scritto per noi da
Edoardo Occa
Il battere sordo nei mortai, sin dalle prime luci del giorno, spande nell'aria
l'aroma acre della manioca, e insieme compone un ritmo ancestrale, che da sempre
scandisce il trascorrere del tempo nei villaggi africani. In Repubblica Centrafricana,
complice l'umidità che avvolge i gesti e annulla i movimenti repentini, le donne
si scambiano saluti accendendo il fuoco; la farina di manioca, appena battuta,
mista ad acqua compone il gozò, la polenta che costituisce il piatto giornaliero per chiunque.

A partire dai bimbi, che appena in grado di reggersi in piedi si rendono utili
facendo da balie a bimbi appena nati o trasportando l'acqua presa al pozzo, sino
al capofamiglia, che appena uscito dalla capanna attende che gli venga servito
il primo pasto, tutti mangiano il
gozò, a volte accompagnato dal
kokò, un'erba simile a spinaci tagliati sottilissimi (la cui abilità nel farlo costituisce
motivo d'orgoglio e fonte di presa in giro reciproca), più raramente gustato con
carne (pollo il più delle volte, o capra) se l'occasione lo richiede.
Nella regione della Lobaye, in piena foresta equatoriale e molto prossimi ai
confini con Congo Brazaville e Repubblica Democratica del Congo si parla sango, ma i nugoli di bambini che si dirigono alla scuola primaria non mancano mai di
avvolgerti con il loro esilarante bonjour papà!,bonjour maman! retaggio di un periodo coloniale ancora molto presente nella quotidianità della
popolazione.
I Tir che trasportano legname pregiato dal cuore della foresta transitano spesso
da Pissa, in questo punto la strada è ancora asfaltata, una vera rarità considerando
che siamo a 85 km dalla capitale Bangui; la gendarmerie di Pissa ferma e controlla qualsiasi veicolo in transito, e questo perenne fermento
genera buona parte dell'economia che abita il piccolo mercato appena realizzato
con materiale non deperibile grazie a un finanziamento dell'Unicef, orgoglio degli
abitanti e dell'indaffarato sindaco.
Nel frattempo il sole è ormai alto, la temperatura è rovente e già si nota qualcuno
che integra la dieta con una tazza di kangoya, il vino di palma artigianale qui prodotto ovunque.
Giovanotti scalzi, alle prese con piccole commissioni, indossano con estrema
dignità le sdrucite magliette dei campioni del calcio europeo (delle quali sono
invasi persino i più remoti mercati africani), e ogni sasso è utile per improvvisare
una champion's league estremamente informale, ma per nulla priva di agonismo e
di passione..
A metà mattinata, i campi di manioca e di patate taro hanno già ricevuto le scarse
cure che necessitano, e la vita di villaggio può nuovamente lasciarsi avvolgere
dalla propria quiete atavica sino al tramonto, quando la piazza del mercato riecheggerà
delle voci delle donne che discutono sull'andamento della giornata mentre sistemano
con cura la merce invenduta..
A quest'ora i tavolini dell'unico ristoro vengono occupati, immancabilmente,
dai militari assegnati alla barriera stradale, che vi trascorreranno lunghe ore
in compagnia di birra calda (il frigorifero, unico nel villaggio, funziona con
il generatore, per il quale i rifornimenti di gasolio dalla capitale hanno costi
proibitivi) e mishui, carne cruda speziata avvolta in foglie di mango.
Il buio della notte africana, così assoluto da sembrare materia densa, tangibile,
è puntellato da sporadici falò accompagnati da canti, risate e pianti di neonati.
Ma ben presto la voce umana lascerà spazio ai suoni della foresta; all'alba le
prime mame si sveglieranno e riprenderanno a pestare la farina, rinnovando il rituale quotidiano
che da tempo immemore definisce le stagioni, gli anni, la vita stessa.