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Iraq e Stati Uniti in allerta. Già lunedì la Casa Bianca aveva auspicato che l'operazione turca fosse una “incursione
a breve termine”, con le parole della portavoce Dana Perino. Pur riconoscendo
il diritto di Ankara di colpire le basi del Pkk nelle montagne irachene (visitate da PeaceReporter lo scorso maggio) da dove partono per effettuare incursioni in Turchia, Washington
ha esortato i militari turchi a ritirarsi “il più presto” dall'Iraq. Stasera il
segretario della Difesa statunitense Robert Gates arriverà ad Ankara per ribadire
lo stesso messaggio: l'operazione si deve concludere “in termini di giorni, una
settimana o due. Non di mesi”, ha detto Gates prima di partire per la Turchia.
Ma anche il governo di Baghdad scalpita: ieri ha espresso “il rifiuto e la condanna
per l'interferenza militare turca, che considera una violazione dell'integrità
irachena”, invitando Ankara a “ritirare immediatamente” le sue truppe prima che
le violenze coinvolgano anche i peshmerga curdi, insofferenti alla presenza dei militari turchi. E il parlamento del Kurdistan
iracheno ha invitato il governo regionale curdo a chiedere alla Turchia di chiudere
le quattro basi militari che gli stessi leader curdi iracheni avevano concesso
ad Ankara nel 1997.
Le reazioni in Turchia. La Turchia però cerca di tenersi le mani libere. Fin dall'inizio ha parlato
di “operazione limitata contro i terroristi”, una mossa studiata e minacciata
da mesi, e preceduta da una serie di bombardamenti già lo scorso dicembre. Ma
mentre in Iraq sono ancora presenti almeno 10.000 suoi militari, il governo di
Ankara ripete che “l'operazione continuerà fino al raggiungimento degli obiettivi”,
che non ha mai precisato pubblicamente. Mentre i media nazionali danno grande
spazio ai funerali dei militari caduti, alla presenza anche del primo ministro
Erdogan e del presidente Gul, l'opinione pubblica in Turchia è favorevole all'intervento
contro i “terroristi” del Pkk, considerati ufficialmente tali da Stati Uniti e
Unione Europea, ma che la grande maggioranza dei turchi considera “cocchi” dell'Occidente.
Tensione interna. Se le violenze non dovessero cessare, la Turchia rischia però ripercussioni
anche al suo interno. Domenica scorsa un leader del Pkk in Iraq ha esortato all'insurrezione
i curdi che vivono in territorio turco: lunedì a Diyarbakir, la più grande città
del sud-est del Paese a maggioranza curda, una protesta popolare contro l'invasione
è degenerata in scontri con la polizia, che ha disperso la folla sparando in aria
e usando gas lacrimogeni contro i manifestanti. La reazione della popolazione
è stata notata anche dagli Stati Uniti. Oltre all'azione militare contro il Pkk,
ha aggiunto Gates, la Turchia dovrebbe anche darsi da fare per migliore le condizioni
di vita nel sud-est, la parte più povera del Paese.Alessandro Ursic