26/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Per risolvere le tensioni in Kosovo si parla di una nuova separazione
scritto per noi da
Michele Luppi
 
A meno di una settimana dalla proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, la distanza tra le due sponde del fiume Ibar, che divide la parte albanese di Mitrovica da quella serba, diventa sempre più invalicabile. Tanto da far riemergere prepotentemente la possibilità di una secessione della porzione settentrionale del nuovo stato, con una sua ricongiunzione con la Serbia.
 
Sempre più divisi. Una spartizione de facto divenuta sempre più netta a partire dalla guerra del 1999, ma che nell’ultima settimana ha subito una grande accelerazione, facendo crescere le preoccupazioni per le eventuali conseguenze di una secessione.
Nessuno, soprattutto a Pristina, ha ancora osato parlare apertamente di spartizione, parola considerata da sempre un tabù, ma i fatti degli ultimi giorni sottolineano la volontà dei serbi di muoversi in quella direzione.
Nella giornata di martedì un gruppo di giovani ha assaltato, al grido di “il Kosovo è Serbia”, due valichi minori, a Jarinje e Brnjak, rivendicando la loro appartenenza alla madrepatria e dando fuoco alle postazioni di frontiera, abbandonate dalla polizia kosovara.
Le manifestazioni, la più numerosa ha visto cinque mila serbi andare verso il ponte lungo il fiume Ibar, si sono susseguite anche nei giorni successivi dove sono stati presi di mira anche altri valichi come quello di Merdare, uno dei principali punti di acceso al Kosovo, difeso dalla polizia e dalla forze della Nato.
Secondo alcune fonti giornalistiche alle manifestazioni avrebbero partecipato numerose persone provenienti appositamente dalla Serbia, che sarebbero poi rimaste nella zona pronte a difendere gli interessi della propria comunità. Episodi che ha detta del comandante della Kfor, Xavier Bout de Marnhac, sarebbero pilotati dai leader locali.
 
Una vecchia idea. Non una novità, se si considerano le indiscrezioni che circolavano già da tempo negli ambienti militari riguardo l’arrivo nel nord del Kosovo di polizia segreta serba e di veri e proprio gruppi paramilitari in vista proprio della dichiarazione di indipendenza unilaterale di Pristina. La situazione, ancora molto tesa, non è degenerata per la precisa volontà della Kfor e dell’Unmik, l’Amministrazione delle Nazioni Unite, di evitare lo scontro con i manifestanti, limitandosi semplicemente a controllare le manifestazioni a distanza.
Una strategia che sembra legata alla volontà di non gettare il nuovo stato nel caos, aspettando le prossime mosse della diplomazia internazionale, in particolare della Russia. L’ambasciatore di Mosca alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha, infatti, più volte ''fortemente invitato'' i paesi occidentali a non usare misure repressive nel caso i serbi kosovari del nord, dovessero decidere di respingere l’autorità di Pristina.
Intanto sia Belgrado che i leader serbi del Kosovo hanno annunciato di non riconoscere la futura missione dell’Unione Europea nella provincia, rendendo difficile ipotizzare un suo dispiegamento nell’area a nord di Mitrovica.
 
Ostracismo alla Eulex. ''Impediremo l’arrivo a nord del fiume Ibar dei funzionari della missione Eulex con manifestazioni e proteste – ha dichiarato in un intervista a Osservatorio Balcani, Milan Ivanovic, segretario generale del Consiglio serbo del Kosovo del Nord – bloccando le strade, con i metodi della disobbedienza civile''.
L’idea di una possibile spartizione del Kosovo non è nuova ed è apparsa sulla scena politica serba sin dalla metà degli anni novanta, quando di fronte alle strutture parallele messe in atto dai kosovaro-albanesi, iniziava a circolare a Belgrado il disegno per una possibile riorganizzazione territoriale. Un progetto fortemente osteggiato da Milosevic.
L’idea di creare in Kosovo due differenti entità, albanese e serba, fu rispolverata, dallo stesso presidente serbo Boris Tadic, in vista della ripresa dei colloqui per la definizione dello status nell’inverno del 2005. Ma nonostante l’ipotesi di una spartizione territoriale continuasse ad aleggiare nei corridoi della diplomazia internazionale, Belgrado e Pristina, così come i membri del gruppo di contatto hanno sempre negato questa eventualità considerata rischiosa e destabilizzante. Da un lato per l’effetto a catena che la creazione di entità etnicamente omogenee avrebbe negli equilibri regionali e dall’altra per la conformazione etnica della provincia, dove è impossibile procedere ad una demarcazione netta tra le due comunità. I luoghi di culto cari alla chiesa ortodossa serba rimangono, infatti, nella zona a maggioranza albanese.
I recenti fatti dimostrano, però, ancora una volta come le dichiarazioni nel campo della diplomazia siano fatte per essere smentite.
 
Divisi e felici. “Oggi – ha dichiarato Ivanovic – la spartizione è una delle possibilità sul tavolo. Sarebbe una situazione meno buona sia per gli albanesi che per i serbi, ma in ogni caso meno disastrosa che permettere la creazione di uno stato albanese sulla nostra terra che ci costringerebbe ad abbandonare definitivamente il Kosovo. In ogni caso di questa idea si può parlare, ma sarebbe illusorio limitarla solo al Kosovo settentrionale. I serbi vivono anche in altre parti della regione, e quindi bisognerebbe discutere degli interessi serbi e albanesi nel loro complesso.” La situazione è quanto mai delicata e molto dipenderà dagli equilibri che si delineeranno nello scacchiere internazionale, all’interno di una sempre più accesa competizione tra Usa e Russia.
In questa partita Belgrado può contare sul completo sostegno di Mosca che, dopo aver subito la sconfitta diplomatica dell’indipendenza, è pronta a prendersi la rivincita sostenendo la secessione del nord del Kosovo. Una fonte del governo russo, rimasta anonima, ha dichiarato all’agenzia Itar-Tass che Mosca è pronta a ''sostenere i serbi del Kosovo che non vogliono vivere in una provincia indipendente'', con riferimento alla porzione nord del nuovo stato.
Mentre la comunità internazionale e i leader kosovari di Pristina continuano a prendere tempo, sul terreno la decisione sembra già presa. Come ha sottolineato l’ex diplomatico Usa, James Hooper: ''la realtà è che il nord del Kosovo è stato perso dal Kosovo, proprio come il Kosovo è stato perso dalla Serbia''.