18/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Fabio Maniscalco e l’impari lotta contro l’uranio impoverito
Scritto per noi da
Elena Franchi
 
 
Fabio Maniscalco, archeologo, tra i massimi esperti mondiali in materia di salvaguardia dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, non ce l’ha fatta nella sua lunga e dura battaglia contro una forma rara ed anomala di adenocarcinoma pancreatico dovuta all’esposizione a uranio impoverito e a metalli pesanti in Bosnia e Kosovo. Dopo varie operazioni e cicli di chemioterapia ci ha lasciato il 1° febbraio, a 42 anni. Lo avevamo intervistato il 16 ottobre, quando, nonostante la malattia, aveva ancora forza e voglia di combattere per proteggere il patrimonio culturale dei Paesi in guerra e per mettere in guardia gli operatori dei beni culturali in area di crisi sui possibili rischi da esposizione a metalli pesanti e uranio impoverito. Le indagini nanodiagnostiche che aveva autorizzato sui suoi vetrini, infatti, avevano dimostrato la presenza di metalli pesanti (tungsteno, stagno-cromo-nichel, ecc.) e nobili (oro ed argento), inalati o ingeriti non solo nei musei o negli edifici storici, ma anche sul territorio.
 
fabio maniscalcoFondatore dell’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi, ha diretto attività e progetti finalizzati alla tutela dei beni culturali in Bosnia, Albania, Kosovo, Afghanistan, Nigeria, Palestina, continuando la sua attività anche durante la malattia. La notte prima di un intervento chirurgico era riuscito ad inviare un appello al Governo turco per evitare la distruzione delle mura genovesi a causa della costruzione della metropolitana e continuava a dirigere, sebbene a distanza, i progetti relativi alla formazione di un nucleo specializzato in salvaguardia dei beni culturali, all’interno della polizia palestinese, e al monitoraggio dei beni culturali lungo il muro di sicurezza israeliano.
Con una petizione firmata da Vincenzo Coppola, presidente dell’ISFORM (Istituto per lo Sviluppo, la Formazione e la Ricerca nel Mediterraneo) e sottoscritta da oltre cento studiosi italiani e stranieri, politici e istituzioni, era stata chiesta la sua candidatura al Nobel Prize for Peace 2008.
La sua scomparsa pone ancor più drammaticamente in luce il problema delle vittime dell’uranio impoverito: speriamo che questo non porti a far “dimenticare” alle istituzioni la sua opera e la sua figura, di cui la sua famiglia e tutta l’Italia possono essere fieri.