Grande manifestazione lungo tutta la Striscia di Gaza per la fine dell'isolamento
Scritto per noi da
Emiliano Oliviero
Il cielo grigio e
una fredda piogga pomeridiana hanno accompagnato alle loro case i
circa cinquemila cittadini di Gaza che si erano radunati nella
centralissima Saleheddin Road e in altri comuni della Striscia per
manifestare, una volta di piú, contro l’embargo che ormai
perdura da nove mesi e non accenna ad allentarsi.

Era la
ventisettesima manifestazione di febbraio. Tutte le altre non hanno
fatto nemmeno notizia e sono state soltanto riportate nei bollettini
giornalieri dell’ufficio di sicurezza delle Nazioni Unite qui a
Gaza. Questa voleva essere una manifestazione imponente come lo
voleva essere quella organizzata dai pacifisti israeliani esattamente
un mese fa che aveva visto centinaia di partecipanti radunarsi
dall’altra parte del muro, a ridosso del confine nord della
Striscia, per chiedere anch’essi la fine dell’assedio. Oggi non c’erano i
cinquantamila che si aspettavano sia gli organizzatori che lo stesso
esercito israeliano il quale aveva rinforzato i controlli al valico
di Erez, meta della manifestazione. Erano comunque diverse migliaia
che a gran voce, brandendo cartelli e striscioni in inglese e arabo,
reclamavano la fine di una detenzione durata troppo a lungo. Ed è
così che sempre più Gazawi definiscono la loro
quotidianità: una detenzione in quella che è la
prigione a cielo aperto più grande (e più affollata)
del mondo. Una quotidianitá
fatta di negozi spogli, banzinai chiusi, ristoranti vuoti e serate
illuminate solo dalle candele. Giorni, settimane e mesi segnati da
continui lanci di quassam – una media di sedici al giorno nel solo
mese di febbraio – e da incursioni e bombardamenti israeliani che
hanno causato, negli ultimi venticinque giorni, ben quarantanove
vittime palestinesi (fonte UNDSS).

Anche gli aiuti
umanitari languono. Le organizzazioni non governative operanti a Gaza
continuano a fare pressione sulle istituzioni israeliane ed
internazionali al fine di permettere almeno l’ingresso di quei
materiali che sono necessari a portare avanti i loro progetti. Ma le
porte del muro non si aprono neppure per loro e molte ONG locali e
straniere sono state costrette a sospendere le loro attivitá. Ma la parte triste
della storia, piú di quanto non lo sia giá il suo
contenuto, é che la gente comune, intendo quella al di fuori
delle strategie politico-militari, la maggioranza quindi, non vede,
ne si immagina piú una conclusione a tutto questo. Nessuno
riesce ad ipotizzare un “dopo”. Parlando della situazione attuale
con la gente di Gaza non si puó non notare un senso di
rassegnazione cronica. Una percezione di esistenza che si trova per
forza a convivere con i vetri che tremano per l’esplosione di un
missile israeliano, con l’eco dei kalashnikov nella notte, con le
sirene delle ambulanze che trasportano i feriti. La chiusura ermetica
di Gaza e il suo isolamento coatto, dopo la breve illusione della
breccia di Rafah, non stanno soltando esaurendo le scorte di merce
nei magazzini o del carburante nei depositi. Si ha la netta
impressione che, giorno dopo giorno si stia esaurendo la risorsa piú
indispensabile per gli abitanti di questa Striscia di mondo, la
speranza che le cose possano davvero migliorare.