Sono passati due anni e mezzo dall'inizio dei colloqui di pace, ma il tira-e-molla
tra governo ugandese e ribelli del
Lord's Resistance Army continua: ieri, la delegazione dei ribelli a Juba, in sud Sudan, dove sono in
corso le trattative, ha sospeso i lavori per protesta contro le autorità ugandesi,
le quali non avrebbero accettato di includere i ribelli nel governo. Per l'ennesima
volta, i colloqui per porre fine a un conflitto costato la vita a decine di migliaia
di persone segnano il passo.

E pensare che la settimana era partita in maniera incoraggiante, con le due delegazioni
che si erano accordate sul giudicare i crimini commessi dai ribelli attraverso
il sistema giudiziario ugandese. Un accordo che, in prospettiva, potrebbe risolvere
l'annosa questione dei mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale
(Cpi) dell'Aja nei confronti dei vertici del
Lra, accusati di crimini di guerra e contro l'umanità. Il governo ugandese si starebbe
infatti impegnando per convincere la Cpi a bloccare il processo, una delle condizioni
richieste dal leader ribelle Joseph Kony per siglare un accordo di pace definitivo.
Anche per questo la decisione dei ribelli è giunta inaspettata. Secondo quanto
riferito da entrambe le parti, il Lra avrebbe chiesto l'inclusione di alcuni suoi uomini nel governo e nell'amministrazione,
oltre che la protezione e il rimpatrio gratuito per i vertici del gruppo in esilio.
Richieste che il governo non intende accettare perché contrarie alla Costituzione,
e perché le stesse autorità non avrebbero alcun diritto di concedere quei posti
senza che gli elettori vengano consultati.
Una posizione che ha fatto arrabbiare la delegazione del Lra, la quale sostiene di avere in mano un documento, siglato assieme al governo
ugandese lo scorso anno, che promette ai ribelli il power-sharing nell'esecutivo e nell'esercito. Il Lra si è appellato ai mediatori sudanesi, annunciando che non farà ritorno al tavolo
delle trattative finché la questione non verrà risolta. Secondo la delegazione
governativa, inoltre, i ribelli avrebbero chiesto degli indennizzi in denaro per
la loro partecipazione ai colloqui. Il portavoce del Lra ha però smentito la notizia.
Non è la prima volta che i ribelli decidono di abbandonare temporaneamente i
colloqui, anzi, è successo spesso dall'inizio delle trattative, avviate a metà
2006. Recentemente, il governo ugandese aveva dato tempo fino a fine febbraio
per arrivare a un accordo di pace, in caso contrario avrebbe ripreso le attività
militari.

Attività che, secondo le fonti sudanesi, non si sarebbero mai interrotte. Gli
uomini del
Lra, stanziati nel sud Sudan e nella vicina Repubblica Democratica del Congo, sono
stati più volte accusati di attacchi indiscriminati contro i civili. Accuse che
i ribelli ritorcono contro l'esercito ugandese, responsabile di numerose violazione
della tregua in vigore da circa un anno, e che tradiscono la profonda sfiducia
che contraddistingue ancora i colloqui tra le due parti. Una sfiducia che non
viene meno nonostante le due delegazioni si siano già accordate su buona parte
dei punti controversi. La popolazione ugandese, in particolare quella del nord,
la più colpita dal conflitto, ha comunque fiducia in una conclusione positiva
dei colloqui, visto il ritorno di buona parte dei quasi due milioni tra profughi
e sfollati. La ricostruzione nel nord è già cominciata. In anticipo, per una volta,
sugli sviluppi politici.