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La gioia per la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta non può e non deve
far perdere di vista il quadro generale. Quello di una guerra in cui la popolazione
civile continua a pagare un quotidiano e altissimo tributo di sangue, una guerra
in cui ci sono degli ostaggi che chiedono di essere liberati per tornare dalle
loro famiglie e in cui tante, troppe sono ancora le domande senza risposta. A
ricordarcelo è proprio Simona Pari che, pur travolta dalla gioia per la ritrovata
libertà, non manca d’indicare la prima cosa che le preme: “Adesso via dall’Iraq!”.
“Mi appello a lei Primo Ministro Blair, non lasci che questi uomini mi uccidano.
Loro non lo faranno se le loro richieste saranno soddisfatte”. Kenneth Bigley,
in un video recapitato oggi alla televisione satellitare in lingua araba al-Jazeera,
lancia un nuovo appello al governo inglese perché vengano esaudite le richieste
dei suoi sequestratori. Il gruppo 'Tawhid Wal Jihad', che sarebbe guidato dal
terrorista giordano al-Zarqawi, chiede che, vengano rilasciate tutte le donne
irachene detenute nelle carceri della coalizione per liberare Bigley.
Nelle immagini, Bigley appare dietro una rete metallica, le mani legate da una
catena con indosso una tuta arancione che ricorda, probabilmente non in modo casuale,
i detenuti della base di Guantanamo a Cuba. Appare in buono stato di salute, ma
profondamente scosso dalla lunga prigionia e dal fatto di essere a conoscenza
con ogni probabilità della sorte dei due statunitensi rapiti con lui e giustiziati.
Mentre l’Italia e il mondo intero festeggiano il ritorno alla libertà per Simona
Pari e Simona Torretta e per i due iracheni rapiti con loro, il nuovo video dell’ostaggio
inglese ci riporta nel dramma iracheno che, purtroppo, non finisce con la buona
notizia di ieri. La giornata di oggi è stata segnata da duri combattimenti a Baghdad
e nel resto dell’Iraq e, assieme a Bigley e a tanti altri, restano in ostaggio
Christian Chesnot e George Malbrunot, i due giornali sti francesi rapiti il 20 agosto 2004.
Proprio riguardo alla sorte dei due reporter transalpini, ieri notte, la televisione
in lingua araba al-Arabiya, ha citato le rivelazioni di un certo Philippe Brett
che si accredita come componente della delegazione che sta trattando per la liberazione
dei due francesi. L’uomo ha detto di aver visto di persona Chesnot e Malbrunot
e di ritenere probabile una loro liberazione per il fine settimana prossimo, senza
alcun pagamento in denaro.
“Non siamo a conoscenza di nessun accordo raggiunto e non conosciamo nessuno
incaricato di incontrare gli ostaggi”, ha dichiarato però un portavoce del ministero
degli esteri francese, confermando quella linea di prudenza che ha caratterizzato
la diplomazia transalpina dopo una serie di episodi in cui la salvezza per Chesnot
e Malbrunot era sembrata vicina, ma era poi finita in un nulla di fatto.
La storia del rapimento dei due giornalisti francesi è piena di risvolti ancora
da chiarire. Questo Brett ad esempio, risulta essere il presidente dell’Ufficio
Francese per lo Sviluppo dell’industria e della Cultura, un piccolo ente statale
con sede a Parigi, che funziona come gruppo di pressione per gli interessi francesi
all’estero. Le autorità francesi alla fine hanno ammesso un rapporto con l’uomo,
ma hanno definito il suo operato “un’iniziativa personale”.
Soprattutto lascia perplessi il ruolo dei militari statunitensi in tutto questo:
in Francia la mancata liberazione di Chesnot e Malbrunot viene polemicamente attribuita
alla mancata ‘tregua’nelle operazioni di bombardamento da parte dell’aviazione
Usa. Secondo molti osservatori, il fatto di non alleggerire gli attacchi aerei
nella zona dove si pensava sarebbe avvenuta la liberazione dei due, ha aggravato
la situazione e ritardato la soluzione positiva del sequestro.
Girard-Hautbout , segretario generale dell’organizzazione per cui lavora Brett,
ha dichiarato di essere fiducioso sulla possibile liberazione nel fine settimana
per i due reporter francesi, ma ha specificato che aiuterebbe molto che “gli amici
americani concedessero un corridoio come quello che hanno accordato ieri per le
due italiane in ostaggio”.
Nessuna delle ricostruzioni fin qui diffuse della liberazione di Simona Pari
e Simona Torretta ha mai fatto accenno ad un’eventuale supervisione delle forze
armate della coalizione, le uniche in grado evidentemente di concedere corridoi
e garanzie in generale. C’è stata una sorta di ‘lasciapassare’per la consegna
delle due S mone? Se la risposta è affermativa, perché non viene fatto lo stesso per i due
reporter francesi?
Questo non è l’unico punto della vicenda della liberazione delle due cooperanti
italiane che aspetta un chiarimento. È stato pagato un riscatto oppure no? "Non
voglio sentire parlare di riscatto. Questo discorso mi mette in condizione di
perdere la neutralità. E' un discorso che non voglio sia toccato perché è un attentato
alla vita di 25 persone che stanno curando 300 persone al giorno, oltre che alla
mia persona", ha dichiarato Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce
Rossa oggi.
La sua stizzita risposta arriva dopo che Gustavo Selva, deputato di Alleanza
Nazionale, ha affermato che “è normale che il Governo non confermi le voci del
pagamento di un riscatto, rientra negli obblighi non dare l’impressione di avere
ceduto ad un ricatto”, lasciando intendere che, se fosse vero che è avvenuta una
transazione economica come sostengono alcuni giornali italiani, comunque l’opinione
pubblica non sarebbe informata. Si parla anche della cifra: 1 milione di dollari
in due rate.
Sembra di rivivere i giorni della liberazione di Stefio, Agliana e Cupertino,
quando in Iraq molti parlavano del pagamento di un riscatto per la liberazione
dei tre contractors italiani. Le polemiche furono accese e, ancora oggi, rispetto
alla dinamica della trattativa restano molte zone d’ombra.
“Se è stato versato un riscatto, questo dimostrerebbe che il crimine paga". Questo
il commento di Jean-Dominique Bunel, ex coordinatore delle Organizzazioni non
governative in Iraq, il quale sottolinea che ”questo è il tempo della gioia di
tutti, di tutto un popolo, di numerosi amici, ma passato questo momento bisogna
pensare agli altri, evitare che un tale dramma si riproduca. Sempre più nei giornali
italiani leggo che si parla di un’origine criminale del rapimento: ora, a priori,
quando queste origini sono retribuite per il crimine che commettono, non è il
modo migliore per fermare il reato”.
Nei prossimi giorni si aspettano, dopo tante ipotesi, delle risposte certe. Oltre
al pagamento del riscatto, va chiarita la dinamica del rilascio delle due Simone.
Oggi, la televisione al-Jazeera ha dichiarato per bocca del suo redattore capo
Amhed Check: «No, non siamo noi ad averle filmate, abbiamo solo ricevuto il video
da qualcuno di cui ignoriamo l’identità, ma sicuramente a riprendere le due Simone
non era un nostro operatore”. Chi allora?
Christian Elia