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Quindici anni di lotta. Borka
Pavicevic, drammaturga e attrice, avvolta in una nuvola di fumo,
accende una sigaretta dietro l'altra. Asserragliata in una soffitta
sul teatro che ospita i lavori suoi e di altri intellettuali, tra
pile di libri e una grande mappa della Jugoslavia così come
era, non sembra una pensatrice lontana dalla realtà. La sua
voce roca e profonda racconta le idee, ma anche le persone, lontana
mille miglia da qualsiasi 'torre d'avorio'. ''La gente veniva a
teatro all'epoca per decontaminarsi da quella retorica patriottarda
velenosa, che non costruisce, ma vuole distruggere'', racconta Borka,
''credo che in quegli anni siamo riusciti a contribuire alla nascita
del movimento che nel 2000 ha portato alla caduta di Milosevic. Solo
che noi, con la nostra pratica della pace e del confronto, eravamo
una parte di quel movimento, che conteneva anche coloro che puntavano
alla riforma economico- politica del paese in senso occidentale, come
il movimento Otpor, oppure
c'erano quelli che volevano la testa di Milosevic solo perché
aveva perduto, non perché aveva sbagliato. Kostunica è
uno di quelli''. Un movimento variegato quindi che, dopo la caduta di
Milosevic, ha dato vita a quel periodo di transizione che, tutto
sommato, la Serbia vive ancora adesso. E anche nella Serbia
contemporanea il lavoro di Borka e del suo Centro non è ancora
finito.
Un'occasione
mancata. ''I partiti non hanno imparato nulla dalla tragedia che
questo paese ha vissuto negli ultimi quindici anni. Hanno tentato di
fare della Serbia un modello culturale che fondesse la tradizione
ortodossa e lo stile di vita occidentale'', racconta Borka, che parla
muovendo le mani e gli occhi, agitata da un moto perpetuo che rende a
malapena l'energia enorme racchiusa in questa donna piccola di
statura, ''questo ha generato un popolo scisso, tra Oriente e
Occidente, tra Russia ed Europa. Sembra sempre che bisogna scegliere,
scindersi, dividersi. Senza poter essere semplicemente se stessi.
Questa dicotomia ha finito per generare un vuoto pneumatico nella
società serba. Uno spazio libero, nel quale si sono infiltrati
elementi disgreganti e pericolosi. Da un lato la feccia del mondo
accademico serbo, finti intellettuali che hanno coltivato una cultura
della violenza brandendo un'interpretazione della storia, la loro
interpretazione della storia, come una clava. La musica della quale
parlate tanto in Europa, il cosiddetto turbo-folk, non è
altro che il frutto popolare di questa cultura razzista'', dice la
drammaturga. Ma non di solo nazionalismo si muore, perché per
la Pavicevic un libero mercato 'santificato' non fa meno danni. ''Non
è un caso che molti di coloro che hanno avuto un ruolo
determinante nel terribile conflitto che ha travolto la Jugoslavia
oggi siano dei boss dell'industria e del commercio'', racconta Borka,
''un tempo riempivano la testa della gente con la bandiera e la
patria, oggi con la necessità di possedere due telefonini. E'
violenza anche questa'', sottolinea sorridendo.
Un cammino
ancora lungo. E non è ancora finita, anche perché
per la Pavicevic ''la morte di Zoran Dijndijc (primo ministro serbo
assassinato a Belgrado nel 2003 nda) ha segnato l'inizio di
un'epoca di restaurazione, che riprendono la retorica dei valori del
nazionalismo e della chiesa. Il Kosovo è stato eletto a
simbolo di questa neo-restaurazione, che procede di pari passo con la
privatizzazione dello Stato. Da un lato chiamano il popolo ''alle
armi'', dall'altro svendono il paese alla cultura del consumismo. La
chiesa entra in ogni ambito della vita, come la pubblicità''.
Un meccanismo che, secondo la drammaturga serba, chiude fuori tutto
il resto. ''L'Europa in Serbia, al momento, è molto più
Hugo Boss che Voltaire. Quindici anni di violenza e isolamento hanno
reso i serbi intontiti dalla retorica e dal libero mercato – spiega
la fondatrice del Centro per la decontaminazione culturale - I
giovani, piano piano, possono aprirsi all'esterno, ma nella
situazione attuale sono chiusi dentro. Questo radicalizza. Il
processo di ricostruzione morale non è avvenuto e un popolo
intero è ancora come sospeso tra passato e futuro, in una
perenne transizione''. L'indipendenza del Kosovo potrà
rompere, nel bene o nel male, questa clessidra di pietra? ''Credo di
no, ma potrà rappresentare un'altra occasione perduta. Come
siamo andati nella Sarajevo assediata andremo a Pristina, a portare
un messaggio di cambiamento. In Kosovo il 70 percento della
popolazione ha meno di trent'anni, ma nessuno si rende conto
dell'immenso potenziale che hanno questi ragazzi. Pensano a vendergli
nazionalismo e telefonini. No, decisamente il nostro lavoro non è
ancora finito''.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, borka pavicevic, serbia, kosovo, sentro per la decontaminazione culturale