Francesco Lembo
Pristina, domenica 17 febbraio 2008
La
cartina d’Europa è cambiata. Lo aveva annunciato ieri il
Primo Ministro Hashim Thaci in un discorso televisivo alla nazione,
lo ha formalmente sancito oggi il Parlamento del Kosovo, che, riunito
in sessione straordinaria, ha dichiarato solennemente, alle 15.40,
l’indipendenza dell’ex provincia a maggioranza albanese dalla
Serbia.

“Da
questo momento il Kosovo è una repubblica democratica e uno
stato sovrano e indipendente, consacrato alla pace e alla stabilità.
Lavoreremo per migliorare i diritti delle minoranze, garantendo pari
opportunità e completa uguaglianza a tutti i cittadini del
Kosovo, senza alcuna distinzione etnica”, dichiara Thaci di fronte
a deputati visibilmente emozionati. “Da oggi siamo indipendenti”.
Esplode
la gioia degli albanesi, che costituiscono il 90% della popolazione
del nuovo Stato d’Europa. Una gioia incontrollata, collettiva,
tanto contagiosa quanto attesa. Le due principali arterie di Pristina
si tingono di rosso. Il rosso delle bandiere albanesi, sventolate
senza tregua, la nera aquila bicefala a far da sfondo ad un cielo
terso e pulito. Il rosso delle magliette su cui è scritto
“Gezuar Pavarisie” (Felice indipendenza). Il rosso dei capelli di
Sanije, una giovane ragazza Kosovara che piangendo, si abbraccia a
due amiche, davanti alla cancellata che circonda l’ingresso del
Parlamento. “L’indipendenza rappresenta l’unica soluzione
possibile”, racconta Sanije, “abbiamo sofferto oltremodo sotto il
regime di Belgrado. Ci hanno proibito di parlare la nostra lingua, di
frequentare le nostre scuole. È un problema che si trascina da
secoli, negli ultimi anni la crisi ha assunto un carattere
internazionale e il mondo ha finalmente aperto gli occhi su di noi”.

”Come fa Belgrado a credere che avremmo accettato di rimanere
sotto di loro dopo tutto quello che è successo?”, dice
Blerim. “Da oggi siamo indipendenti, aspettavamo da tanto questo
momento, da oggi Belgrado dovrà accettare l’esistenza di un
Kosovo indipendente.”
La
festa è iniziata. Caroselli di auto attraversano a passo
d’uomo le strade della città, tappezzate da poster che
ringraziano Stati Uniti d’America, Regno Unito ed Unione Europea.
Si improvvisano ovunque piccoli concerti, la gente suona e danza la
musica tradizionale, si prende per mano e inizia a dondolarsi in
cerchio. Il rumore di petardi, razzi e fuochi d’artificio si
confonde con quello dei clacson delle autovetture. Il grido “Kosova,
Kosova” è sulla bocca di tutti, impossibile non farci caso.
L’euforia dilaga ovunque, ubriaca e dà vertigine. Tutto
inneggia all’indipendenza, persino l’etichetta della birra locale
Peja.
Una
gioia collettiva già palpabile dalle prime ore di questa
mattina, quando una folla di persone aveva iniziato a concentrarsi
nel Boulevard Madre Teresa, all’ingresso del quale un grande
striscione ringrazia Ibrahim Rugova, la cui immagine si riflette in
un enorme lenzuolo posto in uno dei palazzi dinanzi al Grand Hotel.
“Faleminderit President”. Grazie Presidente.

Un
altro lungo lenzuolo bianco viene steso a terra. Ciascuna persona può
lasciare un messaggio, un pensiero, un ricordo. “Kosovo
indipendente”, scrive una ragazza con la figlia al suo fianco.
“Serbia ti odio”, scrive un altro ragazzo. Una giovane coppia
disegna un’enorme bandiera americana, dove al posto delle stelle
c’e’ l’aquila bicefala, quasi a simboleggiare la profonda
unione ed ammirazione che il popolo kosovaro nutre nei confronti
degli Stati Uniti. “Senza l’America non saremmo mai stati
indipendenti”, racconta Avni, “l’Europa ha dimostrato di essere
troppo debole e di non sapere prendere decisioni quando queste vanno
prese”. Una torta gigante è stata preparata per trentamila
persone. Dalle cinque è quasi impossibile riuscire a penetrare
la folla lungo il boulevard.
Vuote
sono invece le strade delle enclave serbe, dove regna un silenzio
quasi spettrale, una rabbia malcelata, per lo più taciuta e
mesta. Una rabbia che in pochi hanno la forza di gridare, come ha
fatto nei giorni scorsi il vescovo Artemije, capo della chiesa
serba-ortodossa che ha incitato le forze armate serbe a reagire,
anche con violenza se necessario. “Il Kosovo è e sarà
sempre Serbia”.
Per
il momento Pristina è la nuova capitale del Kosovo. Di un
Kosovo che aspetta ora il riconoscimento internazionale, già a
partire da questo lunedì, quando America, Gran Bretagna,
Francia e Italia per prime dovrebbero esprimere la loro posizione a
favore dell’indipendenza. Una Pristina che festeggia sotto un cielo
terso e un sottile strato di neve. 80 tonnellate di fuochi
d’artificio sono pronti ad illuminare la notte della nuova capitale
indipendente.
Per
la strada qualcuno dice che “la crisi jugoslava è
incominciata in Kosovo e in Kosovo doveva trovare la sua fine”.
Forse è così per davvero.