16/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Borka Pavicevic, drammaturga serba, in lotta per decontaminare il suo paese dal nazionalismo
dal nostro inviato
Christian Elia
 
''L'idea del Centro per la Decontaminazione culturale è nato quando io e tante altre persone ci siamo rese conto, all'inizio degli anni Novanta, che la Serbia veniva preparata alla guerra dalla retorica del regime. Abbiamo voluto creare un luogo dove potesse avere asilo il dissenso, un luogo che attraverso il linguaggio del teatro combattesse la xenofobia con la quale veniva distrutto il concetto della ex Jugoslavia e il mito che essa aveva rappresentato. Tutti sappiamo com'è andata, ma siamo stati anche nella Sarajevo assediata per tenere viva una luce a cui tutti coloro che erano critici potevano guardare. Abbiamo lottato e continuiamo a farlo''.

borka pavicevicQuindici anni di lotta. Borka Pavicevic, drammaturga e attrice, avvolta in una nuvola di fumo, accende una sigaretta dietro l'altra. Asserragliata in una soffitta sul teatro che ospita i lavori suoi e di altri intellettuali, tra pile di libri e una grande mappa della Jugoslavia così come era, non sembra una pensatrice lontana dalla realtà. La sua voce roca e profonda racconta le idee, ma anche le persone, lontana mille miglia da qualsiasi 'torre d'avorio'. ''La gente veniva a teatro all'epoca per decontaminarsi da quella retorica patriottarda velenosa, che non costruisce, ma vuole distruggere'', racconta Borka, ''credo che in quegli anni siamo riusciti a contribuire alla nascita del movimento che nel 2000 ha portato alla caduta di Milosevic. Solo che noi, con la nostra pratica della pace e del confronto, eravamo una parte di quel movimento, che conteneva anche coloro che puntavano alla riforma economico- politica del paese in senso occidentale, come il movimento Otpor, oppure c'erano quelli che volevano la testa di Milosevic solo perché aveva perduto, non perché aveva sbagliato. Kostunica è uno di quelli''. Un movimento variegato quindi che, dopo la caduta di Milosevic, ha dato vita a quel periodo di transizione che, tutto sommato, la Serbia vive ancora adesso. E anche nella Serbia contemporanea il lavoro di Borka e del suo Centro non è ancora finito.

l'ingresso del centro per la decontaminazione dal nazionalismoUn'occasione mancata. ''I partiti non hanno imparato nulla dalla tragedia che questo paese ha vissuto negli ultimi quindici anni. Hanno tentato di fare della Serbia un modello culturale che fondesse la tradizione ortodossa e lo stile di vita occidentale'', racconta Borka, che parla muovendo le mani e gli occhi, agitata da un moto perpetuo che rende a malapena l'energia enorme racchiusa in questa donna piccola di statura, ''questo ha generato un popolo scisso, tra Oriente e Occidente, tra Russia ed Europa. Sembra sempre che bisogna scegliere, scindersi, dividersi. Senza poter essere semplicemente se stessi. Questa dicotomia ha finito per generare un vuoto pneumatico nella società serba. Uno spazio libero, nel quale si sono infiltrati elementi disgreganti e pericolosi. Da un lato la feccia del mondo accademico serbo, finti intellettuali che hanno coltivato una cultura della violenza brandendo un'interpretazione della storia, la loro interpretazione della storia, come una clava. La musica della quale parlate tanto in Europa, il cosiddetto turbo-folk, non è altro che il frutto popolare di questa cultura razzista'', dice la drammaturga. Ma non di solo nazionalismo si muore, perché per la Pavicevic un libero mercato 'santificato' non fa meno danni. ''Non è un caso che molti di coloro che hanno avuto un ruolo determinante nel terribile conflitto che ha travolto la Jugoslavia oggi siano dei boss dell'industria e del commercio'', racconta Borka, ''un tempo riempivano la testa della gente con la bandiera e la patria, oggi con la necessità di possedere due telefonini. E' violenza anche questa'', sottolinea sorridendo.

Un cammino ancora lungo. E non è ancora finita, anche perché per la Pavicevic ''la morte di Zoran Dijndijc (primo ministro serbo assassinato a Belgrado nel 2003 nda) ha segnato l'inizio di un'epoca di restaurazione, che riprendono la retorica dei valori del nazionalismo e della chiesa. Il Kosovo è stato eletto a simbolo di questa neo-restaurazione, che procede di pari passo con la privatizzazione dello Stato. Da un lato chiamano il popolo ''alle armi'', dall'altro svendono il paese alla cultura del consumismo. La chiesa entra in ogni ambito della vita, come la pubblicità''. Un meccanismo che, secondo la drammaturga serba, chiude fuori tutto il resto. ''L'Europa in Serbia, al momento, è molto più Hugo Boss che Voltaire. Quindici anni di violenza e isolamento hanno reso i serbi intontiti dalla retorica e dal libero mercato – spiega la fondatrice del Centro per la decontaminazione culturale - I giovani, piano piano, possono aprirsi all'esterno, ma nella situazione attuale sono chiusi dentro. Questo radicalizza. Il processo di ricostruzione morale non è avvenuto e un popolo intero è ancora come sospeso tra passato e futuro, in una perenne transizione''. L'indipendenza del Kosovo potrà rompere, nel bene o nel male, questa clessidra di pietra? ''Credo di no, ma potrà rappresentare un'altra occasione perduta. Come siamo andati nella Sarajevo assediata andremo a Pristina, a portare un messaggio di cambiamento. In Kosovo il 70 percento della popolazione ha meno di trent'anni, ma nessuno si rende conto dell'immenso potenziale che hanno questi ragazzi. Pensano a vendergli nazionalismo e telefonini. No, decisamente il nostro lavoro non è ancora finito''.

Christian Elia

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