19/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La comunità musulmana di Serbia spaccata, tra affari e integralismo
dal nostro inviato
Christian Elia
 
''Il Sangiaccato è il cuore dei Balcani. Faccio sempre un esempio: se usi un compasso per fare un cerchio sui Balcani al centro avrai sempre Novi Pazar e il Sangiaccato. Siamo davvero il punto dove s'incontrano l'Est e l'Ovest, culture differenti e le religioni islamica, ortodossa e cattolica. Questo è il senso dell'importanza geo-strategica di questa terra, circondata da Serbia, Montenegro, Kosovo. Questo genera una serie d'interessi economici e politici, che si avvitano nell'area''. Muamer Zukorlic spiega così la regione della Serbia a maggioranza musulmana, facendo del Kosovo un discorso a parte. Il suo non è un parere come un altro. Zukorlic, dal 1993, è la guida dei musulmani, il Gran Muftì. Riceve i suoi ospiti, dopo un'adeguata anticamera, in un ufficio elegante, con pannelli di legno intarsiato e un bandierone verde con la mezzaluna e la stella dell'Islam. Quando entra sembra più un comandante militare che un religioso: basco nero, giacca di pelle e sguardo da duro. Con tanto di scorta di facce poco raccomandabili. Saluta cortese e algido, poi si va a cambiare e torna con l'abito tradizionale: uno zuccotto bianco e una lunga tunica nera.
L'intervista può cominciare.

zukorlicCosa accade a Novi Pazar? Per un anno notizie preoccupanti: scontri a fuoco, retate della polizia, infiltrazioni di al-Qaeda nella comunità musulmana. Ma soprattutto, almeno stando a quello che racconta la stampa internazionale, una spaccatura tra gli islamici serbi. Una crepa tale che, per un gruppo di fedeli, il vero Gran Muftì non è Zukorlic, ma Adem Zilkic. La tensione tra coloro che sostengono l'uno o l'altro è alta. ''Vogliamo continuare a essere un posto dove avvengono incontri, non scontri. Anche per questo abbiamo fondato un'Università islamica internazionale in città'', spiega ecumenico Zukorlic. ''Rispetto alla situazione attuale, dopo un periodo difficile, adesso le cose sono un po' migliorate, nonostante i ripetuti tentativi di destabilizzare la situazione e i continui attacchi ai quali siamo stati sottoposti – racconta il Muftì - molti hanno interesse a presentare i dissapori come una questione interna, ma non è così. Siamo vittime di un vero e proprio attacco, ben organizzato, che ruota attorno a vari fattori differenti''. Attacco da parte di chi? ''In primo luogo a livello di politica locale, e il primo problema si chiama Sulejman Ugljanin, sindaco di Novi Pazar'', risponde Zukorlic, perdendo per un attimo il suo amplomb, ''assieme al suo Partito di azione Democratica del Sangiaccato (Sda). Queste persone hanno degli interessi e io rappresento un problema per loro. Come rappresento un ostacolo ai clan criminali e ai servizi segreti di tanti paesi, che si aggirano da queste parti''. Novi Pazar, in effetti, è rimasta per decenni una specie di zona franca dei traffici di ogni genere. Già ai tempi della ex Jugoslavia la città era nota come il centro di tutto il mercato della contraffazione di abiti e accessori moda. Dopo il collasso della Federazione è diventata un crocevia di commerci leciti e, per lo più, illeciti. Ma anche, secondo alcune informative dei servizi d'intelligence occidentali, un riparo sicuro per i fondamentalisti di mezzo mondo.
''Non tutto quello che scrivono i giornali in Italia e in Europa è vero'', risponde Zukorlic, prendendo sempre una lunga pausa prima di parlare, ''ma qui ci sono tanti interessi loschi. E il sindaco è l'amministratore di tutto, traffici compresi. A un certo punto mi è stato detto che chi non appoggia Ugljanin non può essere la guida dei fedeli. Così è cominciata la battaglia''.

