29/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le due Simone sono libere, ma altri ostaggi aspettano

Simona Pari e Simona TorrettaLa gioia per la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta non può e non deve far perdere di vista il quadro generale. Quello di una guerra in cui la popolazione civile continua a pagare un quotidiano e altissimo tributo di sangue, una guerra in cui ci sono degli ostaggi che chiedono di essere liberati per tornare dalle loro famiglie e in cui tante, troppe sono ancora le domande senza risposta. A ricordarcelo è proprio Simona Pari che, pur travolta dalla gioia per la ritrovata libertà, non manca d’indicare la prima cosa che le preme: “Adesso via dall’Iraq!”.

“Mi appello a lei Primo Ministro Blair, non lasci che questi uomini mi uccidano. Loro non lo faranno se le loro richieste saranno soddisfatte”. Kenneth Bigley, in un video recapitato oggi alla televisione satellitare in lingua araba al-Jazeera, lancia un nuovo appello al governo inglese perché vengano esaudite le richieste dei suoi sequestratori. Il gruppo 'Tawhid Wal Jihad', che sarebbe guidato dal terrorista giordano al-Zarqawi, chiede che, vengano rilasciate tutte le donne irachene detenute nelle carceri della coalizione per liberare Bigley.

Nelle immagini, Bigley appare dietro una rete metallica, le mani legate da una catena con indosso una tuta arancione che ricorda, probabilmente non in modo casuale, i detenuti della base di Guantanamo a Cuba. Appare in buono stato di salute, ma profondamente scosso dalla lunga prigionia e dal fatto di essere a conoscenza con ogni probabilità della sorte dei due statunitensi rapiti con lui e giustiziati.

Mentre l’Italia e il mondo intero festeggiano il ritorno alla libertà per Simona Pari e Simona Torretta e per i due iracheni rapiti con loro, il nuovo video dell’ostaggio inglese ci riporta nel dramma iracheno che, purtroppo, non finisce con la buona notizia di ieri. La giornata di oggi è stata segnata da duri combattimenti a Baghdad e nel resto dell’Iraq e, assieme a Bigley e a tanti altri, restano in ostaggio Christian Chesnot e George Malbrunot, i due giornali sti francesi rapiti il 20 agosto 2004.

Christian Chesnot e George MalbrunotProprio riguardo alla sorte dei due reporter transalpini, ieri notte, la televisione in lingua araba al-Arabiya, ha citato le rivelazioni di un certo Philippe Brett che si accredita come componente della delegazione che sta trattando per la liberazione dei due francesi. L’uomo ha detto di aver visto di persona Chesnot e Malbrunot e di ritenere probabile una loro liberazione per il fine settimana prossimo, senza alcun pagamento in denaro.

“Non siamo a conoscenza di nessun accordo raggiunto e non conosciamo nessuno incaricato di incontrare gli ostaggi”, ha dichiarato però un portavoce del ministero degli esteri francese, confermando quella linea di prudenza che ha caratterizzato la diplomazia transalpina dopo una serie di episodi in cui la salvezza per Chesnot e Malbrunot era sembrata vicina, ma era poi finita in un nulla di fatto.

La storia del rapimento dei due giornalisti francesi è piena di risvolti ancora da chiarire. Questo Brett ad esempio, risulta essere il presidente dell’Ufficio Francese per lo Sviluppo dell’industria e della Cultura, un piccolo ente statale con sede a Parigi, che funziona come gruppo di pressione per gli interessi francesi all’estero. Le autorità francesi alla fine hanno ammesso un rapporto con l’uomo, ma hanno definito il suo operato “un’iniziativa personale”.

Soprattutto lascia perplessi il ruolo dei militari statunitensi in tutto questo: in Francia la mancata liberazione di Chesnot e Malbrunot viene polemicamente attribuita alla mancata ‘tregua’nelle operazioni di bombardamento da parte dell’aviazione Usa. Secondo molti osservatori, il fatto di non alleggerire gli attacchi aerei nella zona dove si pensava sarebbe avvenuta la liberazione dei due, ha aggravato la situazione e ritardato la soluzione positiva del sequestro.

Girard-Hautbout , segretario generale dell’organizzazione per cui lavora Brett, ha dichiarato di essere fiducioso sulla possibile liberazione nel fine settimana per i due reporter francesi, ma ha specificato che aiuterebbe molto che “gli amici americani concedessero un corridoio come quello che hanno accordato ieri per le due italiane in ostaggio”.

Nessuna delle ricostruzioni fin qui diffuse della liberazione di Simona Pari e Simona Torretta ha mai fatto accenno ad un’eventuale supervisione delle forze armate della coalizione, le uniche in grado evidentemente di concedere corridoi e garanzie in generale. C’è stata una sorta di ‘lasciapassare’per la consegna delle due S mone? Se la risposta è affermativa, perché non viene fatto lo stesso per i due reporter francesi?

kenneth bigley nel videoQuesto non è l’unico punto della vicenda della liberazione delle due cooperanti italiane che aspetta un chiarimento. È stato pagato un riscatto oppure no? "Non voglio sentire parlare di riscatto. Questo discorso mi mette in condizione di perdere la neutralità. E' un discorso che non voglio sia toccato perché è un attentato alla vita di 25 persone che stanno curando 300 persone al giorno, oltre che alla mia persona", ha dichiarato Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce Rossa oggi.

La sua stizzita risposta arriva dopo che Gustavo Selva, deputato di Alleanza Nazionale, ha affermato che “è normale che il Governo non confermi le voci del pagamento di un riscatto, rientra negli obblighi non dare l’impressione di avere ceduto ad un ricatto”, lasciando intendere che, se fosse vero che è avvenuta una transazione economica come sostengono alcuni giornali italiani, comunque l’opinione pubblica non sarebbe informata. Si parla anche della cifra: 1 milione di dollari in due rate.

Sembra di rivivere i giorni della liberazione di Stefio, Agliana e Cupertino, quando in Iraq molti parlavano del pagamento di un riscatto per la liberazione dei tre contractors italiani. Le polemiche furono accese e, ancora oggi, rispetto alla dinamica della trattativa restano molte zone d’ombra.

“Se è stato versato un riscatto, questo dimostrerebbe che il crimine paga". Questo il commento di Jean-Dominique Bunel, ex coordinatore delle Organizzazioni non governative in Iraq, il quale sottolinea che ”questo è il tempo della gioia di tutti, di tutto un popolo, di numerosi amici, ma passato questo momento bisogna pensare agli altri, evitare che un tale dramma si riproduca. Sempre più nei giornali italiani leggo che si parla di un’origine criminale del rapimento: ora, a priori, quando queste origini sono retribuite per il crimine che commettono, non è il modo migliore per fermare il reato”.

Nei prossimi giorni si aspettano, dopo tante ipotesi, delle risposte certe. Oltre al pagamento del riscatto, va chiarita la dinamica del rilascio delle due Simone. Oggi, la televisione al-Jazeera ha dichiarato per bocca del suo redattore capo Amhed Check: «No, non siamo noi ad averle filmate, abbiamo solo ricevuto il video da qualcuno di cui ignoriamo l’identità, ma sicuramente a riprendere le due Simone non era un nostro operatore”. Chi allora?

Christian Elia

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