COMMISSIONE PARLAMENTARE
DI INCHIESTA
sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale
italiano impiegato nelle missioni militari all’estero, nei poligoni
di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, nonché
le popolazioni civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti
le basi militari sul territorio nazionale, con particolare attenzione
agli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e
della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali
pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico
Istituita con deliberazione del Senato dell’11
ottobre 2006
________________
SCHEMA DI
RELAZIONE AL PRESIDENTE
DEL SENATO
AI SENSI DELL’ARTICOLO
2 DELLA DELIBERAZIONE DEL SENATO
DELL’11 OTTOBRE 2006
SULLE
RISULTANZE DELL’INCHIESTA SVOLTA
DALLA
COMMISSIONE
(8
febbraio 2008)
Composizione
della Commissione parlamentare di inchiesta sui casi di morte e gravi
malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato nelle
missioni militari all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti in
cui vengono stoccati munizionamenti, nonché le popolazioni
civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi
militari sul territorio nazionale, con particolare attenzione agli
effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e della
dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti
prodotte dalle esplosioni di materiale bellico
(Deliberazione
11 ottobre 2006)
Presidente
sen.
Lidia BRISCA MENAPACE, RC-SE
Vicepresidenti
sen.
Mauro BULGARELLI, IU-Verdi-Com
sen.
Rosario Giorgio COSTA, FI
Segretari
Paolo
BODINI Paolo, PD-Ulivo
sen.
Marcello DE ANGELIS, AN
Membri
sen.
Paolo AMATO, FI
sen.
Roberto ANTONIONE, FI
sen.
Felice CASSON, PD-Ulivo
sen.
Sergio DIVINA, LNP
sen.
Francesco FERRANTE, PD-Ulivo
sen.
Antonio LORUSSO, FI
sen.
Calogero MANNINO, UDC
sen.
Giulio MARINI, FI
sen.
Stefano MORSELLI, Misto, La Destra
sen.
Gianni NIEDDU, PD-Ulivo
sen.
Silvana PISA, SDSE
sen.
Franca RAME, Misto
sen.
Luigi RAMPONI, AN
sen.
Giorgio TONINI, Aut
sen.
Tiziana VALPIANA, RC-SE
sen.
Valerio ZANONE, PD-Ulivo
RELAZIONE AL
PRESIDENTE DEL SENATO
AI SENSI DELL’ARTICOLO 2 DELLA DELIBERAZIONE
DEL SENATO DELL’11 OTTOBRE 2006 SULLE RISULTANZE DELLE INDAGINI
SVOLTE DALLA COMMISSIONE
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1. Introduzione........................................................................................................ |
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1.1 L’istituzione e
l’insediamento della Commissione di
inchiesta........................ |
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1.2 L’attività
svolta................................................................................................. |
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2. I
risultati
dell’inchiesta....................................................................................... |
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3. Il
principio di
probabilità................................................................................... |
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4. Conclusioni e
proposte....................................................................................... |
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5. Note..................................................................................................................... |
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1.
Introduzione
1.1
L’istituzione e
l’insediamento della Commissione di inchiesta
Con la deliberazione del Senato
dell’11 ottobre 2006
i,
è stata istituita la “Commissione parlamentare di inchiesta
sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito il personale
italiano impiegato nelle missioni militari all’estero, nei poligoni
di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, nonché
le popolazioni civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti
le basi militari sul territorio nazionale, con particolare attenzione
agli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e
della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali
pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico”, chiamata
spesso per brevità “Commissione parlamentare di inchiesta
sull’uranio impoverito”.
Ai sensi dell’articolo 3 della
delibera istitutiva, la Commissione è composta da ventuno
senatori, nominati dal Presidente del Senato della Repubblica in
proporzione al numero dei componenti i Gruppi parlamentari.
Il Presidente del Senato, in
data 18 novembre 2006, ha chiamato a far parte della Commissione i
senatori: Paolo Amato, Roberto Antonione, Paolo Bodini, Lidia Brisca
Menapace, Mauro Bulgarelli, Felice Casson, Rosario Giorgio Costa,
Marcello De Angelis, Sergio Divina, Francesco Ferrante, Antonio
Lorusso, Calogero Mannino, Giulio Marini, Stefano Morselli, Gianni
Nieddu, Silvana Pisa, Franca Rame, Luigi Ramponi, Giorgio Tonini,
Tiziana Valpiana, Valerio Zanone
ii.
Il 6 febbraio 2007, il
Presidente del Senato ha poi nominato Presidente della Commissione la
senatrice Lidia Brisca Menapace
iii.
La Commissione si è
quindi insediata nella seduta del 13 febbraio 2007 con la
costituzione dell’Ufficio di Presidenza, ed ha successivamente
proceduto, nella seduta del 6 marzo 2007, all’approvazione del
regolamento interno. Esperiti tali adempimenti, la Commissione ha
quindi iniziato la sua inchiesta.
1.2 L’attività
svolta
La Commissione ha effettuato
complessivamente tredici sedute in sede plenaria, venti riunioni
dell’Ufficio di Presidenza, allargato ai rappresentanti dei Gruppi
parlamentari, una missione in provincia di Lecce, nonché, per
il tramite dei propri consulenti
iv,
due sopralluoghi in Sardegna ed uno in Libano
v.
2.
