (uno
sulla moglie) che potrebbero costargli una condanna fino a dieci anni, non hanno
intaccato la sua popolarità tra i thailandesi; i suoi votanti lo attendono per
confermargli come i militari non siano riuscito a fermarne la carriera politica.
Ma i suoi oppositori lo attenderanno anche in aeroporto, per inscenare una manifestazione
di protesta.
Prematuro. Il rientro di Thaksin arriva prima del previsto, mentre il governo dei suoi
seguaci sta affrontando una serie di disastri comunicativi; il premier designato
Samak Sundaravej, famoso per le sue lezioni da cuoco in tv, ha escluso sia mai
avvenuto un massacro di studenti risalente al 1976. A compierlo sarebbero stati
dei militanti nazionalisti, contro i quali sono poi state trovate prove su prove.
Sundaravej ha snobbato anche una inchiesta sulla morte di 78 indipendentisti musulmani
durante i giorni di prigione preventiva in attesa di processo, avvenuta nel 2005.
le opposizioni hanno chiesto in massa le dimissioni dei seguaci di Thaksin, che
adesso rientra in patria per soccorrere la sua traballante coalizione di governo.
Ma sul suo capo i militari hanno ancora tenuto un bando di 5 anni da qualsiasi
attività politica.
Repressione militare E altre critiche sono arrivate sui metodi con i quali i militari stanno reprimendo
la rivolta indipendentista dei cittadini musulmani delle province meridionali
di Yala, Pattani Songhwa e Narathiwat. A svelare le tattiche quasi genocide delle
truppe di Bangkok è stato un reporter locale della agenzia 'Associated Press',
scatenando la reazione dei difensori dei diritti civili nel Paese. La strategia
dei militari fin dal 2004 (inizio di una guerra che ha fatto già 2.700 morti)
era stata di dividere le 4 provincie in 'zone rosse' a rischio e 'zoen verdi',
tranquille. Dai 215 villaggi ribelli del 2004 a gennaio i militari ne hanno censiti
320. Un aumento costante della ribellione, a fronte dei 1.500 villaggi ancora
considerati 'verdi'. La strategia del 'pugno di ferro' di Thaksin aveva fallito
clamorosamente, tanto che per la sorpresa di tutti, i militari si erano scusati
per la brutalità della repressione dopo il colpo di stato. Ma da dicembre la violenza
ha avuto un altro picco. E man mano che i seguaci di Thaksin hanno preso piede
al governo, la ribellione del sud musulmano non ha fatto che aumentare. Le richieste
dei ribelli rimangono per la piena indipendenza e la creazione di un sultanato
islamico, come era in quelle province fino al 1900, quando Bangkok si annesse
Yala Pattani e Narathiwat.
Cuori e Menti I seguaci di Thaksin dicono che i 40mila soldati sul terreno basteranno a stroncare
la ribellione. Ma il colonnello Virachai Nakwanit, responsabile di un reparto
che un mese fa ha visto morire otto soldati in un agguato a Rae Poh, Narathiwat
(un soldato decapitato) ha riferito al reporter di Ap: “Abbiamo abbattuto gli
insorti in alcune zone rosse, ma non abbiamo team sul terreno per stabilire un
contatto con i civili. Non abbiamo conquistato le loro menti e i loro cuori, soprattutto
perché qui la gente sente solo quel che dicono loro gli imam alle preghiere del
venerdì”. Il colonnello Kanart Nikornyanond, che ha eretto base in un monastero
buddista abbandonato fuori Rae Poh, sostiene che l'agguato in cui sono stati uccisi
8 suoi uomini era stato pianificato da una settimana, e che tutti i civili del
posto sapessero. Ma nessuno ha avvisato i militari “Per fare che? - ha detto il
sindaco di Rae Poh al cronista Ap - “i soldati vedono in tutti noi musulmani dei
terroristi”. Dopo l'attacco le truppe del colonnello Nikornyanond hanno messo
a soqquadro il villaggio per cercare esplosivi o tracce del genere, arrestando
17 persone. Sette sono già state rilasciate. “La strategia dei militari è semplicemente
arrestare i figli giovani in età di combattimento in ogni famiglia. Difficile
che così ottengano appoggio dalla popolazione”, ha detto un esperto di terrorismo
di un think-tank di Bangkok, Zacharia Abuza. “Dopo le 4, al villaggio non succede
più nulla – ha detto la capofamiglia musulmana Parida Makeh all'inviato di Ap a Rae Poh – ci chiudiamo in casa, diciamo la preghiera delle 5 e ci corichiamo.
Non accendiamo nemmeno la tv, per non dare nell'occhio. Abbiamo paura che i soldati
ci entrino in casa e portino via uno dei nostri ragazzi”.Gianluca Ursini
Parole chiave: Thaksin, Sundaravej, Ap, Narathiwat, Rae Poh, Ursini