19/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Poco meno di un anno di lavoro. La crisi di governo azzoppa la Comissione di inchiesta parlamentare sull'uranio impoverito.
Si chiama criterio di probabilità. Una formula che si inserisce nella lunga, dolorosa diatriba sull'uranio impoverito e i tumori maligni che colpiscono soldati e civili, là dove sono stati esplosi proiettili contaminanti. Il criterio di probabilità, anche se suona quasi aleatorio come slogan, è uno strumento affilato, che la Commissione parlamentare di inchiesta del Parlamento ha messo nero su bianco nella relazione di fine mandato, l'8 febbraio scorso.
Posto che non è ancora possibile parlare di un nesso di causalità provato fra uranio impoverito e neoplasie maligne – perché i dati forniti dalla Difesa sono insufficienti per arrivare a stendere un rapporto completo – il criterio suddetto è la chiave per ottenere il riconoscimento della propria malattia e per arrivare alla richiesta di indennizzo per chi è stato vittima delle radiazioni e delle polveri che si creano dopo l'esplosione di proiettili all'uranio.
Scrive, infatti, la Commissione nella relazione finale: “ La Commissione ha sostituito al criterio del nesso di causalità, quello del criterio di probabilità, utilizzando criteri statistico-probabilistici nella valutazione delle possibili cause delle patologie e sganciando, in un certo senso, l’effetto dalla causa. Non potendosi affermare – ma neppure escludere – la relazione tra l’evento morboso e la causa scatenante, il fatto stesso che l’evento si sia verificato costituisce di per sé motivo sufficiente per il ricorso agli strumenti risarcitori”.

Ostacoli. La relazione parla di tre impedimenti: i primi due riguardano il reperimento dei dati. Vengono citate in maniera esplicita le resistenze da parte di forze militari straniere nel concedere o trasferire documentazione e altri dati così come richiesto dai parlamentari. E, in maniera più velata, si scrive anche della necessità per la Commissione stessa di dover ricorrere alla Polizia giudiziaria per poter ottenere altri dati dai presidi medici militari italiani. Il terzo ostacolo, quello maggiore, è il fattore tempo. In meno di un anno con quattro esplorazioni sul territorio, tredici sedute plenarie, venti riunioni dell'ufficio di presidenza, la Commissione ha dovuto chiudere i battenti sul più bello, quando avrebbe potuto iniziare a incrociare i dati e a stabilire la veridicità sul balletto di cifre che viene dal ministero della Difesa, aspramente criticato dalle associazioni che raccolgono le denunce dei militari ammalati.
 
Risarcimenti. Anche sul fronte degli indennizzi, nonostante nella legge Finanziaria oramai da due anni siano stati inseriti dei fondi appositi, i meccanismi non funzionano. Nella relazione si sostiene che esistono: “ 30 milioni di euro per il triennio 2008-2010, previsti specificamente per le patologie oggetto dell’inchiesta, nella legge finanziaria per il 2008 (legge 24 dicembre 2007, n. 244). Ma nell'intervista che pubblichiamo al senatore verde Mauro Bulgarelli, e nella relazione, si dice che non vengono distribuiti, perché mancano le norme di attuazione del ministero della Difesa. Un vizio burocratico che stride con le storie di tanti familiari di vittime da uranio, dimenticati dal ministero e costretti a uccidersi di debiti per pagare medicine.
 
lidia menapace presidente della commissioneIn conclusione. La Commissione vorrebbe una seria indagine epidemiologica. Vorrebbe capire se e quanti bambini deformi siano nati da militari italiani che dal 1990 hanno partecipato a missioni estere. Vorrebbe sapere il tasso di infertilità fra le truppe che sono state dove sono stati sparati i proiettili incriminati. Oltre a capire gli effetti sui civili, quelli che vivono vicino ai poligoni di tiro in Italia, e tutte quelle persone che vivono nei territori bombardati 'a fini umanitari'. Con sostanze che non perderanno il loro potere distruttivo per migliaia di anni.
 

Angelo Miotto

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