scritto per noi da
Benedetta Piola Caselli
Tutto è cominciato con qualche sporadico black-out alla sera, che i sudafricani
hanno accettato con bonomia dedicandolo, come incoraggiavano a fare le radio,
a fini romantici. Poi i black-out sono diventati la norma. Dalla scorsa settimana
le industrie minerarie sono ferme per la paura di non poter assicurare la ventilazione
ai lavoratori sottoterra.

Il Sudafrica è sull’orlo di una crisi energetica che minaccia il benessere acquisito
e quello in corso di acquisizione, la crescita economica, le speranze di diminuire
il tasso di disoccupazione (ormai al 25 percento secondo i dati ufficiali) e –come
notano gli sportivi- anche i mondiali del 2010. Minaccia il prestigio del paese,
rimasto l’unico sviluppato dell’area dopo il crollo economico dello Zimbabwe.
Minaccia, soprattutto, i paesi confinanti che importano dall’Africa del Sud energia
elettrica a 11 centesimi di rand (circa 0, 015 dollari) per kilowatt-ora, un prezzo
estremamente favorevole praticato per stabilizzare le loro economie. Nel 1998,
uno studio della Eskom – la società sudafricana che produce e vende il 95 percento
dell’elettricità del paese- aveva prospettato seri problemi nella fornitura di
energia entro il 2007, se non si fosse provveduto all’ espansione della produzione
interna. Le richieste di finanziamento del colosso, però, erano stare respinte
dal governo Mbeki, che puntava sull’entrata nel mercato di nuovi operatori privati.
Si sperava così di far aumentare la produzione fino al 30 percento. Questa aspettativa
è andata delusa, perché gli investitori hanno ritenuto che i prezzi praticati
dalla Eskom non avrebbero consentito un profitto adeguato.
Il Sudafrica è infatti uno dei paesi con il costo dell’energia elettrica più
basso al mondo. L’elettricità costa 41.7 centesimi di rand (circa 0, 058 dollari)
al kilowatt-ora per i consumatori, con forti sconti per le industrie e le municipalità.
Per i paesi confinanti il prezzo scende del 33 percento. Questi prezzi sono conseguenza
del tradizionale eccesso di produzione degli anni settanta e ottanta; ma già negli
anni novanta si prospettavano insostenibili. Il rapido aumento della richiesta
di energia non era stato infatti seguito da una produzione aggiuntiva sufficiente
a ripristinare l’equilibrio fra domanda e offerta; e, mentre l’eccedenza produttiva
diminuiva, i prezzi contenuti limitavano i proventi da reinvestire. Il monopolio
della Eskom e gli investimenti mancati vengono ora additati come fattori determinanti
della crisi. L’aumento della richiesta di energia, a sua volta, è dipeso sia dalla
crescita economica che dal maggiore accesso all’elettricità della popolazione
nera con la fine dell’apartheid. Dall’avvento al potere dell’ ANC (African National
Congress) nel 1994, infatti, l’ energia elettrica ha raggiunto il 70 percento
della popolazione. E’ cresciuta inoltre l’ esportazione internazionale netta,
che è passata dal 3 al 6 percento negli ultimi dieci anni.

Per soddisfare il fabbisogno interno di energia si stanno proponendo misure alternative
- dai generatori privati agli impianti solari - che però appaiono all’opinione
pubblica come semplici palliativi.
In questo quadro sta prendendo piede la proposta avanzata da Democratic Alliance
e da The Trade Union Solidarity di tagliare le esportazioni di elettricità verso
Mozambico, Namibia, Swaziland, Lesotho, Botzwana e Zambia. Le mancate esportazioni
coprirebbero infatti, almeno parzialmente, la cresciuta richiesta interna. L’ipotesi
viene per ora smentita dal governo e dalla Eskom sulla base di motivazioni etiche
e di rispetto degli accordi contrattuali. Dietro questi argomenti c’è il timore
che una eventuale crisi dei paesi vicini possa risolversi in una ulteriore pressione
ai confini sudafricani, già assaliti dai profughi dello Zimbabwe.
Tuttavia la preoccupazione resta alta. Trovare fonti alternative di approvvigionamento
sarebbe quasi impossibile nel breve periodo e- mentre i governi discutono sulle
possibili soluzioni- chi può fa incetta di generatori. Chi non può si prepara
a rimanere al buio.