27/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'operazione militare turca contro il Pkk in Iraq non si ferma: le vittime sono oltre 250
Sarà anche “un'operazione limitata”, come continuano a dire i turchi. Ma intanto la loro invasione del nord dell'Iraq, in atto da giovedì scorso con l'obiettivo di distruggere le basi dei guerriglieri curdi del Pkk oltreconfine, continua a causare vittime. Solo da ieri notte, ha annunciato oggi l'esercito turco, sono stati uccisi 77 ribelli e cinque militari, il che porterebbe il totale dei morti in sei giorni a “230 terroristi e 24 soldati turchi”, come scrivono le forze armate turche sul loro sito. E anche se dal Pkk non giungono conferme – due giorni fa, mentre i turchi parlavano di 153 ribelli uccisi, i curdi negavano e rilanciavano sostenendo di aver ucciso 81 militari – una cosa è certa: la faccenda non piace né agli Stati Uniti, né all'Iraq, che la vorrebbero veder conclusa il prima possibile.

Veicoli militari turchi nella provincia di Hakkari, al confine con l'IraqIraq e Stati Uniti in allerta. Già lunedì la Casa Bianca aveva auspicato che l'operazione turca fosse una “incursione a breve termine”, con le parole della portavoce Dana Perino. Pur riconoscendo il diritto di Ankara di colpire le basi del Pkk nelle montagne irachene (visitate da PeaceReporter lo scorso maggio) da dove partono per effettuare incursioni in Turchia, Washington ha esortato i militari turchi a ritirarsi “il più presto” dall'Iraq. Stasera il segretario della Difesa statunitense Robert Gates arriverà ad Ankara per ribadire lo stesso messaggio: l'operazione si deve concludere “in termini di giorni, una settimana o due. Non di mesi”, ha detto Gates prima di partire per la Turchia. Ma anche il governo di Baghdad scalpita: ieri ha espresso “il rifiuto e la condanna per l'interferenza militare turca, che considera una violazione dell'integrità irachena”, invitando Ankara a “ritirare immediatamente” le sue truppe prima che le violenze coinvolgano anche i peshmerga curdi, insofferenti alla presenza dei militari turchi. E il parlamento del Kurdistan iracheno ha invitato il governo regionale curdo a chiedere alla Turchia di chiudere le quattro basi militari che gli stessi leader curdi iracheni avevano concesso ad Ankara nel 1997.

Il funerale di un soldato turco caduto nell'invasioneLe reazioni in Turchia. La Turchia però cerca di tenersi le mani libere. Fin dall'inizio ha parlato di “operazione limitata contro i terroristi”, una mossa studiata e minacciata da mesi, e preceduta da una serie di bombardamenti già lo scorso dicembre. Ma mentre in Iraq sono ancora presenti almeno 10.000 suoi militari, il governo di Ankara ripete che “l'operazione continuerà fino al raggiungimento degli obiettivi”, che non ha mai precisato pubblicamente. Mentre i media nazionali danno grande spazio ai funerali dei militari caduti, alla presenza anche del primo ministro Erdogan e del presidente Gul, l'opinione pubblica in Turchia è favorevole all'intervento contro i “terroristi” del Pkk, considerati ufficialmente tali da Stati Uniti e Unione Europea, ma che la grande maggioranza dei turchi considera “cocchi” dell'Occidente.

Una manifestazione dei curdi in favore del PkkTensione interna. Se le violenze non dovessero cessare, la Turchia rischia però ripercussioni anche al suo interno. Domenica scorsa un leader del Pkk in Iraq ha esortato all'insurrezione i curdi che vivono in territorio turco: lunedì a Diyarbakir, la più grande città del sud-est del Paese a maggioranza curda, una protesta popolare contro l'invasione è degenerata in scontri con la polizia, che ha disperso la folla sparando in aria e usando gas lacrimogeni contro i manifestanti. La reazione della popolazione è stata notata anche dagli Stati Uniti. Oltre all'azione militare contro il Pkk, ha aggiunto Gates, la Turchia dovrebbe anche darsi da fare per migliore le condizioni di vita nel sud-est, la parte più povera del Paese.
 

Alessandro Ursic

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