14/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il bollettino settimanale delle guerre e dei conflitti in corso n.1 - 2005 dal 7/1 al 14/1
Un guerrigliero irachenoIRAQ - Dal 5 gennaio non si hanno più notizie di Florence Aubenas, giornalista francese di Liberation. Si ritiene che possa essere stata rapita.
Il 7 gennaio è cominciato il processo a Charles Graner, il torturatore di Abu Ghraib. Il suo avvocato ha annunciato la linea difensiva: Graner eseguiva solo ordini superiori.
L’11 l’Ucraina ha annunciato che si ritirerà dall’Iraq.
Il 12 il premier Allawi ha ammesso, per la prima volta, che in alcune zone del Paese sarà impossibile votare per l’assenza delle minime condizioni di sicurezza.
Il 13 due stretti collaboratori dell’ayatollah al-Sistani, massima autorità religiosa sciita in Iraq, sono stati assassinati a Salman Pak e a Najaf. Gli sciiti sono la maggioranza in Iraq e sono intenzionati a votare entro il 30 gennaio, mentre i sunniti cercano di guadagnare tempo. Sempre il 13 è stato ucciso Muayad Sami, esponente del Partito Comunista iracheno, candidato alle prossime elezioni. E’il terzo dirigente del partito a essere assassinato nelle ultime tre settimane.
Le ultime stime indipendenti ritengono che le vittime civili dall’inizio del conflitto in Iraq possano essere 17 mila. I militari morti in Iraq dall’inizio della guerra sono 1521.
 
ISRAELE E PALESTINA - Il 3 gennaio un palestinese è stato ucciso da soldati israeliani mentre tentava di sparare un razzo.
Il 4 gennaio 8 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, 4 erano minorenni. Lo stesso giorno 3 israeliani sono rimasti feriti a Sderot e presso la zona industriale di Eretz.
Il 5 un militante palestinese è stato ucciso dai soldati israeliani al valico di Eretz; 7 israeliani sono rimasti feriti nell’esplosione di due razzi lanciati da palestinesi contro una base militare.
Il 7  un israeliano è stato ucciso e 4 sono rimasti feriti vicino a Nablus in seguito a un attacco al veicolo sul quale viaggiavano. Un palestinese è stato ucciso da soldati israeliani nei pressi della colonia di Ganey Tal.
L’8 un palestinese di 65 anni, è stato ucciso vicino all'insedimaneto di Gush Katif.
Il 9 l’aviazione israeliana ha bombardato basi Hezbollah nel sud del Libano, un osservatore francese è stato ucciso.
Il 10 gennaio i Palestinesi hanno eletto Abu Mazen come successore di Arafat. I gruppi integralisti hanno dichiarato di essere pronti a sostenere Mazen, ma la Jihad islamica ha rivendicato un attacco del 12 gennaio contro un insediamento ebraico nel sud della Striscia di Gaza in cui sono rimasti uccisi un civile israeliano e i due attentatori
Il 13 un civile palestinese è stato ucciso dai militari israeliani nella Striscia di Gaza. Secondo fonti palestinesi l’uomo accompagnava in ospedale la moglie incinta. Per l’esercito israeliano, l’uomo non ha rispettato l’ordine di fermarsi al check-point.
 
KOSOVO - Il 13 gennaio un militare della polizia dell’UNMIK (la missione delle Nazioni Unite in Kosovo) è rimasto ucciso dall’esplosione della sua macchina. Un portavoce dell’Onu ha riferito che si è trattato di un attentato. La tensione tra comunità albanese e serba è in aumento.
Il 7 nella valle di Presevo, al confine tra Serbia e Macedonia, un poliziotto serbo ha ucciso un ragazzo albanese che tentava di passare la frontiera. La popolazione locale di origine albanese ha manifestato per giorni chiedendo l’intervento della comunità internazionale.
 