novi pazarSe a Novi Pazar qualcuno si arricchisce con tutti i traffici denunciati non si vede. Le stradine polverose, con centinaia di piccoli caffè e negozi di abbigliamento molto spartani, portano tutte verso il centro, con gli edifici pubblici, un hotel dal dubbio gusto architettonico e all'antico ponticello di pietra. La città è molto animata in questo periodo, perché i fedeli si preparano alla partenza per il pellegrinaggio alla Mecca. Per tradizione, alla vigilia del lungo viaggio, la comunità musulmana si stringe attorno ai correligionari in partenza in una grande festa popolare. Ma questa volta è andata diversamente, perché le feste sono state due, come le anime che in questo momento si contrappongono nella comunità. I seguaci di Zilkic si sono dati appuntamento al palazzetto dello sport della città. Grande palco, il sindaco come ospite d'onore, donne e uomini separati, ma le une non mollano il cellulare un attimo e gli altri non smettono di fumare. Pochi volti velati. Preghiere e omelie, sotto gli occhi attenti del servizio d'ordine, che osserva sorridendo ma con attenzione tutti coloro che entrano ed escono dalla struttura. Alla fine della festa, tutti a mangiare in un ristorante della città. ''Tanto rumore per nulla. Noi vogliamo solo un Gran Muftì che si occupi della Serbia, senza tener conto del volere di Sarajevo. Dal 1993 a oggi Zukorlic ha comandato come un monarca assoluto, adesso i fedeli hanno scelto un'altra guida. Tutto qui''. Per Yakub Lekovic, capo di gabinetto di Zilkic, la questione è piuttosto semplice. ''Cominciamo con il dire che in questa storia la religione non conta nulla. E' una questione politica e di rappresentanza. Il potere di Zukorlic nasce, durante la guerra degli anni Novanta'', spiega Lekovic mentre in sala la gente si rilassa e chiacchiera amabilmente, ''quando Sarajevo si preoccupò della situazione dei musulmani in Serbia. Erano altri tempi, brutti tempi. Adesos però la situazione è differente e siamo stanchi della dittatura di Zukorlic. Abbiamo proposto una presidenza a rotazione, ogni sei mesi, ed è stato eletto Zilkic. Tutto qua. Lui non ha accettato la situazione e ha scatenato la faida''. Una lotta che non ha risparmiato neanche la moschea di Altun Alen Jamiia, la più antica di Novi Pazar. Gli uomini di Zukorlic, dopo che l'imam responsabile era passato con il suo avversario, si sono barricati dentro e non sono mancate anche raffiche di kalashnikov.
''Quello che è accaduto è colpa di Zukorlic e dei suoi metodi mafiosi. Un imam vive del sostegno dei suoi fedeli'', spiega Lekovic, ''allora qualcuno può spiegarmi come fa lui a girare con auto blindate e ha sostenere la sua scorta?''. Cosa risponde alle accuse di Zukorlic che vi definisce uno strumento dello Sda? ''Se noi siamo uno strumento dello Sda'', risponde piccato il portavoce di Zilkic, ''lui lo è del Partito democratico del Sangiaccato di Rasim Ljajic (Sdp). La verità è che Zukorlic ha molto da nascondere. Voi italiani dovreste ricordare il nome di Senad Ramovic, un terrorista ricercato in tutto il mondo. Per un po' è stato anche da voi. Poi l'ha nascosto Zukorlic, perché gli serviva, ma dopo l'ha scaricato. Ecco chi è Zukorlic: un despota e un approfittatore''.

zilkicLe ingerenze di Belgrado. La questione, insomma, è complessa. Anche perché il potere centrale di Belgrado, da queste parti, non gode di grande popolarità. Zukorlic lo sa e non manca di utilizzare l'argomento nella discussione. ''La verità è che io sono un personaggio scomodo per Belgrado'', spiega il Gran Muftì messo in discussione, ''loro vogliono dire la loro anche in una questione tutta interna al Sangiaccato e alla sua comunità islamica. Mi creda, non voglio esagerare, ma il governo deve capire che intromettersi nelle scelte religiose delle persone è molto rischioso. A Belgrado i radicali vorrebbero imporre la religione ortodossa come religione di Stato, mentre la Costituzione sancisce la libertà di culto – spiega Zukorlic – io rappresento un ostacolo a questo disegno e qui è stata creata un'alleanza per distruggerci con quindici imam che hanno dato vita a un'azione contro di me. Tutti i dissidenti, fin dai tempi del comunismo, sono noti collaborazionisti del governo centrale. E' proprio Belgrado il problema: non hanno rispettato la legge, che chiarisce bene come possa esistere solo una legittima organizzazione islamica in Serbia e ne hanno riconosciuto due.
Se si vuole davvero risolvere questa situazione, bisogna semplicemente ritornare alla legge. Destabilizzare l'organizzazione islamica significa destabilizzare l'intera regione. Il rapporto tra la religione islamica e il Sangiaccato, a livello culturale, storico e politico, è ancora più forte di quella tra l'Islam e il Kosovo o la Bosnia. La mia non è una minaccia, ma solo una constatazione. La religione è identità: se qualcuno tocca quella, attacca tutto. Per fare un paragone potremmo parlare del rapporto tra la chiesa cattolica e i polacchi durante il comunismo. Sappiamo tutti com'è andata a finire. Non parlo di secessione, ci mancherebbe, ma non mi sento di escludere questa ipotesi. Il popolo è scontento e quando il popolo non è contento la situazione diventa più difficile. La gente è disperata per la crisi economica e, quando c'è insicurezza, si fanno strada gli estremisti, che trovano terreno fertile. Sono due anni che lancio l'allarme rispetto a questa situazione. Ho informazioni in merito alla preparazione di attacchi terroristici nella regione, ma spero di sbagliarmi''.  

Christian Elia

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