Fabio Maniscalco,
archeologo, tra i massimi esperti mondiali in materia di salvaguardia
dei beni culturali nelle aree a rischio bellico, non ce l’ha fatta
nella sua lunga e dura battaglia contro una forma rara ed anomala di
adenocarcinoma pancreatico dovuta all’esposizione a uranio
impoverito e a metalli pesanti in Bosnia e Kosovo. Dopo varie
operazioni e cicli di chemioterapia ci ha lasciato il 1°
febbraio, a 42 anni. Lo avevamo intervistato il 16 ottobre, quando,
nonostante la malattia, aveva ancora forza e voglia di combattere per
proteggere il patrimonio culturale dei Paesi in guerra e per mettere
in guardia gli operatori dei beni culturali in area di crisi sui
possibili rischi da esposizione a metalli pesanti e uranio
impoverito. Le indagini nanodiagnostiche che aveva autorizzato sui
suoi vetrini, infatti, avevano dimostrato la presenza di metalli
pesanti (tungsteno, stagno-cromo-nichel, ecc.) e nobili (oro ed
argento), inalati o ingeriti non solo nei musei o negli edifici
storici, ma anche sul territorio.

Fondatore
dell’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di
Crisi, ha diretto attività e progetti finalizzati alla tutela
dei beni culturali in Bosnia, Albania, Kosovo, Afghanistan, Nigeria,
Palestina, continuando la sua attività anche durante la
malattia. La notte prima di un intervento chirurgico era riuscito ad
inviare un appello al Governo turco per evitare la distruzione delle
mura genovesi a causa della costruzione della metropolitana e
continuava a dirigere, sebbene a distanza, i progetti relativi alla
formazione di un nucleo specializzato in salvaguardia dei beni
culturali, all’interno della polizia palestinese, e al monitoraggio
dei beni culturali lungo il muro di sicurezza israeliano.
Con una petizione firmata
da Vincenzo Coppola, presidente dell’ISFORM (Istituto per lo
Sviluppo, la Formazione e la Ricerca nel Mediterraneo) e sottoscritta
da oltre cento studiosi italiani e stranieri, politici e istituzioni,
era stata chiesta la sua candidatura al Nobel Prize for Peace 2008.
La sua scomparsa pone
ancor più drammaticamente in luce il problema delle vittime
dell’uranio impoverito: speriamo che questo non porti a far
“dimenticare” alle istituzioni la sua opera e la sua figura, di
cui la sua famiglia e tutta l’Italia possono essere fieri.