ALGERIA: Il 5 gennaio, 20 membri delle forze di sicurezza algerine sono stati uccisi in un'imboscata a Biskra , a 500 chilometri da Algeri. Secondo fonti governative algerine, autori dell'attacco sarebbero i miliziani del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), vicino a Osama Bin Laden. Le vittime, secondo il quotidiano algerino 'L'expression' che dà la notizia, sono 13 militari e 5 membri del Gruppo di legittima difesa, composto da civili armati. Il commando che li ha fatti cadere in trappola era costituito di una cinquantina di uomini.
 
AFGHANISTAN - Dopo un 2004 che si è chiuso con un bilancio non proprio da ‘paese pacificato’ (1.124 morti in scontri armati e attentati), il 2005 è iniziato male, soprattutto per le truppe Usa.
Il 2 gennaio un soldato statunitense è stato ucciso nei pressi dell’aeroporto di Herat durante la perquisizione della casa di un comandante afgano filo-talebano, che è stato ucciso assieme a una donna della sua famiglia.
Il 3 gennaio un altro sodato Usa è stato ucciso, e tre gravemente feriti, al capo opposto del paese, nei pressi di Asadabad, provincia orientale di Kunar, quando la sua pattuglia è stata attaccata da guerriglieri talebani.
Lo stesso giorno un soldato afgano e 4 guerriglieri talebani sono morti nella provincia meridionale di Zabul in una battaglia durata tre ore.
E poco più a est lungo il confine con il Pakistan, provincia di Paktika, 3 soldati pachistani penetrati per errore in territorio afgano sono stati uccisi dalle guardie di frontiera afgane.
Il giorno dopo, questo incidente ha provocato un lungo scambio di colpi d’artiglieria tra i due eserciti, a quanto pare senza vittime.
Il 13, 2 soldati afgani e 2 miliziani talebani sono morti in una battaglia nella provincia centrale di Uruzgan, scoppiata mentre le truppe governative stavano distruggendo una piantagione di papaveri da oppio.
 
CECENIA E INGUSCEZIA - Il primo gennaio i soldati russi hanno condotto un’insolita e massiccia serie di rastrellamenti in giro per la Cecenia, prelevando intere famiglie, con vecchi e bambini: 6 famiglie da Grozny, 4 da Urus-Martan e addirittura 12 dal villaggio di Avtoury.
Nei giorni successivi, altri 8 civili sono stati rapiti, 11 sono stati trovati morti e altri 32 sono stati arrestati.
Nella settimana tra il 3 e il 9 gennaio si sono verificati violenti scontri armati, con bombardamenti dell’artiglieria russa, sulle montagne del distretto di Vedeno, nel sud della Cecenia: almeno 11 soldati russi e 2 guerriglieri ceceni sono morti.
Pesanti combattimenti anche nel distretto occidentale di Achkhoi-Martan, al confine con l’Inguscezia, altra repubblica russa ormai sull’orlo della guerra:l’8 dicembre si è combattuto per le strade di Nazran, dove 150 soldati con blindati hanno assaltato un covo di guerriglieri uccidendo 4 ribelli.
Per rappresaglia il 10 dicembre una caserma russa è stata attaccata da alcuni guerriglieri e il giorno dopo l’esercito russo ha risposto lanciando una massiccia operazione di rastrellamento in vari villaggi ingusci.
Il 2004 si è chiuso con un bilancio pesantissimo: 114 civili trovati morti dopo essere stati rapiti dalle forze di sicurezza russe e altri 175 sono ancora ‘desaparecidos’. Per non parlare delle centinaia di morti (impossibile avere cifre esatte) tra i guerriglieri ceceni e i soldati russi.
Il 2005 sembra confermare questo trend.
 