I
risultati dell’inchiesta
Come già ricordato,
rispetto alla data di approvazione della delibera istitutiva (11
ottobre 2006), la Commissione ha iniziato la sua attività
effettiva con notevole ritardo, essendosi insediata solo il 13
febbraio 2007. Per ragioni di continuità, essa ha ritenuto di
acquisire i dati raccolti e le conclusioni raggiunte, ancorché
in modo necessariamente parziale e provvisorio, dalle omologhe
Commissioni parlamentari e ministeriali che hanno operato nella
passata legislatura
vi.
Tale scelta è stata anche
giustificata dal notevole ampliamento del mandato assegnatole. Se
infatti in precedenza scopo precipuo dell’inchiesta era quello di
verificare l’eventuale utilizzo in Italia o all’estero da parte
delle Forze armate italiane di munizionamento all’uranio
impoverito
vii
ovvero la loro esposizione agli effetti di tale materiale nei teatri
operativi delle missioni internazionali, nella legislatura in corso,
proprio sulla base
della
deliberazione del Senato dell’11 ottobre 2006 e dell’esperienza
acquisita, l’inchiesta ha preso in considerazione, oltre all’uranio
impoverito, altri possibili fattori di rischio che potrebbero aver
innescato le patologie considerate, in modo particolare (ma non
esclusivo) gli effetti della dispersione ambientale delle cosiddette
“nanoparticelle”
viii
di metalli pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico
che, sulla base
delle risultanze scientifiche, per la loro forma e dimensione, sono
anch’esse riconducibili all’esplosione di ordigni all’uranio
impoverito. Inoltre,
mentre l’attenzione delle precedenti inchieste si era appuntata sul
personale militare, quella attuale ha allargato il suo spettro di
azione anche alle popolazioni civili residenti “nei teatri di
conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio
nazionale”.
Uno dei primi problemi
affrontati ha riguardato la difficoltà di disporre di dati
completi e attendibili sui casi delle patologie oggetto
dell’inchiesta, sia in riferimento al personale militare che alle
popolazioni civili interessate.
Anche
il lavoro di questa Commissione è stato rallentato dalla
disomogeneità e parzialità dei dati esistenti, che
nonostante le continue indagini in merito, non hanno consentito un
monitoraggio costante del fenomeno.
La verifica e la
stima del fenomeno è infatti risultata tutt’altro che
agevole, come hanno dimostrato qualificati esperti e scienziati che
sono stati interpellati al riguardo
ix
e che hanno da tempo avviato una serie di studi, al momento ancora
tuttavia parziali ed incompleti.
x
Occorre poi sottolineare la
grande difficoltà, riscontrata dalla Commissione – e che
sembrava insormontabile –, in ordine alla individuazione, in
termini scientifici,
di un rapporto diretto di causa-effetto (nesso
di causalità)
tra le patologie e l’esposizione all’uranio impoverito o ad altri
fattori di rischio. Sia i consulenti della Commissione che gli altri
esperti interpellati, infatti, hanno subito messo in luce la
necessità di disporre di dati più completi ed accurati,
oltre che di tempi adeguati per poter ipotizzare conclusioni
attendibili e non contestabili.
La Commissione ha allora
promosso un’attività sistematica di raccolta dei dati presso
i competenti uffici del Ministero della difesa, mediante la
formulazione di quesiti volti ad individuare il personale militare
ammalato o deceduto tra quello che, nel periodo 1996-2006, ha
prestato servizio nelle missioni all’estero o nei poligoni di tiro
in Italia. Le relative risposte sono state acquisite per il tramite
della Polizia giudiziaria presso tutti i Distretti e i Centri
sanitari militari e trasmessi, per le necessarie valutazioni,
all’Istituto superiore di sanità. Da una prima valutazione
dell’Istituto, il materiale raccolto si è rivelato
interessante ma, ancora una volta, si è fatto presente che lo
stesso aveva natura eterogenea e
incompleta e che,
comunque, un’analisi seria e scientificamente rigorosa avrebbe
richiesto tempi piuttosto lunghi.
Parallelamente, il Ministro
della difesa ha avviato un più generale processo di raccolta,
aggiornamento e verifica dei dati, i cui risultati sono stati
comunicati nel corso delle sedute del 9 ottobre e del 6 dicembre
2007. In particolare, il ministro Parisi ha fornito un elenco,
riguardante tutto il personale militare italiano che risulta essersi
ammalato di tumore maligno nel periodo 1996-2006 nei quattro teatri
operativi principali presi in considerazione ai fini dell’inchiesta
(Balcani, Iraq, Afghanistan e Libano): si tratta di 312 casi, con
esito mortale per 77 soggetti. Tali
risultanze sono da considerarsi approssimate per difetto, a causa
delle suddette lacunosità delle informazioni raccolte, sia per
quanto riguarda il personale militare sia per quello civile.
Il Ministro ha anche precisato
che non è ancora possibile stabilire una base completa di
riscontro: per quanto riguarda i militari inviati all’estero,
infatti, solo per l’ultimo quinquennio 2002-2006 esiste una
raccolta informatizzata da cui si evince il numero preciso di coloro
che hanno partecipato a missioni nei quattro teatri considerati,
ossia 56.600. Atteso che, in riferimento a questa platea, il numero
dei militari che risultano ammalati di tumore nello stesso
quinquennio è pari a 216, l’incidenza, calcolata nell’arco
temporale degli undici anni che vanno dal 1996 al 2006, corrisponde a
380 casi ogni 100.000 persone.
