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I numeri. Mezzo milione di
serbi, stipati in una piazza colorata dalle bandiere nazionali, per
dire che "Kosovo è Serbia". La grande manifestazione, capeggiata
dal premier Kostunica, con l'assenza tattica del neo presidente
moderato Tadic, è terminata con l'attacco alle ambasciate.
Protagonisti gruppi di giovani, i testimoni dicono anche
giovanissimi, forse militanti delle curve della tifoseria delle due
squadre della capitale, la Stella rossa e il Partizan. Quei
gruppetti, agili nello spostarsi e nel cercare di eludere la polizia,
sono riusciti ad appiccare il fuoco all'ambasciata Usa, dove è
stato ritrovato un cadavere carbonizzato che non appareterrebbe allo
staff. Lenotizie della nottata accredditavano la versione di un un manifestante
rimasto intrappolato dalle fiamme. Gli attacchi
sono continuati anche ai danni delle sedi diplomatiche di Canada,
Bosnia, Turchia, Belgio e Croazia. Oltre ad alcuni negozi, fra cui
Benetton. Alla fine, oltre al morto, sessanta i feriti, di cui
quindici poliziotti.
Reazione Usa. Il dipartimento di
Stato, ieri notte, ha diramato un comunicato tagliente: evidentemente
la sede dell'ambasciata non era difesa, si legge, “in maniera
adeguata”. Per il portavoce McCormack ci sono voluti ben 45 minuti
alla polizia di Belgrado per giungere sul posto, mentre per
ristabilire l'ordine e disperdere i rivoltosi ne sono bastati pochi.
Il portavoce ha infine reso noto che il numero tre del Dipartimento,
Nick Burns, ha chiamato il premier serbo, Vojislav Kostunica, e il
ministro degli esteri, Vuk Jeremic, spiegando loro che Washington li
considererà direttamente responsabili in caso di nuovi
incidenti. La sede dell'ambasciata è stata assaltata, la
facciata incendiata, la bandiera strappata e al suo posto la
televisione serba ha mostrato per qualche minuto quella russa.
La piazza. E proprio la Russia,
quella di Putin, è stata applaudita e acclamata dai cori della
piazza. Il premier Vojislav Kostunica ha arringato la folla con frasi
forti: la Serbia «non è sola» nella battaglia per
la difesa della sua sovranità sul Kosovo, «la Russia e
il presidente Putin sono con noi», ha affermato in un discorso
iniziato così: “Kosovo è il primo nome della Serbia”.
Sul palco anche intellettuali, beniamini del calcio, Emir Kusturica:
i discorsi tutti dello stesso tenore. Un po' più accesi quelli
dell'ultranazionalista serbo, Tomislav Nikolic che sul Kosovo ricorre
alla storia del Novecento: «Già Hitler provò a
strapparcelo, e non ci riuscì». Nikolic ha ammonito la comunità
internazionale a «non calpestare la Serbia, a non sfidarci».
Altrimenti - ha avvertito - «il nostro prossimo incontro sarà
in Kosovo e saremo tanti quanti siamo qui stasera». Angelo Miotto