stampa
invia
Guerra al terrorismo importata sul continente, controllo strategico delle risorse
petrolifere, ingerenza negli affari interni dei vari Paesi. Sono queste le tre
ragioni principali che hanno spinto le cancellerie africane, prime fra tutte quelle
di Libia, Nigeria e Sudafrica, a prendere posizione contro l'installazione di
Africom sul continente. Solo la Liberia si è infatti offerta di ospitare il quartier
generale del comando, che secondo le intenzioni degli Stati Uniti avrebbe il compito
principale di addestrare le forze africane in missione di peacekeeping e di rispondere
in maniera rapida ed efficace alle emergenze umanitarie. Motivi troppo disinteressati
che hanno insospettito gli stati africani, i quali temono che i veri obiettivi
di Africom siano altri. Il controllo del petrolio appunto, visto che nel 2014 il 25 percento
delle importazioni petrolifere americane proverranno dal Golfo di Guinea; la concorrenza
con la Cina, che negli ultimi anni ha scalzato dal continente Usa ed Europa a
colpi di accordi commerciali; l'entrata dell'Africa nella lotta globale al terrorismo,
la quale ha finora trascurato l'Africa subsahariana, se si eccettuano gli attentati
alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania di fine anni '90 e poco altro.
A pesare sulla decisione, in cui gli stati africani hanno dimostrato una compattezza
e una decisione inusuali, sembrano essere state anche altre considerazioni: la
volontà dei “pesi massimi” africani (soprattutto Nigeria e Sudafrica) di non veder
compromessa la sfera d'influenza che stanno faticosamente creandosi in Africa.
L'arrivo di una superpotenza con basi e comandi militari (comunque già presenti
a Camp Lemonier, a Gibuti), avrebbe potuto mettere i bastoni tra le ruote. Ma non è da trascurare
anche l'immagine che l'amministrazione Bush ha dato di sé in questi otto anni.
In Africa l'interventismo americano in Medio Oriente ha suscitato perplessità,
nonostante i Paesi africani rimangano molto meno critici di quelli europei sull'operato
del presidente uscente. Ne è una prova il successo dell'attuale visita di Bush
in Benin, Tanzania, Ruanda e ora Ghana, dove il capo di stato ha promesso aiuti
per centinaia di milioni di dollari e sottolineato i programmi di sviluppo e di
lotta alle malattie avviate negli ultimi anni. Un viaggio che ha volutamente evitato
i punti di crisi del continente, per focalizzarsi sulle “storie di successo”.
Ma le parole del ministro degli Esteri ghanese Akwasi Osei-Adjei, il quale ha
confermato l'alleanza tra i due Paesi ma ha sottolineato che i militari americani
non sono i benvenuti perché “il Ghana ci tiene alla sua sovranità” evidenzia bene
i termini della questione. Matteo Fagotto