Peraltro,
come riconosciuto dallo stesso ministro Parisi davanti alla
Commissione, trattandosi di dati del tutto parziali e considerato che
per poter fornire serie indicazioni statistiche epidemiologicamente
significative sarebbe necessario sottoporre anche ad una valutazione
comparativa per fasce di età, per tipi di tumore e per periodi
di esposizione reali e corrispondenti all’impiego in zone a
rischio, va ribadito che si tratta di stime approssimative per
difetto. Del resto, per apprezzare compiutamente il complessivo
fenomeno appare necessario il decorso di un adeguato periodo di
latenza e occorrerebbe altresì prendere in esame i casi dei
militari italiani inviati all’estero in scenari di guerra in
periodi precedenti il 1996 (quanto meno dal 1990).
Proprio per queste
ragioni, il 23 novembre 2007 è stato costituito un apposito
organismo di ricerca, denominato
“Comitato
per la prevenzione e il controllo delle malattie del Ministero della
difesa”, composto
da ricercatori di riconosciuta competenza scientifica prescelti,
oltre che dal Ministero della Difesa, da quelli della salute e della
ricerca, anche su indicazione della stessa Commissione. È
quindi auspicabile che la creazione di questo organismo
ad
hoc possa consentire
finalmente di addivenire ad una più completa conoscenza del
fenomeno e, di conseguenza, a più precise valutazioni
xi.
3.
Il
criterio
di probabilità
Stando così le cose, la
Commissione ha operato un
mutamento di prospettiva nell’impostazione
del problema, invertendo, per così dire, l’onere della
prova. Atteso
infatti che le ricerche e i dati disponibili non consentivano di
confermare, ma neanche di escludere, un possibile legame tra le
patologie oggetto dell’inchiesta e l’esposizione all’uranio
impoverito o ad altri agenti nocivi, la Commissione ha sostituito al
criterio del nesso di causalità, quello del criterio
di probabilità,
utilizzando criteri statistico-probabilistici nella valutazione delle
possibili cause delle patologie e sganciando, in un certo senso,
l’effetto dalla causa. Non potendosi affermare – ma neppure
escludere – la relazione tra l’evento morboso e la causa
scatenante, il fatto stesso che l’evento si sia verificato
costituisce di per sé, a prescindere cioè dalla
dimostrazione del nesso diretto, motivo sufficiente per il ricorso
agli strumenti risarcitori. In tal modo è consentito l’accesso
alle forme di assistenza e risarcimento previste dalle disposizioni
vigenti (compreso il riconoscimento della causa di servizio e della
speciale elargizione) in base ad un dato obiettivo ed inconfutabile,
rappresentato, appunto, dal verificarsi dell’evento morboso a
prescindere dall’accertamento scientifico e medico della
causa scatenante.
L’impostazione proposta dalla
Commissione ha trovato accoglimento anche in sede normativa, con
appositi stanziamenti a favore delle vittime e dei loro familiari,
nel testo del decreto legge 1° ottobre 2007, n. 159 (convertito,
con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222), che,
estendendo i benefici previsti per le vittime del terrorismo, ha
stanziato 175,72 milioni di euro per il biennio 2007-2008 e 3,2
milioni a decorrere dal 2009, ai quali si aggiungono i 30 milioni di
euro per il triennio 2008-2010, previsti specificamente per le
patologie oggetto dell’inchiesta, nella legge finanziaria per il
2008 (legge 24 dicembre 2007, n. 244).
Si è cercato così
di fornire una prima, doverosa risposta alle vittime delle patologie
e alle loro famiglie, che hanno spesso denunciato la difficoltà
di accedere agli istituti assistenziali e risarcitori indispensabili
per far fronte alle drammatiche conseguenze della malattia,
sentendosi quasi abbandonati dalle istituzioni. Al
riguardo, inoltre, si segnala che, oltre alle difficoltà
burocratiche incontrate dagli aventi diritto ai risarcimenti, vi sono
stanziamenti approvati dalle leggi finanziarie 2007 e 2008 che
restano tuttora inutilizzati. In
tal senso, la Commissione ha anche fatto presente la necessità
di semplificare le relative procedure amministrative, ottenendo al
riguardo un preciso impegno da parte del Ministero della difesa, che
si è concretizzato in prima istanza mediante l’emanazione di
un’apposita circolare (la n. 0010654 del 1° giugno 2007) da
parte della competente Direzione generale della Sanità
militare. Lo stesso Ministro, nella ricordata audizione del 6
dicembre 2007, ha confermato che sono state avviate le pratiche per i
risarcimenti e, ove possibile, per il riconoscimento della causa di
servizio ai soggetti interessati, con priorità per quelli
ricompresi nell’elenco elaborato dal Ministero. Inoltre, pur non
rientrando nei compiti ad essa assegnati dalla delibera istituiva, la
Commissione stessa non ha mancato di segnalare all’attenzione dei
competenti Uffici singoli casi di cui sia venuta direttamente a
conoscenza (in particolare in occasione del sopralluogo effettuato
nel corso della missione a Lecce).
D’altra
parte, durante l’audizione dei consulenti e degli esperti svoltasi
nella seduta del 4 ottobre 2007, è stata chiaramente segnalata
la natura genotossica dell’uranio impoverito, da un punto di vista
sia chimico che radiologico, con ciò espressamente indicando
che non esiste una soglia biologicamente sicura per agenti di tale
natura. Va altresì rilevato che le esposizioni in questione
temporalmente precedono l’insorgenza delle patologie in esame. E va
ricordato che un aumento significativo dei linfomi di Hodgkin era
stato evidenziato già da parte della Commissione Mandelli fra
i militari italiani che avevano operato nei Balcani.