KASHMIR(India) - Il governo indiano ha reso noto che nel 2004 sono stati uccisi dall’esercito 882 guerriglieri indipendentisti kashmiri.
Il 7 gennaio un commando di 6 guerriglieri ha occupato l’ufficio delle imposte nel centro di Sringar, resistendo per 25 ore alle truppe indiane che alla fine hanno assaltato l’edificio uccidendo tutti i ribelli.
Il 9 gennaio sono rimasti uccisi 3 soldati e un capo ribelle.
Il 10 gennaio nel villaggio di Kelam sono stati uccisi dall’esercito indiano altri 2 guerriglieri: nello scontro a fuoco ha perso la vita anche uno studente di liceo.
Il 12 gennaio una donna è rimasta uccisa, assieme a 2 guerriglieri, durante un combattimento tra ribelli e soldati nel villaggio di Partapora, distretto meridionale di Pulwama.
 
SUDAN - Il 9 gennaio scorso governo e  ribelli del Sudanese People’s Liberation Army si sono incontrati a Nairobi, capitale del Kenya, per firmare nuovamente il protocollo degli accordi di pace su cui le parti erano già d’accordo dal maggio scorso. Se la stretta di mano fra il leader dei ribelli John Garang e i rappresentanti del governo di Omar al Bashir reggesse, porrebbe fine a una guerra cominciata nel 1955 e che ha provocato due milioni di morti. In base agli accordi nord e sud si spartiranno il ricavato della vendita del petrolio per i prossimi sei anni, al termine dei quali il sud potrà decidere per l’indipendenza attraverso un referendum.
Continua tuttavia la guerra in Darfur, nell’ovest del Paese, dove dal febbraio del 2003 i ribelli dello Slam e del Jem si oppongono al governo centrale di Khartoum, colpevole secondo loro di genocidio contro la popolazione nera.
I morti sarebbero saliti a 70mila, 1 milione e 600mila gli sfollati, 200mila i profughi.
 
BURUNDI - Almeno 100 persone sono morte di fame in due province settentrionali di Kirundo e Muyinga. Il governo ha pubblicamente richiesto aiuti immediati alla popolazione delle due aree, che vivono soprattutto di quello che coltivano. Quest’anno i raccolti non sarebbero stati sufficienti per la siccità. Testimoni hanno raccontato alla Irin, l’agenzia stampa delle Nazioni Unite, di aver visto persone disperate alla ricerca di radici, mentre il numero di furti e saccheggi sarebbe aumentato notevolmente.
 
UGANDA - Dopo una breve tregua sono ripresi gli scontri tra esercito e ribelli del Lord’s Resistance Army. Il governo ha deciso di riprendere in mano le operazioni militari dopo aver constatato che il leader dei ribelli, Joseph Kony, temporeggiava nelle trattative. La mediatrice governativa Betty Bigombe si sta incontrando con i portavoce dei ribelli, ma allo stesso tempo l’esercito ugandese ha lanciato nuovi attacchi. Inoltre il leader dei ribelli sudanesi dello Splam, nemico di Kony, ha dato all’Lra 72 ore per lasciare le aree in territorio sudanese dove si nasconde dopo le scorribande nei villaggi nel nord dell’Uganda. 
 
INDONESIA -  Il 26 dicembre, in seguito allo tsunami, i ribelli del Movimento per l’Aceh libero (Gam) e l’esercito governativo si sono accordati su un cessate il fuoco temporaneo. Tuttavia nei giorni successivi non sono mancati gli scontri e le parti in lotta si sono accusate reciprocamente di voler approfittare della tragica situazione per lanciare un’offensiva. Non ci sono però conferme di fonti indipendenti.
Un appello affinché si rispetti la tregua è arrivato il 13 gennaio dagli stessi separatisti del Gam. Prima del 26 dicembre la provincia settentrionale dell’Aceh era in stato di emergenza e chiusa ai giornalisti e alle ong straniere.
Il conflitto si è inasprito a partire dagli anni ’90 e dal maggio 2003 a oggi i militari governativi avrebbero ucciso oltre 2000 ribelli.
 
