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L’atleta Sanaa Abu Bkheet rappresenterà i palestinesi alle Olimpiadi di
Atene della prossima estate. Come la sua nazione, priva di un
territorio, la diciannovenne Abu Bkheet non ha una pista su cui
correre. Non ce ne sono nella Gaza dilaniata dalla guerra, uno dei
luoghi più affollati e poveri della terra.
Sanaa Abu Bkheet corre sulla spiaggia, lungo le acque del Mediterraneo
isolate dalla marina israeliana. A tre anni dall’inizio della sua
attività, Sanaa sta facendo del suo meglio per prepararsi per
Atene, dove correrà gli 800 metri. “So di non poter vincere una
medaglia in queste Olimpiadi” ha detto durante un’intervista rilasciata
negli uffici della federazione, all’interno di un complesso di
sicurezza palestinese gravemente danneggiato da un attacco aereo
israeliano. “Spero di fare bene quel tanto da guadagnarmi la
possibilità di allenarmi all’estero. E’ una grande responsabilità
essere la prima donna palestinese che corre alle Olimpiadi e
rappresentare la Palestina” ed ha aggiunto, respingendo il cenno alla
non esistenza dello Stato palestinese, “Io ho una patria ma è sotto
occupazione.”
Ogni volta, l’esigua squadra palestinese – vi fanno parte tre atleti
quest’anno –ha partecipato alle Olimpiadi per motivi politici piuttosto
che sportivi, per dimostrare che la Palestina è uno stato nascente e un
membro della comunità internazionale. La sfida lanciata da Sanaa è
forse più clamorosa degli ostacoli che hanno dovuto superare altri
giovani speranzosi provenienti dal Terzo Mondo, tra cui il suo idolo,
Maria Mutola, mozambicana, medaglia d’oro negli 800 metri. Stretta
nella lotta per la sopravvivenza, la società palestinese ha poco spazio
– sia fisico che mentale – per lo sport, e il governo, un’autorità
autonoma sull’orlo del collasso, non ha soldi per sponsorizzarla. La
situazione dell’atleta riflette i mali più grandi di una nazione che
ancora non c'è ma che è già alle strette.
Sanaa può fare affidamento solo su se stessa e sull’appoggio della sua
famiglia. La Federazione Atletica Palestinese ha chiesto alla Germania
e al Comitato Olimpico Internazionale di sponsorizzare l'atleta per
consentirle di allenarsi prima dell’appuntamento di Atene, secondo il
Segretario Generale del comitato Khalil Abed. Intanto, a Gaza, Sanaa ha
riportato la corsa alle sue origini, ai tempi in cui non era ancora
diventata un grande business. Niente barrette energetiche, arance
organiche o integratori energetici. Suo padre, un poliziotto
dell’Autorità palestinese, guadagna 220 dollari al mese, molto di più
di tanti altri a Gaza ma ancora troppo pochi per comprarle niente altro
che una tuta. Sanaa inizia la giornata con un cucchiaio di olio di
oliva e corre per 90 minuti prima dell’inizio della scuola. Alla fine
delle lezioni, si allena sulla spiaggia. A causa della chiusura delle
strade è dovuta mancare ad alcuni allenamenti e incontri sportivi.
All’inizio, dice il suo allenatore Samir al-Nabihin, a Sanaa giungevano
aspre critiche dai Musulmani per i quali era inappropriato che una
ragazza corresse per le strade o sulla spiaggia.
L’umore dell’atleta, come lei stessa sostiene, è inoltre inasprito
dalle lotte che, secondo le statistiche dell’Associated Press, sono
costate la vita a più di 2600 palestinesi e a 900 israeliani. Passare
attraverso i checkpoint con le pistole dei soldati puntate addosso è
poco rassicurante. “Sono nervosa e triste” dice “Sarebbe un allenamento
completamente diverso se fossi calma.” L’ultima volta che Sanaa ha
corso su una pista è stato lo scorso aprile al Cairo, dove ha corso gli
800 metri in 2:28.11, contro il record olimpico di 1:42.58. Secondo il
suo allenatore, anche nei migliori dei casi, pur se fosse invitata ad
allenarsi all’estero, le ci vorrebbero anni di allenamento per
avvicinarsi agli standard olimpici.
“Per quanto riguarda Atene, le ho detto di rilassarsi, di non
preoccuparsi e di fare del suo meglio” ha dichiarato Nabahin. Ahmad
Bukhari, giornalista sportivo del settimanale Jerusalem Times, ha detto
“Se la situazione politica non migliora, gli atleti palestinesi non
potranno raggiungere gli standard internazionali. Si stanno sprecando
tanti talenti. E’ davvero una generazione persa”.