Si ritiene pertanto che
sussistano gli elementi previsti dalle disposizioni vigenti per
l’accesso alle diverse forme di assistenza e di indennizzo previste
dalle disposizioni vigenti (compreso il riconoscimento della causa di
servizio e della speciale elargizione).
Per quanto concerne le altre
tematiche dell’inchiesta, la Commissione ha intrapreso un’attività
conoscitiva tesa ad accertare le effettive condizioni di sicurezza e
di salubrità dei poligoni di tiro in Italia, mediante una
serie di sopralluoghi effettuati direttamente (presso il poligono di
Torre Veneri in Puglia) ovvero per il tramite dei propri consulenti
(presso i poligoni di Capo Teulada e di Salto di Quirra in Sardegna).
In particolare, l’attenzione si è concentrata sul poligono
interforze di Salto di Quirra, dove le competenti autorità
civili e militari, proprio su impulso della Commissione, hanno
avviato un importante programma di monitoraggio sanitario e
ambientale, che dovrebbe fare chiarezza circa l’eventuale presenza
in loco di
agenti inquinanti o altri possibili fattori di rischio per la salute
umana
xii.
Dal punto di vista
organizzativo, permangono inoltre ancora dubbi (già
evidenziati nella precedente legislatura) circa l’adeguatezza delle
procedure di controllo sulle attività svolte nei poligoni, nel
caso in cui gli stessi siano affittati a ditte private, attesi i
rischi (non dimostrati ma certamente non trascurabili) che alcune di
tali attività possano dare luogo a forme di inquinamento anche
pesante (ad esempio a Salto di Quirra si è sperimentato il
motore dei missili Ariane
e Zefiro,
destinati a lanciare satelliti nello spazio). Su tali aspetti appare
quindi auspicabile un rafforzamento dei controlli all’interno delle
basi, e la conseguente
modifica della procedura prevista per l’affitto dei poligoni.
La Commissione ha poi intrapreso
una serie di controlli, per il tramite dei suoi consulenti, presso i
competenti uffici militari circa il tipo di munizionamento
attualmente impiegato dalle Forze armate italiane, onde accertare
l’eventuale presenza di uranio impoverito. Almeno allo stato e
sulla scorta di quanto si è potuto verificare, non è
risultata traccia dell’utilizzazione in Italia di tale materiale,
come peraltro è sempre stato dichiarato dal Ministero della
difesa (e come è stato ribadito dallo stesso ministro Parisi
nell’audizione del 4 ottobre 2007). Va
peraltro segnalato come, alle ripetute richieste di taluni Commissari
di ottenere dati certi in ordine all’uso di uranio impoverito anche
da parte dei vari eserciti stranieri impegnati negli scenari di
guerra e in tutti i luoghi che hanno interessato militari italiani -
richieste la cui importanza è stata ribadita come fondamentale
e preliminare da parte di tutti i consulenti intervenuti alla seduta
del 13 dicembre 2007 -, non sia stata fornita risposta completa e
convincente. Facendo venir meno così uno dei dati essenziali e
primari per la valutazione dell’esposizione e quindi del rischio.
Si è inoltre ritenuto
opportuno controllare l’adeguatezza delle misure precauzionali e
degli equipaggiamenti di protezione individuale adottati dalle truppe
italiane nei teatri operativi all’estero, anche in rapporto alle
condizioni igieniche e ambientali, controlli dai quali sono stati
tratti importanti spunti di riflessione. Se infatti non è
ancora certo il legame fra casi di malattie o decessi tra il
personale militare, è però evidente che i soldati
partecipanti alle missioni internazionali si sono sempre trovati ad
operare in contesti post-bellici, assai degradati dal punto di vista
ambientale ed igienico-sanitario, e che, in alcuni casi e in soggetti
predisposti, ciò potrebbe concorrere a determinare l’insorgere
di gravi patologie, tumorali e non. Risulta quindi fondamentale che i
soldati inviati in queste zone siano adeguatamente protetti, sia dal
punto di vista dell’equipaggiamento individuale che delle misure
generali di controllo e profilassi
xiii.
Nel corso dell’inchiesta è
emersa anche l’esigenza di approfondire ulteriori tematiche legate
alle possibili cause delle patologie. Pur continuando ad indagare
sull’uranio impoverito, l’attenzione si è concentrata su
altri fattori di rischio,
in
primis la dispersione
di nanoparticelle di metalli pesanti prodotte dalle esplosioni di
materiale bellico o da altre combustioni
xiv.
Altra problematica presa in
considerazione è quella delle
vaccinazioni
alle quali vengono sottoposti i militari
ogni
qualvolta sono in procinto di partire per una
missione all’estero
senza
previa verifica del livello anticorpale presente.
Da più parti
xv
è stata infatti segnalata la necessità di una verifica
in ordine al tipo di vaccini somministrati
,
alla quantità, ai relativi protocolli ed al rispetto di
questi, onde evitare
che, in soggetti particolarmente predisposti
o immunodepressi per qualsivoglia causa,
possano determinarsi squilibri del sistema immunitario tali da
indurre l’effetto paradosso di aumentare la vulnerabilità da
parte di agenti patogeni.
