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Tamaulipas è uno stato messicano al confine con
gli Stati Uniti. Ma è anche un muro: un'area di contenimento
creata alla fine degli anni '60 per bloccare l'emigrazione messicana
negli USA. Qui si sono stanziati i messicani che non hanno
potuto o voluto varcare la 'frontiera della speranza'.
Martha Ojeda ha vissuto in questa zona per 35 anni. E per 20 ha
lavorato nelle maquilas, gli impianti di assemblaggio per cui è famoso
il confine USA-Messico. Oggi Marta è una sindacalista.
Nelle maquilas, continuano a lavorare oltre mezzo milione di messicani,
più della metà donne, in condizioni spesso infami e
discriminatorie.
Come è iniziata la sua storia di lavoratrice delle maquilas ?
Sono nata nello stato di Tamaulipas, nel nord-est del Messico, a
Reynosa, una città al confine con gli Stati Uniti, in quella zona
franca creata come muro di contenimento per bloccare l’emigrazione
messicana verso gli Usa. Una zona in cui, negli anni ‘70, si
installarono le prime maquilas , le industrie di assemblaggio straniere
che qui trovavano condizioni favorevoli, per le leggi e il basso costo
della manodopera. Ho lavorato nella maquilas per 20 anni, appartengo
alla seconda generazione di lavoratrici di questo settore, non avevamo
o non vedevamo alternative di vita.
Più tardi, per la mia attività sindacale sono stata costretta alla fuga
negli Stati Uniti. Oggi mi trovo a capo della Coalizione per la
giustizia nelle maquiladoras, che raduna lavoratrici delle maquilas ,
sia del fronte messicano che statunitense, ma anche Ong, gruppi
cristiani, associazioni impegnate nei diritti umani”.
Quali sono oggi, e quali erano, all’inizio, le condizioni di lavoro?
Negli anni ’80, ci fu un brusco peggioramento. La situazione si aggravò
ancora di più negli anni ’90, con l’entrata in vigore del Nafta (North
american free trade agreement). Questa zona di confine fu un po’ il
laboratorio dove questo trattato – e più in generale, il modello
neoliberale che promuoveva – venne sperimentato. Peggiorò anche
l’ambiente. Per me, che vivo nella zona del Rio Grande, questo fiume
già non è più “grande”. Oggi è un semplice canale, inquinato da
sostanze tossiche che confluiscono nel Golfo del Messico.
Proprio negli anni ’80 iniziarono anche a moltiplicarsi i casi di
bambini con malformazioni congenite: nascevano senza cuoio capelluto o
con la spina bifida. Ci dicevano che era per un problema genetico e per
mancanza di acido folico. Peccato che i nostri fagioli, i frijoles
alimento base della cucina dei poveri, sono invece ricchissimi di
questa sostanza. La mia prima esperienza nelle maquilas , nel ’75, fu
con la Johnson & Johnsons’; poi con una fabbrica per la quale
cucivamo indumenti per le sale operatorie. L’ambiente e l’aria dove
lavoravamo erano completamente blu, per il colore dei materiali che
maneggiavamo. Blu erano anche i nostri nasi, gli occhi, la bocca.
Chiedevamo delle maschere e non ce le davano, chiedevamo migliori
condizioni di lavoro e ci dicevano che dovevamo essere competitivi,
perché la concorrenza (la Procter & Gamble) ci avrebbe distrutto.
Quando, nonostante gli sforzi, chiusero la fabbrica, ci lasciarono
senza gli ultimi stipendi. Poi arrivò la Sony. Assemblavamo
audiocassette e le restituivamo al paese di origine. Negli anni, si
passò ai video, alle microcassette, ai floppy disc. Da 29 lavoratrici
diventammo duemila.
Fu in questo periodo che iniziarono a nascere bambini con
deformazioni congenite. Il problema non riguardava solo noi, ma molte
maquillas della nostra città e di quelle vicine. Fino alla città di
Bronsville, in territorio statunitense. Nonostante tutto, continuavamo
a sopportare, pur di avere un lavoro. Ma arriva un momento in cui la
lotta per un salario e condizioni migliori, diventa la lotta per la
vita. Per la tua salute e per quella dei tuoi figli. Ancora oggi le
condizioni delle maquilas sono pessime. Qualche esempio: nelle
fabbriche che producono jeans, i lavoratori devono continuamente andare
dal medico per farsi togliere i microscopici pezzi di stoffa che si
accumulano negli occhi e nel naso. La maggior parte della gente soffre
di sinusite cronica. E ancora, ci sono giovani che a 17, 18 anni non
possono più usare le braccia a causa di un’infiammazione ai nervi.
Questi ragazzi cuciono le pelli dei volanti delle auto. Per il
movimento ripetitivo e per lo sforzo, dopo qualche anno si blocca loro
il polso, poi tutto il braccio e infine la nuca. A questo punto, non
possono più far nulla e vengono emarginati. Non c’è bisogno di dire che
le imprese non riconoscono alcuna malattia professionale. Poi se sei
incinta, ti licenziano.
Cosa dice il governo messicano?
