Scritto per noi da
Francesco Lembo

Kosovo je Srbjia. Il Kosovo è
Serbia. È questo lo slogan che riecheggia in tutto il
territorio serbo, dalla piazza del Parlamento a Belgrado, dove ieri
cinquecentomila hanno manifestato contro la proclamazione unilaterale
di indipendenza dichiarata dalle autorità di Pristina domenica
scorsa fino ai posti di confine con il Kosovo, dove da giorni
dilagano le proteste.
Lo scorso martedì, i valichi di
Banja e Jarinje, con la complicità passiva degli agenti di
frontiera serbi, sono stati assaltati e bruciati da una folla di
circa duemila persone, fino all’intervento della forza NATO che è
riuscita a ripristinare la normalità.
Ieri, la stessa scena si è
ripetuta a Merdare, dove circa duecento manifestanti, dopo aver rotto
il cordone della polizia serba, hanno bruciato copertoni e lanciato
pietre contro la polizia kosovara e la forza militare internazionale
dispiegata in assetto antiguerriglia.

“Già il 17 febbraio, non
appena l’indipendenza è stata dichiarata, un centinaio di
persone ha cercato di forzare il posto di frontiera” dice Lulzime
Hasani, dell’Unità investigativa della Polizia del Kosovo.
“Per fortuna, non ci sono stati incidenti, la gente ha manifestato,
urlato e insultato per poi disperdersi spontaneamente. Ma la
situazione sembra peggiorare. Oggi bruciano copertoni e lanciano
pietre, domani chissà, forse neppure loro potranno farci
nulla”, puntando il dito verso 4 carri armati del contingente
slovacco della forza NATO che presidiano la strada.
Merdare si trova nella municipalità
di Podujevo, che conta all’incirca 130.000 abitanti e che copre un
territorio piuttosto vasto, che corre lungo la frontiera per un
centinaio di km.

“Prima del 1999 nella municipalità
vivevano più di 1200 persone di etnia serba”, racconta
Izmet. “Oggi se ne contano soltanto otto. Sono anziani che vivono
in un piccolo villaggio oramai disabitato. Si rifiutano di lasciare
la terra in cui sono nati e in cui sono vissuti. Sono soli e
moriranno soli”.
A Pristina, intanto, continuano a
sventolare per le strade bandiere albanesi e americane. Ogni tanto da
qualche finestra spunta la nuova bandiera del Kosovo, su sfondo blu e
con sei stelle a simboleggiare le sei diverse etnie presenti sul
territorio. “Urime Pavaresia”. Felice Indipendenza. Cosi` si
salutano le persone quando si incontrano. Cosi`si legge nei lunghi
striscioni posti un po` ovunque nella citta`.
Un poster, sulla strada
per l`aeroporto, mostra due pugili, uno con i calzoncini americani
che sferra un gancio all'altro con i calzoncini della ex Unione
Sovietica. 'Knock down', recita.
Resta ora da capire come reagiranno i
circa 120.000 serbi che vivono ancora nelle enclaves del
Kosovo, principalmente nella parte nord di Kosovska Mitrovica, dove
ieri un ordigno è esploso presso la sede di un tribunale e
dove nei giorni scorsi si sono tenute manifestazioni di protesta
contro la proclamazione di indipendenza.
Forse è solo questione di giorni
prima che la forza militare internazionale decida definitivamente di
chiudere il ponte sul fiume Ibar che divide la città in due
parti: albanesi a sud e serbi a nord. Ciascuno con la propria lingua.
Ciascuno con le proprie bandiere. Ciascuno con il proprio
irriducibile motto: “Urime Pavaresia”, felice indipendenza. E
“Kosovo je Srbjia”, Kosovo è Serbia.