18/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Di Paolo Lezziero, Edizioni La vita felice.
Alla Bettola Vecchia si trovava tutta la Lombardia antica. Alla Bettola vecchia, quartiere nominato da una locanda alla stazione di posta lungo la via tra il capoluogo e la Brianza, si trovavano scampoli di tutto quel che era l'Italia, un tempo. L'Italia Pasoliniana, del popolo amato dal poeta friulano, l'Italia precedente alla ''Fenomenologia di Mike Bongiorno'' e alla motorizzazione di massa, precedente all'italiano televisivo che si parla adesso da un capo all'altro della penisola. Nei racconti dell'autore si sente ancora vibrare una lingua carica di accenti epici e tragici: i nostri dialetti, dal lombardo al veneto di palude al veneto di montagna,,
 
 
di Paolo LezzieroPaolo Lezziero Ha regalato ai suoi lettori con questa raccolta di racconti, sua seconda escursione nella narrativa dopo le emozioni suscitate con le poesie, uno sguardo aperto sul mondo delle corti, degli operai con le tute sporche del grasso di fabbrica. Un mondo dove il Giuseppe Volta con il suo ronzino Ruàn affronta ogni mattino un viaggio che sembra impensabile, fin dentro Milano, oltre la Bovisa, per portare il carico di acciaio che la ditta metalmeccanica per la quale lavora gli affida per i clienti “di città”. Ma soldi per pagargli un camion, non ce ne sono. Finché non ci rimane, per la fatica e il freddo. Il mondo della Bettola vecchia, dove nel quartiere non c'è nemmeno il presidio medico, e il dottore della mutua non si sa quando passa, e le iniezioni le fa a pagamento la Marianegra. Dove gli immigrati che stentano ad integrarsi ed a trovare sistemazioni decenti sono i 'terùni', mal accetti dalla combriccola autoctona della Bettola vecchia, con risse e coltellate che possono scattare ad ogni momento per un 'polentoni' di troppo. Dove il matrimonio al Pierino devono organizzarlo i compagni di reparto, invitandogli per il pranzo della domenica una valligiana pienotta venuta giù in città col marito e rimasta vedova troppo presto...
 
 
contadini lombardi urbanizzatii anni '50.foto Tranquillo CasiraghiAnni '50 Un mondo di una umanità perduta, dimenticata, rimossa dall'immaginario non degli adolescenti, ma di tutti coloro che sono nati dopo il '68, dopo la lotta per l'abbattimento delle convenzioni che alla Bettola vecchia facevano incontrare l'Anna della ferrovia con il suo moroso, l'Anacleto, tra una pausa e l'altra del suo lavoro d'inserviente alla ferrovia, portandogli il caffè e il dolce sotto gli occhi maliziosi delle comari della corte. Mondo di cortili e bagni nel campo, di bagài che si sfidano da una parte all'altra della ferrovia, e il viaggio giù fino alla Centrale di Milano che sembra un percorso iniziatico. Mondo di idiomi lombardi, veneti, siculi, quasi mai di conversazioni in lingua. “Il romanzo della vita – disse il grande scrittore armeno americano William Saroyan – si può racchiudere tutto nell'osservazione di una semplice giornata in una piccola comunità”. E tutta la commedia umana è racchiusa, con grande sapienza, nei piccoli gesti dei protagonisti dei racconti di Lezziero. Che hanno da raccontarci tutto anche sull'esistenza che ci troviamo a condurre adesso. Forse molto di più sulla esistenza di noi gente di oggi; forse perché erano più consapevoli loro che vivevano alla Bettola vecchia, liberi dal ciclo consumistico al quale siamo incatenati noi europei di adesso, più ricchi e liberi di consumare di più, noi che dalla Bettola vecchia non ci fermiamo più per il 'vermutino' della sera. E non sappiamo cosa sia il concetto di comunità e di scambio sociale, o di socializzazione.

Gianluca Ursini

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