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Il processo di Oslo. L'iniziativa per vietare le cluster bomb – ordigni che prima di toccare il suolo si dividono in migliaia di piccole munizioni,
molte delle quali rimangono però inesplose – è partita l'anno scorso per merito
di Austria, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Perù e Vaticano, dando
vita al cosiddetto “processo di Oslo”. Finora i Paesi aderenti sono 83. Ma tra
questi non figurano Stati Uniti, Russia, Cina, Israele o Pakistan, cioè alcuni
dei più grandi tra i 34 Paesi produttori. E in Nuova Zelanda, alla conferenza
organizzata dall'organizzazione-ombrello Cluster Munitions Coalition (Cmc), sono arrivati rappresentanti di 41 Paesi sui 76 di quelli che hanno le
bombe a grappolo nei loro arsenali. “Questo è il momento della verità, in cui
i Paesi devono mostrare la loro risolutezza e il loro impegno verso la negoziazione
di un nuovo trattato”, ha detto a Wellington il coordinatore della Cmc, Thomas
Nash.
Le vittime civili. Nessuno mette in dubbio la potenza distruttiva di questi ordigni, né il fatto
che la maggior parte delle sue vittime non siano militari. Non ci sono rapporti
ufficiali sul numero di persone uccise o mutilate. Ma secondo l'organizzazione
Handicap International, il 98 percento delle vittime sono civili, mentre l'Unicef
ha calcolato che il 40 percento delle persone colpite sono bambini, che raccolgono
gli ordigni inesplosi per giocarci. Sono almeno 25 gli Stati ancora infestati
dalle cluster. Le munizioni inesplose rimangono sul terreno per decenni: in Laos, si stima
siano presenti ancora 270 milioni di munizioni dagli anni Sessanta e Settanta.
E nel conflitto tra Israele e Hezbollah dell'estate 2006, quando lo Stato ebraico
lanciò circa un milione di cluster bomb, nell'anno successivo alla fine delle
ostilità sono state circa 200 le persone che hanno perso la vita per colpa di
questi ordigni.
Pressioni per annacquare il trattato. “Stiamo cercando di proibire le munizioni a grappolo che causano un danno inaccettabile
ai civili”, ha detto il presidente del convegno, l'ambasciatore neozelandese al
disarmo Don Mackay. Ma, anche tra i rappresentanti delle nazioni presenti a Wellington,
le posizioni sono diverse. Secondo la Cmc, Paesi come Francia, Germania, Gran
Bretagna e Giappone stanno facendo pressioni diplomatiche per annacquare il trattato
finale, escludendo alcuni tipi di bombe a grappolo dalla messa al bando o istituendo
un periodo di transizione per la sua applicazione. Un primo effetto, comunque,
il “processo di Oslo” l'ha già raggiunto. Nell'attesa di vedere come si svilupperanno
i negoziati, in molti Paesi la produzione di cluster bomb è stata sospesa.Alessandro Ursic