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“Non credo che il regime
siriano sia dietro a questo omicidio. Per due ragioni: primo, non può
permettersi di assassinare qualcuno di così importante e
cruciale per i suoi rapporti con l'Iran e Hezbollah, soltanto per
testare la volontà di negoziare degli statunitensi. Potrebbe
farlo solo se si fosse già raggiunto un accordo sul tribunale
internazionale per l'omicidio di Hariri e volesse in qualche modo
vendicarsi. Per quel che ne so la situazione al momento non è
quella. Inoltre se anche Damasco avesse voluto mandare un messaggio a
Stati Uniti e Israele, avrebbe potuto scegliere di colpire dei pesci
più piccoli. Certamente non un pezzo grosso come Mughniyeh,
che potrebbe compromettere i rapporti della Siria con il più
potente alleato regionale, l'Iran. Non solo, Damasco in questo
momento ha tutto l'interesse a mantenere buoni rapporti con
Hezbollah, per conservare la sua influenza sul Libano. In
conclusione, mi sembra che la teoria più probabile sia quella
di considerare Israele responsabile per l'omicidio. Credo che si sia
trattato di un omicidio mirato, in risposta alla guerra dell'estare
2006. E credo anche che sia solo la prima di una serie di operazioni
nella regione (considerando anche Gaza e il Libano).
Tutti quegli attentati hanno colpito figure di primo piano
della coalizione del 14 marzo, intellettuali, politici, giornalisti,
ufficiali dell'esercito libanese e dei servizi segreti. Si tratta di
una scia di sangue, iniziata nel 2004, che continua ancora oggi.
Tutte le vittime erano strenui oppositori del regime siriano e
avevano contribuito alla liberazione del Libano dall'egemonia di
Damasco. L'interesse del governo siriano è anche quello di
mantenere un clima di terrore a Beirut, per paralizzare la vita del
paese e poter negoziare un accordo che garantisca loro un nuovo ruolo
in Libano (dopo l'uscita delle truoppe siriane nella primavera del
2005). O perlomeno, quello di contrattare la fine del terrorismo in
cambio dell'annullamento del tribunale internazionale. Si potrebbe
pensare che queste siano solo speculazioni, ma non è così.
Ci sono elementi che provano queste accuse e, oltre a quelli, c'è
il fatto che l'omicidio politico è storicamente sempre stato
tra le tecniche del regime baathista siriano.
Per chiarire il mio pensiero voglio dire che
Hezbollah, con le sue attuali alleanze, le sue armi e i suoi legami
di fedeltà è una minaccia per la società
libanese e per la stabilità del paese. Mentre per quel che
riguarda i sauditi, anche la loro influenza sugli affari nazionali è
consistente, così come lo è quella degli americani e
dei francesi. Tutti i condizionamenti stranieri possono essere
negativi, ma io sauditi non hanno mandato per 15 anni migliaia di
razzi al loro alleato libanese, usandolo per difendere i loro piani
geo-strategici (nel caso dell'Iran, nucleari). Quindi penso che il
paragone non sia molto centrato. Quanto alla cultura wahabita che i
sauditi hanno sempre promosso, la considero un modello oscurantista e
dispotico che non credo dovremmo tollerare né in Libano, né
in alcun altro paese. A proposito di agenti esterni, voglio però
aggiungere una considerazione. Anche Israele è una minaccia
per il Libano, ma l'unico modo per fronteggiarla è attraverso
la costruzione di uno stato moderno, indipendente e secolare. Uno
stato che abbia il monopolio delle armi e delle decisioni sulla pace
e sulla guerra, non una serie di frammenti di alleanze regionali, pro
Usa o pro Iran che siano. Noi libanesi sosteniamo la lotta dei
palestinesi per i diritti e per il loro stato, sia sul fronte
diplomatico che su quello culturale, ma non penso che il Libano
dovrebbe pagare per sempre il prezzo delle guerre che sono manipolate
dal regime siriano, agitando slogan filo-palestinesi, quando in
realtà non hanno nulla a che vedere con i palestinesi e la
loro causa.Naoki Tomasini