stampa
invia
“Erano le 11 della notte ed eravamo appena andati a dormire. Fummo
svegliati da forti colpi tirati al portone di casa, che si aprì.
Sentimmo grida ingiuriose Dov’è Mejia il terrorista!. Mio marito si
alzò di colpo, si vestì col suo pigiama beige e senza avere nemmeno il
tempo di mettersi le scarpe corse in salotto. Accesa la luce, fu
colpito violentemente con il manico di una mitraglietta”.
A raccontarlo è Raquel Martin, moglie dell’avvocato Fernando Mejia
Egoheaga. Una pattuglia dell’esercito irruppe violentemente nella loro
casa. L’avvocato fu sequestrato e tre giorni dopo fu ritrovato morto e
con evidenti segni di tortura. Al cadavere mancavano le unghie delle
dita della mano e uno degli occhi era stato strappato con un ago
appuntito.
Era il 15 giugno del 1989 e mancavano pochi mesi alla fine del governo
di Alan Garcia Pérez. I Peruviani si sentivano sollevati per
l’imminente fine di un regime che aveva portato all’estremo la miseria
e la repressione nel Paese. Si stavano avvicinando le elezioni
presidenziali del 1990 e i nuovi candidati, tra cui spiccava uno
sconosciuto dal nome Fujimori , pubblicizzavano le loro migliori
proposte per accaparrarsi la poltrona presidenziale.
La notizia dell’omicidio corse dal distretto di Oxapampa a quello di
Pasco. Questa regione, fin dal 1985, era stata dichiarata in “stato di
emergenza terrorismo” e posta sotto il controllo politico e militare
delle forze armate. Raquel Martin fu molto più che una testimone
oculare di questo sequestro sfociato in omicidio. Fu violentata
ripetutamente dall’ufficiale che dirigeva la pattuglia criminale. La
sua testimonianza è un documento d’accusa eccezionale dei crimini, dei
sequestri, delle torture e delle violazioni commesse anche dalle forze
armate fin dal 1980 contro i cittadini peruviani.
“Le grida e i rumori dei colpi mi dettero la certezza che a mio marito
stava succedendo qualcosa di molto brutto", racconta
Raquel. "Impaurita, mi misi i pantaloni e mi precipitai in
salotto. Vidi un gruppo di militari che stava ripetutamente colpendolo.
Uno lo teneva e un altro lo colpiva con la parte bassa del fucile. Un
altro ancora lo aveva afferrato per i capelli e gridava: "te cagastes
terruco de mierda, ahora te vamos a liquidar". Urlai di lasciarlo
stare, ma uno dei due militari mi prese per il collo e mi tappò la
bocca con la mano. Erano in sei, tutti armati e coperti con
passamontagna neri. Avevano abiti neri e maglioni a collo alto. Quattro
di loro mi bloccarono sulla porta della sala e io, a quel punto, potei
solo intravedere quello che stava subendo il mio Fernando. Il
comandante era un uomo alto più o meno 1.85 e di costituzione robusta.
Era l’unico che continuava a parlare e a gridare contro mio marito. I
soldati, ognuno con un fucile, scaraventarono mio marito in strada, con
violenza – ricorda con estrema lucidità - Vicino alla veranda, era
parcheggiata la camionetta ufficiale del progetto Pichispalcazu. Sopra,
altri quattro militari vestiti di nero e coperti da un cappuccio nero.
Non mi permisero di uscire. Mi costrinsero a rimanere in salotto.
Gridai tante volte, pregandoli che non lo portassero via. Urlai di
lasciarlo, che non aveva fatto niente di male. Mio marito fu fatto
salire con la forza nel retro della camionetta, che partì rapidamente".
"Nel frattempo – spiega - era rientrato l’uomo alto che comandava il
gruppo. Spense la luce della sala. Balbettava e il suo alito
puzzava di alcool. Era ubriaco e sembrava drogato. Mi dette un pugno in
piena faccia e mi spogliò con violenza. Mi costrinse, mi picchiò con
follia. Mi obbligò a entrare in camera da letto e mi violentò nella
medesima stanza dove stavo dormendo con mio marito prima che lo
portassero via. Poi se ne andò. Io mi accasciai in un angolo della
camera senza sapere cosa fare. Ero in stato di shock e non potevo
pensare coerentemente. Nella mia mente solo le immagini di mio marito
picchiato a morte. Non avevo il telefono né familiari vicini da cui
rifugiarmi. Pensavo alla mia bambina che dormiva nella stanza accanto e
che fortunatamente non sentì nulla. E non volevo, comunque, lasciare la
mia casa in caso che mio marito tornasse. Desideravo soltanto vederlo
tornare".
