E' iniziata martedì alla Camera la discussione parlamentare sul rifinanziamento
della missione militare in Afghanistan. Contrariamente a quanto chiesto da numerosi
parlamentari, il decreto-legge presentato dal governo Prodi ha ‘impacchettato’
tutte le missioni italiane all’estero (Afghanistan, Libano, Kosovo, Iraq, Sudan,
Somalia, ecc.) che andranno quindi discusse e votate in blocco. Preannunciato
il voto contrario della Sinistra Arcobaleno (che in passato votò sempre a favore
di questa missione per non far cadere il governo): un ‘no’ del tutto ininfluente,
visto che il decreto verrà convertito in legge con i voti di tutti gli altri schieramenti
politici.
Più soldi, uomini e mezzi. Per la missione militare in Afghanistan, il decreto stanzia oltre 337 milioni
di euro per l’anno 2008: quasi il 10 per cento in più rispetto ai 310 milioni
dell’anno scorso. Un aumento dovuto all’incremento numerico del contingente (2.880
uomini secondo la Nato rispetto ai circa 2mila di un anno fa) e allo schieramento
di nuovi mezzi (8 carri armati Dardo, 5 elicotteri da combattimento Mangusta,
3 elicotteri da trasporto e assalto Sh-3d, 10 blindati Lince e 2 aerei Predator:
tutti mezzi che un anno fa non c’erano).
Ovviamente, il testo del decreto non fa cenno all’
invio di ulteriori rinforzi discusso al vertice informale dei ministri della Difesa Nato a Vilnius, in Lituania,
lo scorso 7 e 8 febbraio: in primavera l’Italia manderà nell’ovest dell’Afghanistan
altri 2-300 uomini, truppe da combattimento destinate alla creazione di un ‘Battle
Group’ italo-spagnolo di 5-600 uomini per fronteggiare la guerriglia talebana
in caso di bisogno (necessità che la Nato considera scontata con la prevista offensiva
talebana di primavera). Un compito, questo, svolto finora dalla più esigua Forza
di Reazione Rapida (Qrf) italo-spagnola di circa 300 uomini, coinvolta in
numerosi scontri a fuoco occasionali con i talebani e sopratutto nell’offensiva Nato dello scorso novembre,
quando gli oltre 200 soldati italiani della Qrf (con carri armati Dardo ed elicotteri
Mangusta) combatterono per tre settimane contro i talebani per la riconquista
di due distretti della provincia sud-occidentale di Farah.
La guerra negata. In aula verrà sicuramente dibattuta la
reale natura della missione in Afghanistan. Ma non servirà a nulla, perché la verità
rimarrà occultata dietro la cortina fumogena della retorica governativa della
“missione di pace” che Prodi e i suoi ministri – e ora anche i suoi candidati
alla successione, Veltroni e Berlusconi – continuano a usare. Con la fondamentale
complicità dei grandi giornali e dei telegiornali; come il
Tg1 che qualche giorno fa diceva che, mentre i nostri soldati sono impegnati nella
missione Isaf, descritta come una missione sostanzialmente umanitaria e di polizia,
“gli americani di Enduring Freedom continuano a dare la caccia ai talebani”. Solo
loro.
Come se i duecento incursori italiani delle forze speciali della Task Force 45
non fossero regolarmente impegnati, fin dal 2006, a combattere i talebani nelle
province afgane occidentali nell’ambito dell’
operazione ‘Sarissa’.
Come se le migliaia di soldati britannici, canadesi e olandesi che dal 2006 combattono
e muoiono ogni giorno nel sud dell’Afghanistan non facessero parte della stessa
missione Isaf a cui partecipa l’Italia.
Come se i vertici Nato, fortemente preoccupati per l’avanzata dei talebani, non
fossero da mesi infuriati con l’Italia e con gli altri Paesi alleati (Germania,
Francia e Spagna) che non danno il loro pieno contributo alla missione Isaf inviando
uomini sufficienti e mezzi adeguati a combattere questa guerra.