Per contro, è stata
ribadita
xvi
la correttezza delle modalità di preparazione dei vaccini e
dei protocolli di somministrazione adottati dalle Forze armate
italiane, oltre che, più in generale, delle misure di
profilassi igienico-sanitaria. Pur
non essendovi dunque
elementi
specifici per ipotizzare possibili effetti
nocivi, restano però alcuni dubbi, che avrebbero meritato seri
approfondimenti
, anche
alla luce dei differenti lavori scientifici presenti in letteratura
sugli effetti avversi delle vaccinazioni e dell’applicazione della
legge 25 febbraio 1992, n. 210, ma
che il breve lasso di tempo a disposizione non ha consentito di
effettuare.
Per
quanto riguarda le vittime delle patologie nell’ambito del
personale militare, non è ancora stato possibile individuare
con assoluta precisione quanti hanno operato all’interno dei
poligoni militari in Italia, mentre una nuova attenzione si è
concentrata sul personale civile delle organizzazioni non governative
(ONG) che, nel corso degli anni passati, hanno prestato la loro
attività volontaristica nei teatri di guerra e nel cui ambito
sono stati pure segnalati casi anomali di malattie che dovrebbero
costituire oggetto di attenta verifica. In proposito la
Commissione ha avviato nel gennaio 2008 uno specifico progetto di
ricerca che però, anche in questo caso, l’imminente scadenza
del mandato ha impedito di proseguire.
Va comunque sottolineata
l’estrema difficoltà di reperire informazioni in un settore,
come quello della cooperazione internazionale, estremamente
frammentato ed eterogeneo, dove manca una gestione centralizzata
delle diverse iniziative e, di conseguenza, anche una registrazione
ufficiale da chi, a vario titolo, vi ha preso parte. Ciò è
confermato dagli scarsi risultati ottenuti in materia dal già
citato programma di monitoraggio svolto dal Ministeri della difesa e
della salute, ai sensi della legge n. 27 del 2001: la lista del
personale civile che ha operato nei Balcani è infatti ancora
in fase di costruzione e i dati finora raccolti non consentono di
avanzare conclusioni. D’altra parte, anche la Commissione, nella
sua breve attività di ricerca, ha ricevuto un numero di
risposte assai scarso dalle ONG contattate, ragione per la quale la
questione rimane tuttora aperta.
Parimenti aperto, per l’estrema
difficoltà di reperire dati adeguati
e
per la necessità di investire adeguate risorse finanziarie
oltre che specifiche capacità e competenze professionali,
resta il tema dell’esposizione delle popolazioni civili, non solo
di quelle residenti nelle zone adiacenti alle basi militari in
Italia, ma, anche e soprattutto, di quelle residenti nei teatri di
conflitto all’estero
xvii.
Giova infine ricordare che, a
fronte di un’attività così intensa, grazie alla
collaborazione a titolo gratuito prestata dai propri consulenti, la
Commissione ha speso meno di un terzo del bilancio complessivo a sua
disposizione (ammontante a 100.000 euro per l’anno 2007),
trattandosi essenzialmente del rimborso degli oneri sostenuti per gli
incarichi svolti (spese di viaggio, vitto e alloggio, analisi ed
esami specialistici non eseguiti presso laboratori pubblici).
La complessità,
l’ampiezza e il rilievo anche sociale delle tematiche affrontate,
delle quali si è cercato di offrire una sintetica panoramica,
avrebbero richiesto un ulteriore tempo per completare i lavori della
Commissione nelle varie direzioni indicate. A tal fine, è
stata presentata in Senato una proposta di proroga di un anno,
sottoscritta da rappresentanti di tutte le forze politiche (Doc.
XXII, n. 3-
bis)
e assegnata in sede deliberante alla Commissione difesa, la cui
discussione, che ha avuto inizio nella seduta pomeridiana del 16
gennaio 2008, è stata interrotta a causa dell’apertura della
crisi di governo. Nel dibattito che si è tenuto, va segnalato
l’ampio consenso registrato intorno alla proposta e il generale
apprezzamento espresso per il lavoro svolto
nell’inchiesta,
come testimoniato anche dai pareri favorevoli espressi da altre
Commissioni in
sede consultiva
xviii.
4. Conclusioni
e proposte
La
Commissione prende atto dell’impossibilità di stabilire,
sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, un nesso diretto di
causa-effetto (nesso
di causalità)
tra le patologie oggetto dell’inchiesta e i singoli
fattori
di rischio individuati nel corso delle indagini, con particolare
riferimento agli effetti derivanti dall’uranio impoverito e dalla
dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di metalli pesanti. Al
tempo stesso, vista la obiettiva sussistenza di fenomeni morbosi
anche in riferimento alla operatività di altre concause,
legate in tutto o in parte ai contesti fortemente degradati ed
inquinati dei teatri operativi in cui ha operato il personale
militare italiano, ritiene che il verificarsi dell’evento
costituisca di per sé elemento sufficiente, quanto meno sul
piano ontologico (criterio
di probabilità),
a determinare il diritto per le vittime delle patologie e per i loro
familiari al ricorso agli strumenti indennitari
previsti
dalla legislazione vigente (compreso il riconoscimento della causa di
servizio e della speciale elargizione). Esprime
il concreto auspicio che si prosegua sulla via dell’effettiva
semplificazione delle procedure amministrative per l’accesso ai
suddetti istituti, anche mediante una più ampia opera di
informazione e di sensibilizzazione tanto nei confronti dei cittadini
che delle istituzioni interessate.
