scritto per noi da
Michele Luppi
A meno di una settimana
dalla proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo,
la distanza tra le due sponde del fiume Ibar, che divide la parte
albanese di Mitrovica da quella serba, diventa sempre più
invalicabile. Tanto da far riemergere prepotentemente la possibilità
di una secessione della porzione settentrionale del nuovo stato, con
una sua ricongiunzione con la Serbia.
Sempre più divisi. Una spartizione
de facto
divenuta sempre più netta a partire dalla guerra del 1999, ma
che nell’ultima settimana ha subito una grande accelerazione,
facendo crescere le preoccupazioni per le eventuali conseguenze di
una secessione.
Nessuno, soprattutto a
Pristina, ha ancora osato parlare apertamente di spartizione, parola
considerata da sempre un tabù, ma i fatti degli ultimi giorni
sottolineano la volontà dei serbi di muoversi in quella
direzione.
Nella giornata di martedì
un gruppo di giovani ha assaltato, al grido di “il Kosovo è
Serbia”, due valichi minori, a Jarinje e Brnjak, rivendicando la
loro appartenenza alla madrepatria e dando fuoco alle postazioni di
frontiera, abbandonate dalla polizia kosovara.
Le manifestazioni, la più
numerosa ha visto cinque mila serbi andare verso il ponte lungo il
fiume Ibar, si sono susseguite anche nei giorni successivi dove sono
stati presi di mira anche altri valichi come quello di Merdare, uno
dei principali punti di acceso al Kosovo, difeso dalla polizia e
dalla forze della Nato.
Secondo alcune fonti
giornalistiche alle manifestazioni avrebbero partecipato numerose
persone provenienti appositamente dalla Serbia, che sarebbero poi
rimaste nella zona pronte a difendere gli interessi della propria
comunità. Episodi che ha detta del comandante della Kfor,
Xavier Bout de Marnhac, sarebbero pilotati dai leader locali.
Una vecchia idea. Non una novità, se si
considerano le indiscrezioni che circolavano già da tempo
negli ambienti militari riguardo l’arrivo nel nord del Kosovo di
polizia segreta serba e di veri e proprio gruppi paramilitari in
vista proprio della dichiarazione di indipendenza unilaterale di
Pristina. La situazione, ancora molto
tesa, non è degenerata per la precisa volontà della Kfor e dell’Unmik, l’Amministrazione
delle Nazioni Unite, di
evitare lo scontro con i manifestanti, limitandosi semplicemente a
controllare le manifestazioni a distanza.
Una strategia che sembra
legata alla volontà di non gettare il nuovo stato nel caos,
aspettando le prossime mosse della diplomazia internazionale, in
particolare della Russia. L’ambasciatore di Mosca
alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha, infatti, più volte ''fortemente invitato''
i paesi occidentali a non usare misure
repressive nel caso i serbi kosovari del nord, dovessero decidere di
respingere l’autorità di Pristina.
Intanto sia Belgrado che i
leader serbi del Kosovo hanno annunciato di non riconoscere la futura
missione dell’Unione Europea nella provincia, rendendo difficile
ipotizzare un suo dispiegamento nell’area a nord di Mitrovica.
Ostracismo alla Eulex. ''Impediremo l’arrivo a
nord del fiume Ibar dei funzionari della missione Eulex con
manifestazioni e proteste – ha dichiarato in un intervista a
Osservatorio Balcani, Milan Ivanovic, segretario generale del
Consiglio serbo del Kosovo del Nord – bloccando le strade, con i
metodi della disobbedienza civile''.
L’idea di una possibile
spartizione del Kosovo non è nuova ed è apparsa sulla
scena politica serba sin dalla metà degli anni novanta, quando
di fronte alle strutture parallele messe in atto dai
kosovaro-albanesi, iniziava a circolare a Belgrado il disegno per una
possibile riorganizzazione territoriale. Un progetto fortemente
osteggiato da Milosevic.
L’idea di creare in Kosovo
due differenti entità, albanese e serba, fu rispolverata,
dallo stesso presidente serbo Boris Tadic, in vista della ripresa dei
colloqui per la definizione dello status nell’inverno del 2005. Ma
nonostante l’ipotesi di una spartizione territoriale continuasse ad
aleggiare nei corridoi della diplomazia internazionale, Belgrado e
Pristina, così come i membri del gruppo di contatto hanno
sempre negato questa eventualità considerata rischiosa e
destabilizzante. Da un lato per l’effetto a catena che la creazione
di entità etnicamente omogenee avrebbe negli equilibri
regionali e dall’altra per la conformazione etnica della provincia,
dove è impossibile procedere ad una demarcazione netta tra le
due comunità. I luoghi di culto cari alla chiesa ortodossa
serba rimangono, infatti, nella zona a maggioranza albanese.
I recenti fatti dimostrano,
però, ancora una volta come le dichiarazioni nel campo della
diplomazia siano fatte per essere smentite.
Divisi e felici. “Oggi – ha dichiarato
Ivanovic – la spartizione è una delle possibilità sul
tavolo. Sarebbe una situazione meno buona sia per gli albanesi che
per i serbi, ma in ogni caso meno disastrosa che permettere la
creazione di uno stato albanese sulla nostra terra che ci
costringerebbe ad abbandonare definitivamente il Kosovo. In ogni caso
di questa idea si può parlare, ma sarebbe illusorio limitarla
solo al Kosovo settentrionale. I serbi vivono anche in altre parti
della regione, e quindi bisognerebbe discutere degli interessi serbi
e albanesi nel loro complesso.” La situazione è
quanto mai delicata e molto dipenderà dagli equilibri che si
delineeranno nello scacchiere internazionale, all’interno di una
sempre più accesa competizione tra Usa e Russia.
In questa partita Belgrado
può contare sul completo sostegno di Mosca che, dopo aver
subito la sconfitta diplomatica dell’indipendenza, è pronta
a prendersi la rivincita sostenendo la secessione del nord del
Kosovo. Una fonte del governo russo,
rimasta anonima, ha dichiarato all’agenzia Itar-Tass che Mosca è
pronta a ''sostenere i serbi del Kosovo che non vogliono vivere in
una provincia indipendente'', con riferimento alla porzione nord del
nuovo stato.
Mentre la comunità
internazionale e i leader kosovari di Pristina continuano a prendere
tempo, sul terreno la decisione sembra già presa. Come ha
sottolineato l’ex diplomatico Usa, James Hooper: ''la realtà
è che il nord del Kosovo è stato perso dal Kosovo,
proprio come il Kosovo è stato perso dalla Serbia''.