15/01/2005
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Dopo la rivoluzione di Kiev, è guerra aperta tra George Soros e i regimi ex sovietici
La ‘rivoluzione arancione’ che ha abbattuto il regime ucraino di Leonid Kuchma
sta togliendo il sonno agli autocrati che guidano le repubbliche ex sovietiche
dell’Asia centrale.
Nei loro incubi, le piazze delle capitali dei rispettivi paesi si riempiono,
come a Kiev, di manifestanti dell’opposizione democratica che riescono a rovesciare
i loro governi.
Per mettere al riparo il proprio potere dalla minaccia di “rivoluzioni orchestrate
dall’Occidente”, i presidenti di Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan, Turkmenistan
e Uzbekistan hanno dichiarato guerra a quello che viene considerato l’ispiratore
e il finanziatore di questi movimenti d’opposizione, il “grande vecchio”, il “burattinaio”
che manovra i fili di questi progetti “destabilizzatori”: il multimiliardario
filantropo statunitense George Soros, e la sua fondazione internazionale “Società
aperta”.
La lotta contro il comunismo e l’apartheid. Nato a Budapest 75 anni fa da una modesta famiglia ebrea, sopravvissuto all’occupazione
nazista e fuggito da quella sovietica, questo eccentrico finanziere ha accumulato
una fortuna colossale negli Stati Uniti per poi decidere di reinvestire il suo
danaro in politica, sostenendo i movimenti democratici che in tutto il mondo lottano
contro i regimi dittatoriali e oppressivi. Una sorta di rivincita personale contro
i fantasmi che funestano i suoi ricordi d’infanzia.
Soros iniziò nel 1977, finanziando il movimento cecoslovacco Carta 77 che ha
gettato i semi della ‘Rivoluzione di Velluto’ che nel 1989 avrebbe fatto crollare
il regime comunista di Praga.
Negli anni Ottanta si dedicò invece ai movimenti sudafricani che lottavano contro
l’apartheid, per tornare ad occuparsi nel 1988 della ‘sua’ Europa dell’Est, finanziando
il movimento polacco di Solidarnosc.
Nel 1993 creò una fondazione internazionale volta a promuovere la democrazia
in una cinquantina di paesi: la chiamò Istituto “Società aperta”, in omaggio alla
teoria politica del suo amico filosofo Karl Popper.
Belgrado 2000, Tbilisi 2003, Kiev 2004. Tramite i progetti nazionali avviati dalla fondazione in decine di paesi soggetti
a dittature e regimi autoritari, Soros ha finanziato organizzazioni non governative,
associazioni giovanili, gruppi universitari, radio e giornali, conferenze e seminari
sulla democrazia e i diritti umani, dando così vita a movimenti di opposizione
che sono stati capaci di organizzare pacifiche e vittoriose rivoluzioni popolari.
Così è andata in Serbia, dove il movimento sostenuto da Soros, Otpor (Resistenza)
promosse le massicce manifestazioni di Belgrado che il 5 ottobre 2000 portarono
alla destituzione di Slobodan Milosevic, cui successe Vojslav Kostunica.
L’esperimento fu esportato tre anni dopo in Georgia, dove la fondazione Soros
e i ‘veterani’ serbi di Otpor diedero vita al movimento giovanile Kmara (Basta),
protagonista delle proteste contro Eduard Shevardnandze che sfociarono nella ‘Rivoluzione
delle Rose’ del 23 novembre 2003 che portò al potere Mikhail Saakashvili.
Stessa strategia in Ucraina, dove Soros ha promosso il movimento studentesco
Porà (E’ ora), principale animatore delle proteste degli ‘arancioni’ sostenitori
di Viktor Yushenko.
La controffensiva dei regimi. Non tutti i presidenti delle repubbliche ex sovietiche sono saltati sulla sedia
guardando alla televisione il trionfo degli ‘arancioni’ a Kiev. Alcuni, più lungimiranti
e previdenti, non si sono fatti cogliere di sorpresa.
Alexander Lukashenko, autoritario presidente della Bielorussia, aveva cacciato
dal paese la fondazione Soros già nel 1998, accusandola di finanziare l’opposizione.
Ciononostante i ‘veterani’ serbi e georgiani sono andati a Minsk per dare vita
a un nuovo movimento, Zubr (Bisonte), che però non dà segni di grande vitalità.
Anche il dittatore uzbeco Islam Karimov ha precorso i fatti ucraini, costringendo
la locale fondazione di Soros a chiudere i battenti nell’aprile 2004, dopo averla
accusata di “screditare le politiche del governo”.
Ora sembra giunta la volta del Kazakistan, dove il presidente Nursultan Nazarbaev,
in vista delle elezioni del prossimo anno, ha pensato bene di mettere fuorilegge
il principale partito d’opposizione e di incriminare la locale fondazione Soros
per frode fiscale, al fine di farla chiudere.
Sono passati all’offensiva anche il presidente del Tagikistan, Imomali Rahmonov,
che ha accusato la fondazione Soros di finanziare l’opposizione e di lavorare
“alla distruzione del paese”, e il suo omologo in Kirghizistan, Askar Akaev, che
ha lanciato nei giorni scorsi chiare minacce contro i “consulenti politici stranieri”
che esportano “rivoluzioni di velluto preconfezionate” manipolando “movimenti
fantoccio” che “non perseguono certo gli interessi nazionali del paese”.
Situazione ben diversa nella ferrea dittatura turkmena, dove Soros non ha nessun
interlocutore locale possibile poiché il presidente a vita Saparmurat Niyazov
ha decretato che chiunque osi “sollevare dubbi sul suo operato” va punito con
il carcere a vita.
Infine la Russia di Vladimir Putin, dove, secondo un recente sondaggio, solo
il 9 per cento dei russi approva quanto successo in Ucraina, poiché quasi tutti
ritengono che la rivoluzione di Kiev sia frutto degli “'intrighi dell’Occidente”.
Vita dura per Soros da quelle parti. Enrico Piovesana