NEPAL -  Dal 23 al 28 dicembre i guerriglieri maoisti hanno bloccato tutte le vie d’accesso alla capitale Kathmandu per protestare contro le violazioni dei diritti umani compiute dall’esercito governativo. Intanto sono continuati gli scontri.
Il 2 gennaio sono morti 5 poliziotti e altri 6 sono rimasti feriti in un’imboscata dei ribelli. 
Pochi giorni dopo, il 5 gennaio, almeno 30 guerriglieri maoisti hanno perso la vita in una feroce battaglia a Masuria, villaggio del remoto sud-ovest. Le violenze sono aumentate con l’avvicinarsi del 13 gennaio, giorno entro cui il governo aveva chiesto alla guerriglia di riprendere i negoziati.
Il 12 Amnesty International ha denunciato gli abusi commessi dai maoisti che rapiscono bambini e adulti per reclutarli nel loro esercito. La guerra in Nepal è iniziata nel 1996 e finora sono morte più di 10.000 persone.
 
PAKISTAN -  L’8 gennaio un attentato all’influente leader sciita Ziauddin Mussavi ha scatenato una ribellione sciita contro le autorità locali sunnite nella città di Gilgit (Kashmir pachistano). Almeno 15 persone sono morte tra cui anche Zauddin. La tensione nella zona rimane altissima ed è stato proclamato il coprifuoco. Oltre 4000 persone hanno perso la vita in tensioni tra radicali sciiti e radicali sunniti a partire dal 1980.
 
MYANMAR(ex Birmania) -  Il gruppo ribelle birmano Karen national union (Knu), ha dichiarato l’11 gennaio che 300 soldati governativi hanno messo a segno un’incursione nella loro roccaforte lungo il confine tra Thailandia e Myanmar. Questo episodio riaccende gli scontri dopo 13 mesi di cessate il fuoco proclamato però solo verbalmente da governo e Knu. Non si può determinare con esattezza quante persone siano morte e quante siano rimaste ferite. Gli abitanti dei villaggi circostanti hanno iniziato a lasciare le proprie abitazioni. Il Knu sta combattendo per l’autonomia del popolo Karen dal 1949, anno successivo alla proclamazione di indipendenza della Birmania dalla Gran Bretagna.
 
COLOMBIA - Il 2 gennaio sono state massacrate 17 persone, abitanti di alcuni villaggi vicino al confine con il Venezuela. Le autorità colombiane hanno puntato il dito contro le Forze armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), principale gruppo ribelle del Paese, mentre secondo i guerriglieri di sinistra si tratta dell'ennesima strage per mano paramilitare, che richiama quella avvenuta la mattina di Natale. Numerosi paramilitari sono infatti entrati nel villaggio Santa Inés, giurisdizione di El Carmen. Dopo aver riunito gli abitanti, i paras ne hanno presi 7 e li hanno prima picchiati e poi uccisi. Uno di questi, Leonel Bayona Cabrales, è stato lapidato da paramilitari che poi l’hanno finito a bastonate.
Sempre il 25 hanno sequestrato 2 uomini adulti tra il municipio di Convención e quello di Ocaña, per poi assassinarli nella frazione Culebritas.
L’11 un commando ha ucciso a Bogotà il giornalista Julio H. Palacios mentre usciva da casa per raggiungere la redazione di Radio Lemas, dove dirigeva un programma quotidiano. E' stato attaccato da due uomini a bordo di una motocicletta che sono riusciti a dileguarsi rapidamente. A causa dei suoi editoriali polemici verso il governo, il giornalista aveva subito negli anni scorsi due altri attentati.
Il 13 il dirigente indigeno colombiano Saul Márquez Tovar, scomparso in circostanze misteriose il 6 gennaio scorso a Leticia, capitale del dipartimento meridionale di Amazonas, è stato trovato morto nella località brasiliana di Tabatinga, alla frontiera tra i due Paesi. Evidenti i segni di violenze e torture. Márquez, 28 anni, era il presidente dell’Associazione regionale indigena di Arica, che riunisce le comunità del popolo Huitoto, insediate lungo le rive del fiume Putumayo. Si era impegnato in numerosi programmi di sviluppo per la sua gente, soprattutto nei settori dell’istruzione e della comunicazione. Nel 2004 in Colombia sono stati assassinati oltre 100 indigeni.
Categoria: Guerra
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