Il governo cinese ha tenuto una conferenza stampa per difendere la
propria politica militare di armamento del Sudan, nonostante da più
parti le arrivino critiche per il suo immobilismo nel non voler
risolvere la crisi del Darfur.

La minoranza etnica del Darfur, che vive al confine occidentale
sudanese con il Chad, patisce da 20 anni gli assalti delle milizie
arabe
Janjawid: un conflitto che negli ultimi 5 anni ha
prodotto due milioni di rifugiati in terni, e circa 250mila morti.
L'inviato speciale Cinese per il genocidio del Darfur ha spiegato
oggi a Pechino alla stampa che non “esiste nessun problema nel
rapporto tra noi e il Sudan, che possa avere implicazioni sul
cas-Darfur – ha detto Liu Gujin – e non possiamo essere
ribattezzati il primo alleato di Khartum, visto che forniamo loro
solo l'8 percento delle armi”. La tesi del signor Liu – e
presumibilmente del ministero degli esteri di Pechino – è
che da soli Usa, Russia e Gran Bretagna forniscano i tre-quarti del
fabbisogno bellico sudanese ogni anno. Questo facendo un raffronto
con la media degli import di armi nella gran parte degli altri stati
africani. Un metodo che potrebbe avere dei punti fagliati.
"Se anche
interrompessimo domani la nostra vendita di armi al Sudan – ha
spiegato Liu agli inviati esteri presenti – qualcun altro
prenderebbe il nostro posto; considerate che ci sono almeno altri
sette paesi che vendono armi a Khartum. E non dimenticate che i
sudanesi posseggono la terza più grande industria bellica del
continente, dopo Egitto e Sud africa". Secondo la stampa
internazionale Pechino dovrebbe usare il proprio peso diplomatico e
commerciale con Khartum per indurre il governo sudanese a un
controllo maggiore delle milizie pro-arabe resesi colpevoli di stupri
e massacri di intere comunità negli ultimi anni del conflitto.
La Cina è il maggior partner commerciale sudanese, oltre ad
essere la concessionaria quasi esclusiva di nove zone di interesse
petrolifero che avranno grandi prospettive nei prossimi decenni;
compagnie statali cinesi stanno ricostruendo ex novo la rete stradale
ferroviaria e urbanistica del centro del paese. Intanto una forza
internazionale di pacificatori (Unamid) su mandato Onu e guida
dell'Unione africana, che dovrebbe essere sul campo per impedire
altre violenze da gennaio, non ha ancora visto arrivare che duemila
dei 26mila soldati previsti, per mancanza di fondi che dovrebbero
arrivare dai maggiori donors all'interno del sistema Onu.