In tal senso, la Commissione
raccomanda anzitutto il completamento della raccolta e dell’analisi
epidemiologica dei dati sanitari relativi al personale militare e
civile interessato dall’oggetto dell’inchiesta, sia di quello
operante nei poligoni e nelle basi militari sul territorio nazionale
che di quello inviato nelle missioni internazionali all’estero.
La
Commissione ritiene altresì opportuno avviare, appena
possibile, una generale revisione dei protocolli di controllo
sanitario preventivo, in particolare per i soggetti destinati
all’estero, mediante esami clinici di tipo più mirato e
maggiormente orientati alla verifica delle condizioni immunitarie dei
soggetti esaminati, al fine di individuare tempestivamente eventuali
stati di rischio per la salute o
la necessità di precauzioni aggiuntive.
È
altresì auspicabile che tale verifica sia attuata attraverso
una analisi dei dati diversificata in base al sesso, in modo tale da
tenere conto delle differenze di radiosensibilità e di
risposta alle vaccinazioni.
Sarebbe
utile iniziare quanto prima un programma di verifica degli attuali
schemi di vaccinazione praticati ai medesimi soggetti, verificando,
in caso di successive missioni ravvicinate, la situazione
immunologica del soggetto e, quindi, l’eventuale necessità e
l’utilità di ripetizione della somministrazione,
con
riguardo
alle modalità di preparazione dei vaccini stessi e,
soprattutto, ai relativi schemi di somministrazione, anche
alla luce della presenza di metalli pesanti riscontrata sia nelle
urine che nello sperma di taluni dei militari vaccinati.
La
Commissione raccomanda, inoltre, di avviare una indagine
epidemiologica volta a verificare l’eventuale incremento del tasso
di morbilità e malformazioni congenite nei bambini nati dal
1990 ad oggi, dai militari che si sono recati in missione nelle aree
di interesse, nonché il tasso di infertilità dei
militari stessi.
È
inoltre particolarmente auspicabile un’attenta valutazione delle
specifiche condizioni ambientali dei vari contesti operativi, sia al
fine di selezionare le migliori forme di sistemazione logistica ed i
più appropriati equipaggiamenti di protezione individuali per
le truppe impiegate, sia al fine di garantire un continuo e adeguato
monitoraggio sui rischi di natura nucleare, batteriologica, chimica e
radiologica, mediante la presenza costante di figure professionali
specializzate e di attrezzature idonee.
La
Commissione ribadisce la necessità di un attento monitoraggio
delle attività condotte e dei materiali impiegati nei poligoni
di tiro in Italia, sia da parte delle Forze armate che di eventuali
soggetti terzi, pubblici e privati, riservando particolare attenzione
ai controlli di tipo sanitario ed ambientale, all’interno delle
strutture e nelle zone ad esse adiacenti. Raccomanda, in tale
contesto, la prosecuzione delle attività di monitoraggio ed
approfondimento già avviate dalle competenti autorità
civili e militari.
La Commissione è
favorevole all’introduzione per il futuro di procedure finalizzate
al censimento, nel rispetto della libertà individuale, del
personale civile non dipendente da organismi pubblici (ONG) che,
nell’ambito di iniziative di solidarietà, intenda recarsi in
teatri bellici all’estero, valutando altresì l’estensione
a tali soggetti dei protocolli di controllo sanitario previsti per il
personale militare o di altre amministrazioni pubbliche e
l’individuazione di adeguate forme di assistenza e di tutela, anche
di carattere assicurativo.
La
Commissione rileva come, in molti casi, gli istituti di ricerca e gli
enti pubblici competenti non siano attrezzati per fornire il
necessario supporto tecnico-scientifico alle procedure conoscitive
degli organi parlamentari, le cui finalità e la cui durata mal
si conciliano da un lato con i tempi troppo lunghi imposti dalla
ricerca accademica e scientifica, dall’altro con i vincoli
burocratico-amministrativi degli enti pubblici. Sarebbe quindi
auspicabile prevedere, per il futuro, che gli organi di inchiesta
parlamentari, nell’ambito e nei limiti dei loro poteri, equiparati
dalla Costituzione a quelli dell’autorità giudiziaria,
possano richiedere ricerche e indagini ad
hoc
(anche su base statistico-campionaria) agli enti di ricerca pubblici,
in modo da facilitare il loro compito ed evitare, tra l’altro, il
ricorso a collaborazioni e consulenze da parte di esperti privati
che, oltre ad essere più costose per il bilancio dello Stato,
potrebbero non sempre garantire lo stesso grado di imparzialità.
La
Commissione formula infine l’auspicio che, in base al principio di
precauzione, l’uranio impoverito non sia utilizzato a fini bellici,
stanti la sua natura radioattiva e genotossica ed i sicuri effetti di
inquinamento ambientale, come confermato dalla letteratura
internazionale, e indica la necessità di un approfondimento
della ricerca sui suoi meccanismi d’azione, soprattutto in
relazione agli aspetti sinergici.
5.
