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11 gennaio 2005. Oggi ho provato a scendere lungo la costa più a sud, tra Galle e Unawatuna,
per vedere com'era la situazione. Ho così visto che, dove prima c’era una casa,
sono già state messe le tende e spostate le macerie. Molte tende sono giapponesi.
Si riconoscono perché sono tutte blu con scritte in giapponese. Altre invece sono
tutte bianche, senza stemmi o scritte che aiutino a capirne la provenienza. Anche
l’Italia ha contribuito: alla protezione civile a Unawatuna mi hanno detto che
dovevano andare in 15-20 posti a montarle. Nel pomeriggio sono arrivata fino
a Cogole, che è dopo Unawatuna, dove si trova un aereoporto militare: era arrivata
l’areonautica americana. Mai vista una cosa così, sembrava di dover andare in
guerra: gli americani erano tantissimi e insieme a loro vi erano anche alcuni
militari tedeschi. Scendevano da automezzi anfibi, che arrivando dal mare salivano
poi sulla spiaggia. C’erano molti singalesi a guardare, perché non avevano mai
visto mezzi di trasporto di quel tipo ed era uno spettacolo: la spiaggia vicino
al mare, che io ho sempre visto vuota da quando sono arrivata, era piena di persone
arrivate per vedere e sull’acqua si vedevano numerose imbarcazioni con cui arrivavano
i militari. Lontano si scorgevano navi più grandi. Su quel mare e quella spiaggia
dove prima non vedevi nessuno. Gli americani erano tantissimi: mi hanno detto
che ne sono arrivati 13.000, credo riferendosi a tutto il mio Paese.
12 gennaio 2005. Sono andata a fare nuovi giri nei templi, da quelli che ormai sono diventati
miei amici, e ho fatto ancora qualche giro qui intorno. In pomeriggio sono tornata
a Cogala, per vedere l’arrivo di due grandi elicotteri della protezione civile
italiana. Qui nel mio paese, a Hikkaduwa, c’è un grande hotel che è rimasto intatto,
ma in questo periodo non sta accettando turisti. Infatti dentro ci sono soldati
americani, una sorta di base militare, con guardie intorno all’hotel. I militari
stanno distribuendo acqua e penso anche tende. In giro a rimuovere macerie vedo
invece singalesi, militari e non, con attrezzatura locale. Oggi ho visto anche
due o tre camionicini dell’Unicef e della Croce Rossa Internazionale, che si occupano
della distribuzione di acqua e di generi alimentari.
Verranno circa 30 monaci che abbiamo contattato in diversi templi. Per organizzare
il pirit abbiamo chiesto aiuto anche alla polizia, che chiuderà le strade per permettere
alla gente di arrivare e partecipare alla preghiera. Inoltre oggi le macchine
della polizia stanno girando nelle varie stradine per annunciare questa iniziativa.
Vorremmo anche accendere lumi lungo tutta la strada, recipienti piccolini di terracotta
con dentro olio e un pezzo di stoffa acceso. In questo modo, visto che solo da
qualche parte hanno allacciato la luce, illuminiamo la strada e purifichiamo anche un
po’ l’aria. Qui a Hikkaduwa non era ancora stato fatto un pirit, ma mi hanno detto che da altre parti è già stato organizzato. Vedo che la vita
sta ricominciando. Non è passato neanche un mese ed è bello che alle persone sia
rimasta questa forza per ricominciare, anche per organizzare un evento come la
preghiera di domani. La gente si è fatta forza, una forza incredibile; infatti
sono serena perché la vita quotidiana è ricominciata: c’è chi va al lavoro al
mattino, vedi persone con la valigetta, che prendono l’autobus...
14 gennaio 2005. Oggi è una bella giornata, tutta la gente è serena. Stasera ci sarà il pirit.