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Muri scrostati, cavi elettrici scoperti, sbarre che si moltiplicano al
ritmo delle sommosse e scarafaggi, molti, che passeggiano anche di
giorno e che cadono dai soffitti per poi cadere in testa, sui letti,
sui vestiti, nel piatto. Ci sono due padiglioni, quello sopra dove ci
sono le più pericolose e quello sotto dove si trovano reclusi anche i
bambini, nati nella prigione o entrati quando le loro mamme
furono arrestate, e che condivideranno con loro la prigionia fino
al compimento del quarto anno di età. Non c’è cortile sotto, solo un
quadratino di cemento a cielo aperto, dove il sole quasi non si
affaccia. Ci sono assassine, rapinatrici, altre hanno commesso
solo qualche furto. Queste ultime sono giovani, spesso
tossicodipendenti, che non accettano i codici impliciti che vigono
nella prigione e che convertono il convivere in un conflitto
permanente.
Poi ci sono le altre, le “narcos”. Formano un gruppo a parte. In genere
sono le più vecchie. La loro età varia dai trenta ai
sessant'anni. Sono finite all’Unità 5 per differenti cammini. Sono
venditrici di marijuana, “mulas” che trasportavano droga dalla
frontiera boliviana fino a Rosario o che preparavano i “ravioli” di
cocaina da consegnare agli ultimi anelli della catena
di distribuzione. Le loro storie sono diverse, ma al tempo stesso
simili. Storie che parlano di mancanza di lavoro, o di lavoro mal
retribuito, che condanna a una vita di miseria. Storie che parlano di
esclusione, di quartieri sempre più marginali o di insediamenti dove le
case sono di lamiera e cartone, e il traffico di droga è
l'unica fonte di sostentamento. La maggior parte sono capi della
famiglia, perché gli uomini non ci sono. Se ci sono, hanno perso il
loro ruolo di sostentamento della famiglia e hanno perso anche la loro
identità di uomini. Sono le donne la testa del nucleo familiare, che
raggruppa figli propri e altrui, e fratelli, cognati, zii, tutti
senza un futuro, in un'Argentina dove la ricchezza si concentra nelle
mani di pochi e la povertà si espande. Sono donne forti, nonostante
tutto. Le "narcos" ammettono di aver violato la legge, una delle leggi
argentine più dure, che ignora i diritti costituzionali, però non si
sentono delinquenti. Sono lavoratrici che cercano una vita degna per i
loro figli. Per loro "delinquere" significa rubare, rapinare, uccidere.
Loro, le "narcos", dicono che non potrebbero mai commettere crimini di
questa natura. Ciò nonostante, i giudici le considerano più pericolose
perché, secondo loro, vendendo droga uccidono lentamente. La durezza si
rispecchia nelle condanne, dove una legislazione imprecisa dà luogo a
interpretazioni soggettive, non sempre conformi alla realtà. I
tribunali federali competenti sono oberati di cause, non hanno nemmeno
il tempo di analizzarle con cura. Si basano sulle prove presentate
dalla polizia e comminano pene di 4 anni, che diventano di otto e
sedici per i recidivi. Non importa la quantità di droga, non importa se
è per consumo personale o per la vendita, visto che la legge non fa
distinzione. Il giudizio si trasforma in una pratica burocratica, dove
si dà per scontato che l’accusata è colpevole. Tutti sanno che quelle
donne sono gli ultimi anelli della catena del narcotraffico. Tutti
sanno che non contano nulla, che imprigionarle non risolverà il
problema né del consumo, né del narcotraffico. Con una domanda in
crescita e un tessuto sociale ed economico sommamente scomposto e
frammentato, altre donne si dedicheranno a questa attività, nella
speranza di una vita migliore.
I narcotrafficanti scelgono loro perché le considerano più responsabili
degli uomini, perché sanno fare il loro lavoro, perché rispettano i
loro impegni, reagiscono meno violentemente e perché sono più fragili,
quindi più soggette a ricatti. Questa fragilità è costituita dai figli,
sui quali grava la minaccia implicita dei narcos e della polizia. Sono
donne fungibili. Possono essere facilmente sostituite e sono
denunciate, nella maggioranza dei casi, dai colleghi concorrenti o da
accordi intercorsi tra polizia e narcotrafficanti. Così la polizia “fa
numero” e riempie le statistiche per mostrare alla società e al governo
che la lotta al narcotraffico funziona. I narcotrafficanti, invece, si
garantiscono la loro immunità e continuano i loro traffici, spesso in
combutta con polizia e con l’implicito benestare della classe politica.
Per questo finiscono in prigione le donne di Rosario. Ci raccontano
retate di polizia spettacolari, le cui vittime sono loro e le loro
famiglie. Sui giornali e televisioni, il giorno dopo, saranno
presentate come pericolose bande di narcotraffico. Ci parlano di droga
messa lì dai poliziotti, perché una retata non può concludersi con un
buco nell’acqua, raccontano di testimoni minacciati e
terrorizzati. Ci raccontano di giudici che “hanno condannato gente
colpevole o innocente”, e che questo “non importa loro” e di un sistema
carcerario inflessibile e discriminatorio: “Le ladre e quelle che hanno
ucciso hanno un regime più aperto di noi”.
Le detenute per droga a Rosario sono parte di una popolazione
carceraria in continua crescita. Il 50per cento entra
per reati legati agli stupefacenti, prima causa di arresto e
condanna nell’universo femminile. Nessuna di loro si considera
narcotrafficante, perché i narcos sono più in su. Sono quelli che
organizzano, che hanno molta gente che lavora per loro, che
davvero guadagnano grandi somme di denaro. Sono quelli che conoscono le
leve del potere. Le donne dell’Unità 5, invece, non hanno potere.
Considerate scorie della società, le loro storie mettono in luce molti
temi scottanti: quello del consumo di droga in aumento in una Rosario
che ormai conta 2milioni di abitanti, che ha sofferto la crisi
economica con la chiusura delle sue fabbriche e l’aumento della
disoccupazione e della povertà. Quello di una città che è diventata uno
dei più importanti transiti di droga in Argentina. Quello della
corruzione della polizia che prende i “pesci piccoli” e spartisce la
torta coi “pesci grandi”. Quello di un potere giudiziale soffocato dai
pregiudizi e da fascicoli processuali che una legge mal pensata
moltiplica. Quello di un sistema penitenziario che non riabilita, ma
che considera i detenuti spazzatura umana: e una società che vuole
sempre più rinchiudere, per non vedere, i propri fantasmi.