"Avevo perduto il senso del tempo. - continua Raquel - Sentii
bussare alla porta, di nuovo. L’orologio della camera segnava le 11.45.
Mi precipitai alla porta sperando fosse Fernando. Era il militare che
mi aveva appena violentata. Mi disse che mio marito sarebbe stato
portato a Lima il giorno seguente in elicottero. Mi obbligò di nuovo a
spogliarmi. Minacciandomi di morte, mi violentò un’altra volta. Non
seppi che tacere. Poi mi alzai e mi sedetti in salotto. Ero
terrorizzata”.
La tragedia di Raquel non finì la notte del 15 giugno. Il giorno
seguente cominciò la ricerca di suo marito. Andò nei quartieri della
polizia e in quelli militari. Nessuno seppe darle informazioni. I
militari le dissero che sicuramente il marito se n’era andato con i
terroristi. Tra i militari che la ricevettero in caserma riconobbe
colui che le aveva tappato la bocca durante il sequestro. Cercò di
denunciarlo, raccontando l’accaduto. Ma non aveva prove né per
sostenere il sequestro né tanto meno per incolpare i militari. Visitò
tutte le caserme. Non trovò aiuto. Né risposte. Si rivolse al parroco
della chiesa affinché la aiutasse, ma questi le suggerì che era
meglio non mettersi contro i militari.
Tre giorni dopo il sequestro, il 18 giugno, Raquel sentì che qualcuno
aveva visto due cadaveri sulla spiaggia del rio Santa Clara. Stravolta,
ma con la speranza che non si trattasse del marito, la donna corse nel
luogo segnalato. Era mezzogiorno. La giornata era magnifica. Il cielo
era di un blu turchese e il vento primaverile soffiava lento. “Mi
vennero in mente tutte le volte che ero stata con mio marito sulle rive
del rio per ascoltare la melodia delle acque contro le pietre e la
sabbia – racconta -. Poi il ritorno alla realtà. I due uomini morti
erano davanti a me. Erano rivolti a pancia sotto, nella sabbia umida”.
Lentamente si avvicinò a uno dei due cadaveri e con sforzo ne voltò
uno. Era lui. Era suo marito. L’altro era il professor Aladino
Malgarejo, sequestrato nella stessa notte. Chiari i segni della
tortura. Raquel Martin fu costretta a non fare niente. Le permisero
giusto di sotterrarlo. Niente di più. Le venne detto che per
sopravvivere avrebbe dovuto dimenticare il sequestro e la violenza
carnale. Le autorità non vollero parlarle. Non le permisero di sporgere
denuncia contro i militari. Non le rimase che trasferirsi a Lima.
Qualcuno le telefonò minacciandola di morte se non avesse tenuta la
bocca chiusa. Anche lei rischiava la stessa sorte di suo marito e lo
stupro sarebbe toccato alla sua piccola bambina.
Nell’agosto dello stesso anno, dovette scappare in Svezia con la
bambina, dove ottenne lo status di rifugiata politica. Nel 1992, il
Servizio di Intelligenza Nazionale del Perù (Sin) allora in mano a
Vladimiro Montesinos, la dichiarò militante di Sendero Luminoso e la
catalogò come “ambasciatrice del terrore”. I tribunali militari e i
giudici della dittatura la accusarono di terrorismo e tradimento della
patria e la condannarono a 20 anni di prigione. Gli stessi giudici
stabilirono che suo marito, Fernando Mejia, era un militante del
Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (Mrta) e che la sua morte avvenne
durante un scontro con l’esercito.
Al fine di far luce sui migliaia di “ desaparacidos ” peruviani
dell’ultimo ventennio è stata recentemente costituita la Commissione
della Verità e Riconciliazione (CVR ). Il documento ufficiale
definitivo, frutto delle ricerche e delle indagini, accusa
principalmente la guerriglia maoista “Sendero Luminoso”, il movimento
guerrigliero “Tupac Amaru” (MRTA) e l’Esercito governativo. Indica
anche la responsabilità politica degli ex Presidenti Fernando Belaúnde
(1980-1985) e Alan García (1985- 1990) e la responsabilità penale di
Alberto Fujimori (1990-2000). Quest’ analisi della violenza nel Paese
andino stima ben 69.280 morti o desaparacidos, vittime del terrorismo
politico e della repressione statale. Tre su quattro parlano quechua, e
sono rappresentanti della popolazioni contadine ed indigene.