22/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Valichi assaltati e dati alle fiamme fra Kosovo e Serbia
Scritto per noi da
Francesco Lembo

foto francesco lemboKosovo je Srbjia. Il Kosovo è Serbia. È questo lo slogan che riecheggia in tutto il territorio serbo, dalla piazza del Parlamento a Belgrado, dove ieri cinquecentomila hanno manifestato contro la proclamazione unilaterale di indipendenza dichiarata dalle autorità di Pristina domenica scorsa fino ai posti di confine con il Kosovo, dove da giorni dilagano le proteste.

Lo scorso martedì, i valichi di Banja e Jarinje, con la complicità passiva degli agenti di frontiera serbi, sono stati assaltati e bruciati da una folla di circa duemila persone, fino all’intervento della forza NATO che è riuscita a ripristinare la normalità.
Ieri, la stessa scena si è ripetuta a Merdare, dove circa duecento manifestanti, dopo aver rotto il cordone della polizia serba, hanno bruciato copertoni e lanciato pietre contro la polizia kosovara e la forza militare internazionale dispiegata in assetto antiguerriglia.

foto francesco lembo“Già il 17 febbraio, non appena l’indipendenza è stata dichiarata, un centinaio di persone ha cercato di forzare il posto di frontiera” dice Lulzime Hasani, dell’Unità investigativa della Polizia del Kosovo. “Per fortuna, non ci sono stati incidenti, la gente ha manifestato, urlato e insultato per poi disperdersi spontaneamente. Ma la situazione sembra peggiorare. Oggi bruciano copertoni e lanciano pietre, domani chissà, forse neppure loro potranno farci nulla”, puntando il dito verso 4 carri armati del contingente slovacco della forza NATO che presidiano la strada.
Merdare si trova nella municipalità di Podujevo, che conta all’incirca 130.000 abitanti e che copre un territorio piuttosto vasto, che corre lungo la frontiera per un centinaio di km.
 
foto francesco lembo“Prima del 1999 nella municipalità vivevano più di 1200 persone di etnia serba”, racconta Izmet. “Oggi se ne contano soltanto otto. Sono anziani che vivono in un piccolo villaggio oramai disabitato. Si rifiutano di lasciare la terra in cui sono nati e in cui sono vissuti. Sono soli e moriranno soli”.
A Pristina, intanto, continuano a sventolare per le strade bandiere albanesi e americane. Ogni tanto da qualche finestra spunta la nuova bandiera del Kosovo, su sfondo blu e con sei stelle a simboleggiare le sei diverse etnie presenti sul territorio. “Urime Pavaresia”. Felice Indipendenza. Cosi` si salutano le persone quando si incontrano. Cosi`si legge nei lunghi striscioni posti un po` ovunque nella citta`.
 
Un poster, sulla strada per l`aeroporto, mostra due pugili, uno con i calzoncini americani che sferra un gancio all'altro con i calzoncini della ex Unione Sovietica. 'Knock down', recita.
Resta ora da capire come reagiranno i circa 120.000 serbi che vivono ancora nelle enclaves del Kosovo, principalmente nella parte nord di Kosovska Mitrovica, dove ieri un ordigno è esploso presso la sede di un tribunale e dove nei giorni scorsi si sono tenute manifestazioni di protesta contro la proclamazione di indipendenza.

Forse è solo questione di giorni prima che la forza militare internazionale decida definitivamente di chiudere il ponte sul fiume Ibar che divide la città in due parti: albanesi a sud e serbi a nord. Ciascuno con la propria lingua. Ciascuno con le proprie bandiere. Ciascuno con il proprio irriducibile motto: “Urime Pavaresia”, felice indipendenza. E “Kosovo je Srbjia”, Kosovo è Serbia.
 
Parole chiave: Kosovo, Serbia, Francesco Lembo
Categoria: Elezioni, Politica, Popoli
Luogo: Serbia