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1-1. Lo scorso 17 febbraio due squadre di calcio si sono affrontate allo stadio di
Bagdhad, di fronte ad un vasto pubblico entusiasta. Si giocava Khadmimiya contro
Adhaniyah, come dire: sciiti contro sunniti. A separare i due quartieri ci sono
il Tigri e un ponte, tristemente famoso per l'attentato che costò la vita a un
migliaio di persone nel 2005. La partita è stata organizzata proprio per festeggiare
l'anniversario della nuova strategia per contenere le violenze settarie, che in
questi ultimi due anni hanno cambiato radicalmente il volto e la composizione
confessionale della capitale irachena. Sugli spalti sventolavano bandiere irachene
a simboleggiare l'unità del paese, mentre sul campo i giocatori si sono battuti
all'insegna del fair play. La partita si è conclusa con un ecumenico pareggio:
1 a 1.
Il prezzo. Diversi analisti militari ritengono che il livello di relativa quiete che si
respira oggi a Baghdad non dipenda solo dall'invio di ulteriori soldati, ma anche
da un cambio di strategia he ha portato il comando Usa a delegare alle tribù sunnite
la lotta contro le milizie di al Qaeda. Secondo il giornalista statunitense Craig
Roberts, l'amministrazione Bush starebbe pagando le milizie sunnite una cifra
nell'ordine degli 800mila dollari al giorno, che per 80 mila miliziani -tanti
si ritiene siano quelli affiliati alle tribù che si sono alleate con Washington-
fanno 10 dollari al giorno per ogni miliziano. La cifra sembra enorme, ma in realtà
quasi scompare di fronte ai 275milioni al giorno che la guerra in Iraq costa agli
Stati Uniti. Roberts ritiene infatti che gli stessi sunniti finiranno presto per
alzare il loro prezzo, visto che per gli Usa sarebbe comunque molto conveniente
pagarli per non essere attaccati e combattere al Qaeda al posto loro.
Pacificazione. Gli attacchi e le violenze non sono comunque cessati, né contro la popolazione
né contro gli stessi soldati Usa. Questa mattina ne sono morti tre, uccisi da
una bomba, e quelli caduti dall'inizio di febbraio sono stati 22. La riduzione
più significativa della violenza si riscontra alla voce: violenze confessionali,
che però sono calate per altri due motivi almeno. Innanzitutto, da alcuni mesi
il principale attore delle violenze settarie, la milizia del Mahdi di Moqtada
Sadr, ha scelto di dichiarare una tregua, per permettere a Sadr di riprendere
il controllo di alcune milizie ribelli. In secondo luogo, quando venne lanciata
la surge, la ridefinizione dei quartieri era ormai un fatto compiuto. Quelle che
un tempo erano aree miste sciiti-sunniti, oggi sono quartieri “puri”. Ma la lotta
per il controllo della capitale è stata vinta dagli sciiti, che controllano ormai
¾ dei quartieri. Paradossalmente, proprio questo fatto potrebbe aver determinato
la svolta nella surge: la guerriglia sunnita si è trovata schiacciata dalla supremazia
delle milizie sciite e quelle di al Qaeda, e avrebbe deciso di accettare l'alleanza
con gli Stati Uniti. Fino a quando? Fino a che gli farà comodo, così come anche
la tregua degli sciiti potrebbe cessare in qualsiasi momento. C'è insomma poco
da stare tranquilli, l'Iraq non ha ancora imboccato l'autostrada della pacificazione.
Tutti contro tutti. All'inizio di dicembre il capo di Al Qaeda in Iraq, Omar al Baghdadi, ha invitato
i suoi seguaci a uccidere ciascuno, almeno nove esponenti dei consigli tribali
per il Risveglio, noti come Sahwa, riconoscendo a modo suo l'efficacia della loro
azione. Il governo iracheno è preoccupato che alla fine le milizie qaediste riescano
a infiltrarsi nelle milizie tribali e sta cercando di integrarle con elementi
dell'esercito e della polizia. La scorsa settimana, però, l'alleanza tra Stati
Uniti e milizie sunnite ha mostrato le prime falle. Un centinaio di miliziani
tribali della regione a nord della città di Hilla ha annunciato la rottura con
Washington, in protesta per gli attacchi contro di loro da parte dell'esercito
Usa. Sabah al Janabil, sedicente leader del gruppo, ha dichiarato alla televisione
Al Sharqiyah che suoi compagni sono stati attaccati dai soldati Usa in ben tre
episodi, costati la vita a 19 di loro. Il governo di Bagdhad ha aperto un'inchiesta
sugli episodi e il generale iracheno Othman al Jenamy ha dichiarato: “speriamo
che cambino idea e riprendano la loro preziosa collaborazione”.Naoki Tomasini