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Delusione. L'11 febbraio scorso, il Quartetto per il
medio oriente (Usa, Onu, Unione Europea e Russia) si è riunito
a Berlino per discutere della situazione nella Striscia di Gaza. Dopo
quell'incontro, l'ambasciatore israeliano all'Unione Europea, Ran
Koriel, ha incontrato il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi
Livni, per informarla di un possibile cambio di linea da parte
dell'Unione. La scorsa settimana, inoltre, il quotidiano israeliano
Haaretz riferiva di numerosi telegrammi spediti da ambasciatori
israeliani nelle capitali europee, critici verso la politica del
governo Olmert contro Hamas e la popolazione della Striscia di Gaza.
La svolta che potrebbe far cessare l'embargo e la crisi umanitaria a
Gaza sembra essere condivisa anche dall'Onu, le cui delegazioni non
riescono ad accedere al territorio della Striscia. Persino dagli
Stati Uniti sono preoccupati per l'approccio israeliano, nella misura
in cui compromette il prosieguo dei colloqui di pace su cui
l'amministrazione Bush ha puntato molto. La risposta della Livni è
stata molto secca: “L'Europa deve capire che Hamas non è
interessata alla creazione di uno stato palestinese - ha detto-. Non
è interessata ai diritti dei palestinesi, ma solo a sottrarli
agli altri”.
Rsoluzione. Giovedì il
Parlamento europeo ha votato a larghissima maggioranza una
risoluzione in cui si esprime “profonda preoccupazione per la crisi
umanitaria e politica nella Striscia di Gaza, e per le sue ulteriori
possibili gravi conseguenze”. Il Parlamento riconosce che gli
eventi avvenuti a gennaio al valico di Rafah sono stati una
conseguenza di quella crisi. Esorta Israele a “porre fine alle
azioni militari che uccidono e mettono in pericolo i civili, e alle
esecuzioni mirate extragiudiziali”. Inoltre chiede a Hamas di
“impedire il lancio di razzi verso il territorio israeliano”. La
politica di isolamento della Striscia - conclude il documento - è
stata un “fallimento politico e umanitario”. A Israele si chiede
di rimuovere l'embargo, che ha paralizzato l'economia della Striscia,
e di “consentire la riapertura dei valichi da e verso Gaza (sia
quello di Rafah che quelli che comunicano con Israele), per garantire
la libera circolazione delle persone e delle merci”.
Rafah e l'Egitto. Oggi il
senatore italiano Enrico Jacchia, di ritorno dall'Egitto, ha
raccontato di come il presidente Moubarak sia nella situazione di “un
equilibrista che commina su una corda tesa”: da un lato è
messo sotto pressione dall'opinione pubblica interna perché
aiuti a contrastare la sofferenza dei palestinesi di Gaza.
Dall'altro, deve stare attento a non esagerare per non infiammare i
gruppi integralisti islamici egiziani, che sono la principale
minaccia al suo potere. Secondo il senatore, la soluzione
privilegiata attorno a cui si è lavorato nei colloqui delle
ultime settimane al Cairo sarebbe quella di riaprire il valico di
Rafah, mantenendolo sotto il conrollo della comunità
internazionale. Una formula che “converrebbe a tutti e tre”. A
Hamas e allo stesso Moubarak certamente. Quanto a Israele, invece,
non ci sono conferme in questo senso. La riapertura del valico di
Rafah sotto il controllo della comunità internazionale farebbe
ritornare in gioco la missione dell'Unione Europea che supervisionava
le attività del valico, dal 2005, quando Israele si ritirò
dalla Striscia, fino al giugno 2007, quando il partito islamico prese
il controllo di Gaza. Gli osservatori della missione Ue a Rafah si
trovano ancora nella zona, ad Ashkelon, in territorio israeliano, ma
non potranno tornare al valico finché non sarà rivisto
l'accordo a tre – tra Israele, Unione europea e Autorità
Palestinese- che ne regola il funzonamento.Naoki Tomasini