22/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Mezzo milione di persone in piazza, secondo il governo, a Belgrado. Negli scontri, un morto e sessanta feriti
la manifestazione di belgradoI numeri. Mezzo milione di serbi, stipati in una piazza colorata dalle bandiere nazionali, per dire che "Kosovo è Serbia". La grande manifestazione, capeggiata dal premier Kostunica, con l'assenza tattica del neo presidente moderato Tadic, è terminata con l'attacco alle ambasciate. Protagonisti gruppi di giovani, i testimoni dicono anche giovanissimi, forse militanti delle curve della tifoseria delle due squadre della capitale, la Stella rossa e il Partizan. Quei gruppetti, agili nello spostarsi e nel cercare di eludere la polizia, sono riusciti ad appiccare il fuoco all'ambasciata Usa, dove è stato ritrovato un cadavere carbonizzato che non appareterrebbe allo staff. Lenotizie della nottata accredditavano la versione di un un manifestante rimasto intrappolato dalle fiamme. Gli attacchi sono continuati anche ai danni delle sedi diplomatiche di Canada, Bosnia, Turchia, Belgio e Croazia. Oltre ad alcuni negozi, fra cui Benetton. Alla fine, oltre al morto, sessanta i feriti, di cui quindici poliziotti.

fuoco all'ambasciataReazione Usa. Il dipartimento di Stato, ieri notte, ha diramato un comunicato tagliente: evidentemente la sede dell'ambasciata non era difesa, si legge, “in maniera adeguata”. Per il portavoce McCormack ci sono voluti ben 45 minuti alla polizia di Belgrado per giungere sul posto, mentre per ristabilire l'ordine e disperdere i rivoltosi ne sono bastati pochi. Il portavoce ha infine reso noto che il numero tre del Dipartimento, Nick Burns, ha chiamato il premier serbo, Vojislav Kostunica, e il ministro degli esteri, Vuk Jeremic, spiegando loro che Washington li considererà direttamente responsabili in caso di nuovi incidenti. La sede dell'ambasciata è stata assaltata, la facciata incendiata, la bandiera strappata e al suo posto la televisione serba ha mostrato per qualche minuto quella russa.

il premier serboLa piazza. E proprio la Russia, quella di Putin, è stata applaudita e acclamata dai cori della piazza. Il premier Vojislav Kostunica ha arringato la folla con frasi forti: la Serbia «non è sola» nella battaglia per la difesa della sua sovranità sul Kosovo, «la Russia e il presidente Putin sono con noi», ha affermato in un discorso iniziato così: “Kosovo è il primo nome della Serbia”. Sul palco anche intellettuali, beniamini del calcio, Emir Kusturica: i discorsi tutti dello stesso tenore. Un po' più accesi quelli dell'ultranazionalista serbo, Tomislav Nikolic che sul Kosovo ricorre alla storia del Novecento: «Già Hitler provò a strapparcelo, e non ci riuscì». Nikolic ha ammonito la comunità internazionale a «non calpestare la Serbia, a non sfidarci». Altrimenti - ha avvertito - «il nostro prossimo incontro sarà in Kosovo e saremo tanti quanti siamo qui stasera».

Tadic. E il neo presidente Boris Tadic, la voce più moderata ed europeista dell'attuale vertice politico serbo, non c'era. Si era sfilato con un impegno diplomatico, una missione in Romania. Da Bucarest ha chiesto «la cessazione delle violenze e degli attacchi alle ambasciate». E, in maniera sconcertante, ha sollecitato gli organi dello Stato a fare «il loro dovere secondo la legge» contro i vandali. Ma anche per ribadire che se le proteste pacifiche «sono legittime», i colpi di testa rischiano di ottenere un solo risultato: «Allontanare il Kosovo dalla Serbia» una volta per tutte.

 

Angelo Miotto

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