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Come siete riusciti a ricominciare?
Grazie alla natura, che ci offre tutto. È straordinaria. L’abbiamo difesa con
ogni mezzo. Siamo riusciti anche a cacciare un’impresa che stava tagliando senza
criteri tutti gli alberi del nostro paradiso, per esportarne il legno all’estero.
Uno scempio. Non immaginate quante multinazionali ci stavano per rubare tutto.
Le nostre risorse, indispensabili alla nostra sopravvivenza. Persino l’acqua.
C’è stato un periodo in cui persino quella sembrava destinata ad essere svenduta.
Abbiamo difeso la terra per noi stessi e l’abbiamo imposta come patrimonio mondiale.
Come vi siete organizzati?
Ci siamo divisi i compiti creando una ventina di gruppi di lavoro, i combos. Abbiamo coinvolto persino i bambini. Non possono votare né farsi eleggere,
ma possiedono un proprio combo, in cui si esercitano nella pittura e nella musica.
Sopra a tutti c’è il combo delle matriarcas e patriarcas incaricato della Giustizia, che vigila su chi commette errori e convoca e sanziona
i responsabili. Supremi organi sono infine le Coordinaciones in cui cerchiamo di razionalizzare il lavoro dei combos e soddisfare le esigenze di tutti. Va detto che le coordinaciones hanno spirito paritario e sono composte da dodici donne e da dodici uomini per
non creare discriminazioni. In tutto siamo 26 coordinatori. E nessuno di noi si
è salvato dall’essere processato dallo Stato. Siamo stati portati in giudizio
a Bogotà. Ci accusano di essere politologos, ideologi della guerriglia. In realtà queste accuse sottintendono la volontà
di distruggere la nostra comunità, troppo scomoda. Accuse ufficiali, pronunciate
pubblicamente, ci sono venute dal generale de la Bolsa Militar de Colombia, Moras Ranger. Che dica pure. Noi non ci nasconderemo mai. Faccia a faccia affronteremo
ogni accusa, dimostrandone l’infondatezza. Abbiamo sempre risposto con altre denunce.
Quante ne abbiamo fatte! Anche se si tratta della lotta della formica contro l’elefante,
continueremo.
Quali sono le vostre priorità?
Ci stiamo concentrando su tre progetti.
1. Lasciar perdere la coltivazione della palma e concentrarci sul cioccolato.
Così possiamo mangiare noi e venderlo agli altri, nel mondo.
2. Investire sull’educazione. Abbiamo bisogno di quaderni e altro materiale per
i nostri undici diplomati che fungono da professori.
3. Metterci in contatto con il resto del mondo. Dato che mettersi in contatto
reale e costruttivo con Bogotà ci è negato, cercheremo il sostegno fuori dal nostro
Paese. Siamo costretti a farlo. Per continuare a vivere. Raccontare chi siamo,
cosa ci è successo, quello che stiamo vivendo, ma anche quello che vogliamo essere.
Abbiamo bisogno di aiuto. Non vogliamo finire come tanti altri desplazados costretti
a trasferirsi in città e a diventare schiavi del disagio esistenziale. Quante
vedove con figli sono costrette a farlo. Basta! Dobbiamo denunciare questa condizione.
Denunciamo la mancanza di risposte dello stato ai problemi che egli stesso ha
causato.
Cosa significa che lo Stato non risponde ai problemi da lui stesso causati?
Significa che lo Stato ha permesso lo sradicamento di migliaia di suoi cittadini.
Ci ha portato via le nostre case, le nostre risorse, le nostre vite. E come se
non bastasse ci ha presi in giro. Come si può risolvere il dramma sociale di gente
disperata e ridotta sul lastrico per tua stessa mano con la limpieza social? Perché è questo che lo Stato colombiano fa. Alle tragedie sociali risponde
con la pulizia etnica. A Bogotà succede molto spesso. Per le strade dei quartieri
più poveri passano dei camion vuoti e capienti. Caricano vecchi, indigenti, bambini
di strada e di loro non se ne sa più nulla. Sono tutti destinati a scomparire.
Non tornano mai più.
Come possiamo sostenere tutto questo? Continueremo a gran voce a chiedere un
cambiamento per la Colombia. Il cambiamento di cui ha bisogno il popolo, non quello
che riempie di orgoglio Uribe e i suoi amici. Abbiamo bisogno dell’aiuto della
comunità internazionale. Solo dissolvendo la cappa di silenzio sconfiggeremo l’impunità.
Tutto quel che vuole Uribe è legalizzare i paramilitari e fare gli interessi
dei suoi alleati. La sua politica è già costata al Paese tanto spargimento di
sangue. Siamo in un Paese in cui si parla di democrazia, ma che non ha una vera
democrazia. Di stato di diritto nemmeno a parlarne.
Se io parlassi così liberamente in Colombia, sicuramente qualche divisa verrebbe
a chiedermi conto di quello che denuncio. E non ci metterebbero niente a farmi
sparire. Il tutto nella quasi completa indifferenza del popolo. Ormai ai colombiani
vengono fatte arrivare soltanto le notizie diffuse dai media controllati dal governo.
Manca un’informazione indipendente. Non ci rimane dunque che rivolgersi alla comunità
internazionale. L’unica salvezza sono i fratelli che vanno all’estero e denunciano
la situazione. In fondo, tutte le storie dei campesinos, dei sindacalisti, dei
difensori dei diritti umani della Colombia sono uguali. Storie di oppressione.
Stella Spinelli