Note
dottor
Armando Benedetti, esperto qualificato in radioprotezione del Centro
interforze studi per le applicazioni militari (CISAM);
tenente
colonnello dottor Ezio Chinelli, responsabile del Servizio di
anatomia patologica e di ematologia del Laboratorio di analisi
mediche “Ravanello” del Veneto;
dottoressa
Antonietta M. Gatti, responsabile del Laboratorio di biomateriali
presso il Dipartimento di neuroscienze dell’Università
degli studi di Modena e Reggio Emilia;
dottor
Valerio Gennaro, dirigente medico del Dipartimento di epidemiologia
e prevenzione dell’Istituto nazionale di ricerca sul cancro di
Genova;
dottor
Domenico Leggiero, responsabile del Reparto difesa dell’Osservatorio
permanente e Centro studi per il personale delle forze armate, forze
di polizia e società civile
(fino al 4 ottobre 2007);
capitano
Paride Minervini, esperto di balistica;
professor Massimo Zucchetti, docente di protezione dalle radiazioni
presso il Politecnico di Torino.
3
a seduta (27 marzo 2007): audizione di consulenti.
4
a seduta (11 aprile 2007): audizione di rappresentanti dell’Istituto
superiore di sanità e di consulenti;.
5
a seduta (17 aprile 2007): audizione di rappresentanti dell’Istituto
superiore di sanità.
6
a seduta (2 maggio 2007): audizione di esperti.
7
a seduta (17 maggio 2007): audizione del generale di corpo d’armata
Fabrizio Castagnetti, Capo operativo di vertice Interforze, e
dell’Ammiraglio ispettore capo Vincenzo Martines, Direttore
generale della sanità militare.
8
a seduta (17 maggio 2007): audizione di esperti e di consulenti.
9
a seduta (4 ottobre 2007): audizione di consulenti.
10
a seduta (9 ottobre 2007): audizione del Ministro della difesa, Arturo
Parisi.
11
a seduta (6 dicembre 2007): audizione del Ministro della difesa,
Arturo Parisi.
12
a seduta (13 dicembre 2007): dibattito sulle
comunicazioni del Ministro della difesa ed audizione di consulenti.
Missione
(20-21 settembre 2007). la Commissione ha
incontrato, presso la prefettura di Lecce, una rappresentanza di
militari vittime delle patologie oggetto dell’inchiesta e di loro
familiari, ed ha poi visitato il vicino Poligono militare di Torre
Veneri, presso il quale vi è stato anche un approfondito
incontro con il Comandante, con i suoi collaboratori e con altri
alti ufficiali delle Forze armate.
Sopralluoghi dei consulenti. Il primo sopralluogo (8-11 luglio 2007)
presso il poligono militare di Salto di Quirra, in provincia di
Cagliari, ha indagato sia le attività svolte nel poligono (in
particolare il tipo di munizionamento utilizzato), che le condizioni
ambientali ed epidemiologiche all’interno ed all’esterno della
struttura, anche mediante prelievi di reperti e matrici ambientali.
In riferimento agli aspetti epidemiologici, sono stati inoltre
svolti una serie di incontri con rappresentanti delle autorità
sanitarie regionali e locali e con esponenti delle comunità
residenti nelle zone limitrofe al poligono. Il secondo sopralluogo
(8-16 settembre 2007) ha avuto luogo presso l’altro poligono
militare di Capo Teulada, sempre in provincia di Cagliari, e ha
riguardato in modo specifico la verifica del tipo di munizionamento
impiegato nelle attività balistiche ivi svolte. Il terzo
sopralluogo (8-15 ottobre 2007) si è svolto fra le truppe
italiane stanziate in Libano nell’ambito della missione delle
Nazioni Unite. Nel corso dell’attività è stato
verificato il tipo di munizionamento in dotazione ai soldati
italiani, nonché l’adeguatezza delle misure di profilassi,
di prevenzione e di monitoraggio adottate in rapporto alle
specifiche condizioni ambientali ed igienico-sanitarie del teatro
operativo.
xi
Resta comunque il fatto che in molti casi, specie negli anni
passati, le malattie contratte dai militari interessati non furono
diagnosticate per tempo, malgrado alcuni di loro si fossero
sottoposti ai controlli sanitari previsti per i soldati in partenza
per le missioni internazionali, in particolare quelli del cosiddetto
“Protocollo Mandelli”. Ciò sembra suggerire l’opportunità
di rivedere i suddetti esami clinici, al fine di verificarne
l’efficacia in ordine alla tempestiva individuazione
dell’insorgenza di determinate patologie. Secondo quanto
evidenziato da alcuni dei medici interpellati, una particolare
attenzione dovrebbe essere riservata al monitoraggio delle
condizioni immunitarie dei soggetti osservati, in particolar modo
prima di procedere alla somministrazione dei vaccini previsti, la
cui azione, per l’appunto, potrebbe incidere ulteriormente sulla
situazione immunitaria del soggetto, atteso che eventuali stati
di immunodepressione, pur non immediatamente evidenti, sono spesso
il campanello d’allarme di patologie più gravi in corso di
sviluppo. Gli attuali protocolli potrebbero quindi essere integrati
con analisi - anche in numero più contenuto - specificamente
mirate a controllare i livelli delle difese immunitarie (ad esempio
mediante esami del sangue), in quanto più efficaci e
tempestive.
xii
Già nella passata legislatura, infatti, il suddetto poligono
era stato oggetto di particolare attenzione da parte delle
Commissioni di inchiesta, per accertare le segnalazioni da tempo
ricorrenti circa la presenza, nelle zone limitrofe, di un’incidenza
del tutto anomala di tumori e malformazioni congenite tra la
popolazione civile (la cosiddetta “sindrome di Salto di Quirra”).
