24/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Vivono insieme in una prigione, l'unità 5, nella città di Rosario

Donna in carcere Muri scrostati, cavi elettrici scoperti, sbarre che si moltiplicano al ritmo delle sommosse e scarafaggi, molti, che passeggiano anche di giorno e che cadono dai soffitti per poi cadere in testa, sui letti, sui vestiti, nel piatto. Ci sono due padiglioni, quello sopra dove ci sono le più pericolose e quello sotto dove si trovano reclusi anche i bambini, nati nella prigione o  entrati quando le loro mamme furono arrestate, e che condivideranno con loro la prigionia fino al compimento del quarto anno di età. Non c’è cortile sotto, solo un quadratino di cemento a cielo aperto, dove il sole quasi non si affaccia. Ci sono assassine, rapinatrici, altre hanno commesso solo qualche furto. Queste ultime sono giovani, spesso tossicodipendenti, che non accettano i codici impliciti che vigono nella prigione e che convertono il convivere in un conflitto permanente.

Poi ci sono le altre, le “narcos”. Formano un gruppo a parte. In genere sono le più vecchie. La loro età varia dai trenta  ai sessant'anni. Sono finite all’Unità 5 per differenti cammini. Sono venditrici di marijuana, “mulas” che trasportavano droga dalla frontiera boliviana fino a Rosario o che preparavano i “ravioli” di cocaina  da consegnare agli ultimi anelli della catena di distribuzione. Le loro storie sono diverse, ma al tempo stesso simili. Storie che parlano di mancanza di lavoro, o di lavoro mal retribuito, che condanna a una vita di miseria. Storie che parlano di esclusione, di quartieri sempre più marginali o di insediamenti dove le case sono di lamiera e cartone, e il traffico di droga è l'unica fonte di sostentamento. La maggior parte sono capi della famiglia, perché gli uomini non ci sono. Se ci sono, hanno perso il loro ruolo di sostentamento della famiglia e hanno perso anche la loro identità di uomini. Sono le donne la testa del nucleo familiare, che raggruppa figli propri e altrui, e fratelli, cognati, zii, tutti senza un futuro, in un'Argentina dove la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e la povertà si espande. Sono donne forti, nonostante tutto. Le "narcos" ammettono di aver violato la legge, una delle leggi argentine più dure, che ignora i diritti costituzionali, però non si sentono delinquenti. Sono lavoratrici che cercano una vita degna per i loro figli. Per loro "delinquere" significa rubare, rapinare, uccidere. Loro, le "narcos", dicono che non potrebbero mai commettere crimini di questa natura. Ciò nonostante, i giudici le considerano più pericolose perché, secondo loro, vendendo droga uccidono lentamente. La durezza si rispecchia nelle condanne, dove una legislazione imprecisa dà luogo a interpretazioni soggettive, non sempre conformi alla realtà. I tribunali federali competenti sono oberati di cause, non hanno nemmeno il tempo di analizzarle con cura. Si basano sulle prove presentate dalla polizia e comminano pene di 4 anni, che diventano di otto e sedici per i recidivi. Non importa la quantità di droga, non importa se è per consumo personale o per la vendita, visto che la legge non fa distinzione. Il giudizio si trasforma in una pratica burocratica, dove si dà per scontato che l’accusata è colpevole. Tutti sanno che quelle donne sono gli ultimi anelli della catena del narcotraffico. Tutti sanno che non contano nulla, che imprigionarle non risolverà il problema né del consumo, né del narcotraffico. Con una domanda in crescita e un tessuto sociale ed economico sommamente scomposto e frammentato, altre donne si dedicheranno a questa attività, nella speranza di una vita migliore.

CarcereI narcotrafficanti scelgono loro perché le considerano più responsabili degli uomini, perché sanno fare il loro lavoro, perché rispettano i loro impegni, reagiscono meno violentemente e perché sono più fragili, quindi più soggette a ricatti. Questa fragilità è costituita dai figli, sui quali grava la minaccia implicita dei narcos e della polizia. Sono donne fungibili. Possono essere facilmente sostituite e sono denunciate, nella maggioranza dei casi, dai colleghi concorrenti o da accordi intercorsi tra polizia e narcotrafficanti. Così la polizia “fa numero” e riempie le statistiche per mostrare alla società e al governo che la lotta al narcotraffico funziona. I narcotrafficanti, invece, si garantiscono la loro immunità e continuano i loro traffici, spesso in combutta con polizia e con l’implicito benestare della classe politica. Per questo finiscono in prigione le donne di Rosario. Ci raccontano retate di polizia spettacolari, le cui vittime sono loro e le loro famiglie. Sui giornali e televisioni, il giorno dopo, saranno presentate come pericolose bande di narcotraffico. Ci parlano di droga messa lì dai poliziotti, perché una retata non può concludersi con un buco nell’acqua, raccontano di testimoni minacciati e terrorizzati. Ci raccontano di giudici che “hanno condannato gente colpevole o innocente”, e che questo “non importa loro” e di un sistema carcerario inflessibile e discriminatorio: “Le ladre e quelle che hanno ucciso hanno un regime più aperto di noi”.

Le detenute per droga a Rosario sono parte di una popolazione carceraria in continua crescita. Il 50per cento entra per reati legati agli stupefacenti, prima causa di arresto e condanna nell’universo femminile. Nessuna di loro si considera narcotrafficante, perché i narcos sono più in su. Sono quelli che organizzano, che hanno molta gente che lavora per loro, che davvero guadagnano grandi somme di denaro. Sono quelli che conoscono le leve del potere. Le donne dell’Unità 5, invece, non hanno potere. Considerate scorie della società, le loro storie mettono in luce molti temi scottanti: quello del consumo di droga in aumento in una Rosario che ormai conta 2milioni di abitanti, che ha sofferto la crisi economica con la chiusura delle sue fabbriche e l’aumento della disoccupazione e della povertà. Quello di una città che è diventata uno dei più importanti transiti di droga in Argentina. Quello della corruzione della polizia che prende i “pesci piccoli” e spartisce la torta coi “pesci grandi”. Quello di un potere giudiziale soffocato dai pregiudizi e da fascicoli processuali che una legge mal pensata moltiplica. Quello di un sistema penitenziario che non riabilita, ma che considera i detenuti spazzatura umana: e una società che vuole sempre più rinchiudere, per non vedere, i propri fantasmi.

 

Adriana Rossi
ha collaborato Alessandro Grandi

 

Categoria: Donne
Luogo: Argentina