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Alle 17 ora locale si sono chiusi i seggi per le elezioni provinciali e parlamentari
in Pakistan. Meno alta del previsto l'affluenza al voto, che l'agenzia di stampa
cinese ha calcolato di poco superiore al 60 percento; un risultato deludente da
imputare all'alone di scarsa sicurezza creatosi intorno queste consultazioni,
con vari incidenti ai seggi che hanno fatto segnare 14 morti lunedì 18 febbraio.
Domenica i morti erano stati 47, per motivi collegati alle elezioni.Il voto rimane
comunque una speranza per i sette milioni di pachistani della diaspora. A nessuno
di loro è consentito spedire il proprio voto per posta o esprimerlo attraverso
ambasciate e consolati. Questo vale sia per i 65mila pachistani residenti ufficialmente
in Italia, sia per la maggiore comunità d'oltremare, il milione di pachistani
residenti in Inghilterra, sia per le vaste comunità che hanno trovato lavoro in
Asia, tra Malesia, Indonesia, Singapore, Dubai e Qatar.
Aria di brogli “Se ci saranno prove di elezioni truccate, sarà guerra civile”, ha minacciato
Imran Khan, ex idolo delle folle quando era uno sportivo di successo (capitano
delle nazionale di cricket) adesso alla testa di una formazione pro islamica attestata
intorno il 2 percento di promesse di voto, secondo recenti sondaggi pubblicati
negli Usa. Anche il Congresso americano, per voce dell'ex segretario della Commissione
difesa Joseph Biden, ha promesso: “Il pentagono dovrebbe ritirare ogni forma di
aiuto militare e economico, se queste elezioni si rivelassero assolutamente falsate
dai brogli”. Biden è un inviato della organizzazione umanitaria vicina al governo
di Washington, UsAid, con l'incarico di vigilare sulla regolarità delle consultazioni elettorali.
Anche Liaqat Baluch, segretario del partito estremista Jamaat e Islami, ha promesso
in un comizio a Peshawar, nelle Aree tribali: “Boicotteremo queste elezioni: abbiamo
avuto notizie dai quattro angoli del paese di ripetuti brogli”.
“Siamo alla guerra civile” “Temo che Musharraf dichiari che il suo partito è arrivato primo con la maggioranza
relativa; in quel caso sarebbe guerra civile, perché i sondaggi prima del voto
lo davano sotto il 20 percento, mentre i suoi rivali del Ppp, orfani di Benzir
Bhutto uccisa in dicembre, dovrebbero ottenere più del 50 percento”. Ahmad Ejaz
risiede da 18 anni in Italia, ha contribuito a scrivere due libri sul Pakistan
e coordina un giornale diretto ai suoi conterranei. A lui è stato negato il diritto
al voto. “Ma l'unica volta che ci è stato consentito è quando il presidente Musharraf
nel 2002 ci chiedeva con un referendum la possibilità di continuare a governare
per altri sette anni; e non avevamo molte alternative. Noi espatriati siamo abituati
a vederci negato il diritto di voto: quel che mi preoccupa ora è se il paese sarà
sconvolto dagli scontri. Io dovevo rientrare il 2 marzo, ma se il presidente non
riconosce la vittoria, che si aspetta larga, del Partito del Popolo, credo che
la guerra civile durerà a lungo”. “Ho chiesto mille volte all'ambasciata e al
ministero a Islamabad che procedura dovevo seguire per il voto, visto che sono
un rifugiato politico” ci ripete al telefono da Bolzano Khan Wal Jaweed, “ma sono
sempre stato rimbalzato: hanno fatto finta di darmi molta importanza, ma le mie
richieste sono sempre cadute nel vuoto”. Anche Khan , che ora lavora per la maggiore
tv pachistana, ha molti timori: “I sondaggi Usa erano giusti: se guardiamo le
ultime 5 elezioni, il Ppp dei Bhutto si attestava sempre poco sotto il 50 percento,
e ora che Benzir è stata uccisa il voto a loro favore sarà ancora maggiore. Io
non temo disordini: sono sicuro che ci saranno scontri e morti se Musharraf dovesse
provare a truccare in maniera spropositata il voto. Anche il Punjab a Nord, non
solo la regione del Sindh (fedele ai Bhutto e loro terra d'origine, ndr) scenderà
in piazza per difendere il voto, ne può stare certo”.Gianluca Ursini