Che non dobbiamo dar fastidio, che ci danno il lavoro e continua ad
ignorare le denunce di chi si è rivolto alla giustizia e delle
associazioni per i diritti umani. Quanto è pagato un lavoratore delle
maquilas? Il salario minimo è di 5 dollari al giorno. Per otto ore di
lavoro. Diciamo che se ti va bene, se sei ben pagata, puoi guadagnare
45-50 dollari alla settimana.
Come è iniziata la sua vita di sindacalista?
Nel '94 decidemmo di organizzare un sindacato all’interno della Sony di
Tamaulipa, dove allora lavoravo. Il governo non lo accettò, mandò la
polizia e ci riempirono di botte, mentre stavamo protestando
pacificamente. Molte di noi furono portate all’ospedale. A me dissero
che mi avrebbero arrestato per attività di destabilizzazione. Dovetti
fuggire negli Stati Uniti, dove rimasi tre anni. Da lì feci appello
alla Commissione dei diritti umani del Messico, chiedendo la
possibilità di tornare al mio paese. Mi risposero che i diritti del
lavoro non fanno parte dei diritti umani. Feci lo stesso a livello
internazionale, appellandomi agli accordi lavorativi di cooperazione,
cioè alle Convenzioni previste dal Nafta. Dopo due anni, nel 1996, la
Commissione incaricata concluse dicendo che il mio era un caso molto
interessante, che aveva raccomandato al governo messicano la tutela dei
miei diritti, ma che non poteva scavalcare le questioni di sovranità
nazionale. Intanto, però, in Messico, la protesta si era estesa ad
altre maquilas, ad altri lavoratori.
E oggi?
Oggi dobbiamo continuare a lottare per i nostri diritti, perché la
situazione non è affatto migliorata. Anzi. Stanno peggiorando anche le
condizioni di lavoro delle maquilas situate in territorio statunitense,
dove c’è una recessione tremenda. Ci pagano salari da fame, dicendo che
il costo della vita in Messico è basso. Non è affatto vero, almeno per
noi che viviamo alla frontiera. Ogni venerdì di paga, attraversiamo il
confine per andare a fare la spesa negli Stati Uniti. Paradossalmente,
i generi di consumo di base costano meno che in Messico. E qui sta
l’ironia: ci viene detto che le maquilas rinforzano la nostra economia,
quando poi consumiamo in quella statunitense. Dov’è il beneficio, per
il nostro paese? Oggi più di 70 milioni di messicani vivono in povertà
e quasi il 52 per cento in miseria (cioè con un ingresso di 2 dollari
al giorno, o meno).
Il Messico è una bomba ad orologeria. Siamo caduti nell’inganno della
transizione democratica, ma il cambio non è mai arrivato. Il governo ha
appena approvato una riforma fiscale che beneficia i ricchi e danneggia
poveri e classe media. Si sono applicate tasse alle medicine, ad
esempio, che prima erano libere da imposte. Negli ultimi anni sono
state privatizzate autostrade, ferrovie, telefoni, banche, energia
elettrica. Dove arriveremo?
Come si inserisce in questo contesto l’ Alca , l’Accordo di libero
commercio delle Americhe, che fra qualche anno vorrebbe fare
delle Americhe un’unica grande area di commercio?
L’Alca è la versione del Nafta estesa a tutto il continente.
Approfondirà questo modello ultraliberale, incrementerà le
disuguaglianze e le tensioni sociali, la povertà, la fame. È un grande
piano di controllo economico (e non solo) degli Stati Uniti sul
continente latinoamericano. Il Plan Puebla Panamà , proposto da
Vincente Fox per creare nel sud-est del Messico l’infrastruttura
(porti, strade, ferrovie, aeroporti) necessaria allo sviluppo
dell’attività petrolifera, del turismo e dell’industria, prevede anche
l’installazione di altre maquilas .
Cosa ne pensa?
Che non è questa la via per lo sviluppo del Sud. Portano lì le maquilas
, perché il Sud è ancora più conveniente del Nord. Le portano alle
popolazioni indigene, che non sanno neppure parlare spagnolo, per
sfruttarle. È manodopera a buon mercato. Meglio di quella del Nord,
perché qui i lavoratori hanno cominciato a protestare.
Cosa succederebbe se chiudessero le maquilas ?
Il Messico è sempre stato un paese povero. Nonostante ciò, qualche anno
fa stavamo meglio. Oggi è diminuito il nostro potere d’acquisto.
Lavoriamo di più, guadagniamo meno e abbiamo bambini con difetti
congeniti. Non so cosa succederebbe in caso di chiusura, ma certo, le
maquilas non hanno portato sviluppo. Comunque ho speranza
nell’efficacia della nostra lotta per migliorare le condizioni di
lavoro e di vita. Credo che questo sia il millennio della rinascita
della coscienza. Guardiamo le proteste in Argentina, le
sollevazioni dei popoli indigeni un po’ ovunque, la nascita di
nuove forme di sindacalismo, capaci di unire non solo lavoratori, ma
anche emarginati, pensionati, studenti...sono segni di un risveglio. È
il primo passo verso la costruzione di alternative, di modelli
economici e sociali diversi.