Le verifiche condotte in loco dai consulenti della
Commissione, anche con il concorso delle autorità sanitarie
della Regione Sardegna e del comando militare del poligono, hanno
fornito risultati di tipo interlocutorio (illustrati in particolare
nell’audizione del 13 dicembre 2007). Da un lato infatti,
almeno allo stato, non si è trovata traccia della presenza o
dell’utilizzo di uranio impoverito, ed alcuni calcoli fatti da
consulenti della Commissione hanno ritenuto improbabile che
le patologie segnalate possano essere state causate dall’esposizione
a tale materiale, troppo grande essendo la quantità
occorrente per produrre effetti tumorali.
Dall’altro lato, sono state riscontrate – sia all’interno del
poligono che nelle zone immediatamente adiacenti - tracce di altri
metalli pesanti non radioattivi (ad esempio il piombo) che, per
quantità e ubicazione, hanno adombrato il sospetto di
possibili inquinamenti non ancora ben identificati, ma tali da
attirare l’attenzione degli specialisti e da giustificare la già
ricordata attività di monitoraggio sanitario e ambientale.
Inoltre, sebbene le autorità sanitarie locali abbiano negato
che nei dintorni del poligono vi sia un’incidenza di neoplasie o
malformazioni superiore a quella riscontrabile in altre zone della
Sardegna – spesso soggette a pesanti forme di inquinamento legate
a passate attività minerarie e industriali -, i consulenti
della Commissione hanno tuttavia evidenziato che alcune di quelle
patologie (ad esempio le leucemie) appaiono del tutto anomale in un
contesto rurale e privo di insediamenti produttivi come quello
considerato, ciò che, ancora una volta, impone adeguati
approfondimenti.
xiii Il sopralluogo in Libano ha confermato l’effettuazione dei
controlli di tipo ambientale da parte delle squadre addette alle
verifiche contro il rischio nucleare, biologico, chimico e
radiologico (NBCR) che operano al seguito di tutti i reparti
italiani in missione all’estero, rilevando altresì la
necessità di assicurare costantemente la presenza di figure
professionali specializzate e di attrezzature idonee. Viceversa,
sono emersi alcuni aspetti critici dal punto di vista logistico ed
igienico-sanitario, per il fatto che, a distanza di mesi, una parte
delle truppe italiane di stanza in Libano risultavano ancora
alloggiate in tenda e servite da bagni chimici in numero non
sufficiente. Segnalazioni sono state raccolte anche in merito
all’equipaggiamento individuale a disposizione dei soldati idoneo
(tute, stivali, maschere e guanti) che, di livello standard, sarebbe
però non del tutto adatto alle particolari condizioni
climatiche ed operative della missione libanese.
Ovviamente, si tratta di situazioni contingenti ed auspicabilmente
temporanee, che appaiono nondimeno preoccupanti ove si pensi che il
contingente italiano (il più numeroso fra quelli che operano
in Libano nell’ambito della missione internazionale delle Nazioni
Unite) potrebbe rimanere a lungo in quel paese, in un
contesto ambientale comunque difficile e degradato. È quindi
raccomandabile da parte delle competenti autorità militari
un’attenta e costante verifica delle condizioni logistiche ed
igienico-sanitarie presenti nei vari teatri di impiego e,
conseguentemente, un’accurata selezione degli equipaggiamenti da
utilizzare, che dovrebbero essere – per quanto possibile – di
tipo “mirato” a seconda dello specifico contesto di riferimento.
xiv
Sofisticati esami condotti con il microscopio a scansione
elettronica hanno evidenziato in molti casi, sia nei tessuti di
pazienti malati che in contesti ambientali “sospetti” (ad
esempio nella zona di Salto Quirra dianzi ricordata), la presenza di
nanoparticelle di metalli pesanti di origine estranea sotto forma di
polveri ultrasottili che, qualora inalate o ingerite, potrebbero
determinare effetti nocivi per la salute umana, anche di tipo
tumorale. Tali evidenze, per quanto sospette, non consentono però
di avanzare conclusioni certe, trattandosi di un campo di ricerca
scientifica ancora da esplorare, ma che appare comunque promettente
e che, pertanto, è opportuno possa continuare ad essere
perseguito con la necessaria attenzione.
Le simulazioni, illustrate nell’audizione del 13 dicembre 2007,
hanno mostrato una maggiore persistenza dei residui di uranio
impoverito - sotto forma di proiettili rimasti conficcati nel
terreno ovvero di polveri sottili sospese nell’aria - in Iraq
rispetto ai Balcani, sia a causa della maggiore quantità di
uranio impiegato in Iraq (100 volte più che nei Balcani), sia
a causa delle differenti condizioni climatiche ed ambientali (in
Iraq il terreno arido e sabbioso facilita il fenomeno della
risospensione delle polveri, mentre nei Balcani il terreno umido e
le piogge più abbondanti favoriscono il dilavamento). In
conseguenza di tali fenomeni, gli effetti in termini di maggiore
incidenza di forme tumorali tra la popolazione risulterebbero assai
contenuti e trascurabili dal punto di vista epidemiologico per la
zona dei Balcani, mentre sarebbero più rilevanti nel caso
dell’Iraq, sebbene anche in misura statisticamente non eccessiva
rispetto alla media attuale. Naturalmente, anche queste conclusioni
(peraltro confermate da altri studi a livello internazionale) hanno
carattere relativo e andrebbero opportunamente verificate con
indagini sul campo che, allo stato, si presentano tuttavia alquanto
problematiche.