dal nostro inviato
Christian Elia
''Il
Sangiaccato è il cuore dei Balcani. Faccio sempre un esempio:
se usi un compasso per fare un cerchio sui Balcani al centro avrai
sempre Novi Pazar e il Sangiaccato. Siamo davvero il punto dove
s'incontrano l'Est e l'Ovest, culture differenti e le religioni
islamica, ortodossa e cattolica. Questo è il senso
dell'importanza geo-strategica di questa terra, circondata da Serbia,
Montenegro, Kosovo. Questo genera una serie d'interessi economici e
politici, che si avvitano nell'area''.
Muamer
Zukorlic spiega così la regione della Serbia a maggioranza
musulmana, facendo del Kosovo un discorso a parte. Il suo non è
un parere come un altro. Zukorlic, dal 1993, è la guida dei
musulmani, il Gran Muftì. Riceve i suoi ospiti, dopo
un'adeguata anticamera, in un ufficio elegante, con pannelli di legno
intarsiato e un bandierone verde con la mezzaluna e la stella
dell'Islam.
Quando
entra sembra più un comandante militare che un religioso:
basco nero, giacca di pelle e sguardo da duro. Con tanto di scorta di
facce poco raccomandabili. Saluta cortese e algido, poi si va a
cambiare e torna con l'abito tradizionale: uno zuccotto bianco e una
lunga tunica nera.
L'intervista
può cominciare.
Cosa
accade a Novi Pazar? Per un anno notizie preoccupanti: scontri a
fuoco, retate della polizia, infiltrazioni di al-Qaeda nella comunità
musulmana. Ma soprattutto, almeno stando a quello che racconta la
stampa internazionale, una spaccatura tra gli islamici serbi. Una
crepa tale che, per un gruppo di fedeli, il vero Gran Muftì
non è Zukorlic, ma Adem Zilkic. La
tensione tra coloro che sostengono l'uno o l'altro è alta.
''Vogliamo
continuare a essere un posto dove avvengono incontri, non scontri.
Anche per questo abbiamo fondato un'Università islamica
internazionale in città'', spiega ecumenico Zukorlic.
''Rispetto alla situazione attuale, dopo un periodo difficile, adesso
le cose sono un po' migliorate, nonostante i ripetuti tentativi di
destabilizzare la situazione e i continui attacchi ai quali siamo
stati sottoposti – racconta il Muftì - molti hanno interesse
a presentare i dissapori come una questione interna, ma non è
così. Siamo vittime di un vero e proprio attacco, ben
organizzato, che ruota attorno a vari fattori differenti''. Attacco
da parte di chi? ''In primo luogo a livello di politica locale, e il
primo problema si chiama Sulejman Ugljanin, sindaco di Novi Pazar'',
risponde Zukorlic, perdendo per un attimo il suo amplomb, ''assieme
al suo Partito di azione Democratica del Sangiaccato (Sda). Queste
persone hanno degli interessi e io rappresento un problema per loro.
Come rappresento un ostacolo ai clan criminali e ai servizi segreti
di tanti paesi, che si aggirano da queste parti''. Novi Pazar, in
effetti, è rimasta per decenni una specie di zona franca dei
traffici di ogni genere. Già ai tempi della ex Jugoslavia la
città era nota come il centro di tutto il mercato della
contraffazione di abiti e accessori moda. Dopo il collasso della
Federazione è diventata un crocevia di commerci leciti e, per
lo più, illeciti. Ma anche, secondo alcune informative dei
servizi d'intelligence occidentali, un riparo sicuro per i
fondamentalisti di mezzo mondo.
''Non
tutto quello che scrivono i giornali in Italia e in Europa è
vero'', risponde Zukorlic, prendendo sempre una lunga pausa prima di
parlare, ''ma qui ci sono tanti interessi loschi. E il sindaco è
l'amministratore di tutto, traffici compresi. A un certo punto mi è
stato detto che chi non appoggia Ugljanin non può essere la
guida dei fedeli. Così è cominciata la battaglia''.
Se
a Novi Pazar qualcuno si arricchisce con tutti i traffici denunciati
non si vede.
Le
stradine polverose, con centinaia di piccoli caffè e negozi di
abbigliamento molto spartani, portano tutte verso il centro, con gli
edifici pubblici, un hotel dal dubbio gusto architettonico e
all'antico ponticello di pietra. La città è molto
animata in questo periodo, perché i fedeli si preparano alla
partenza per il pellegrinaggio alla Mecca. Per tradizione, alla
vigilia del lungo viaggio, la comunità musulmana si stringe
attorno ai correligionari in partenza in una grande festa popolare.
Ma questa volta è andata diversamente, perché le feste
sono state due, come le anime che in questo momento si contrappongono
nella comunità. I seguaci di Zilkic si sono dati appuntamento
al palazzetto dello sport della città. Grande palco, il
sindaco come ospite d'onore, donne e uomini separati, ma le une non
mollano il cellulare un attimo e gli altri non smettono di fumare.
Pochi volti velati. Preghiere e omelie, sotto gli occhi attenti del
servizio d'ordine, che osserva sorridendo ma con attenzione tutti
coloro che entrano ed escono dalla struttura. Alla fine della festa,
tutti a mangiare in un ristorante della città. ''Tanto rumore
per nulla. Noi vogliamo solo un Gran Muftì che si occupi della
Serbia, senza tener conto del volere di Sarajevo. Dal 1993 a oggi
Zukorlic ha comandato come un monarca assoluto, adesso i fedeli hanno
scelto un'altra guida. Tutto qui''. Per Yakub Lekovic, capo di
gabinetto di Zilkic, la questione è piuttosto semplice.
''Cominciamo con il dire che in questa storia la religione non conta
nulla. E' una questione politica e di rappresentanza.
Il
potere di Zukorlic nasce, durante la guerra degli anni Novanta'',
spiega Lekovic mentre in sala la gente si rilassa e chiacchiera
amabilmente, ''quando Sarajevo si preoccupò della situazione
dei musulmani in Serbia. Erano altri tempi, brutti tempi. Adesos però
la situazione è differente e siamo stanchi della dittatura di
Zukorlic. Abbiamo proposto una presidenza a rotazione, ogni sei mesi,
ed è stato eletto Zilkic. Tutto qua. Lui non ha accettato la
situazione e ha scatenato la faida''.
Una
lotta che non ha risparmiato neanche la moschea di Altun Alen Jamiia,
la più antica di Novi Pazar. Gli uomini di Zukorlic, dopo che
l'imam responsabile era passato con il suo avversario, si sono
barricati dentro e non sono mancate anche raffiche di kalashnikov.
''Quello
che è accaduto è colpa di Zukorlic e dei suoi metodi
mafiosi. Un imam vive del sostegno dei suoi fedeli'', spiega Lekovic,
''allora qualcuno può spiegarmi come fa lui a girare con auto
blindate e ha sostenere la sua scorta?''. Cosa risponde alle accuse
di Zukorlic che vi definisce uno strumento dello Sda? ''Se noi siamo
uno strumento dello Sda'', risponde piccato il portavoce di Zilkic,
''lui lo è del Partito democratico del
Sangiaccato di Rasim Ljajic (Sdp). La verità è che
Zukorlic ha molto da nascondere. Voi italiani dovreste ricordare il
nome di Senad Ramovic, un terrorista ricercato in tutto il mondo. Per
un po' è stato anche da voi. Poi l'ha nascosto Zukorlic,
perché gli serviva, ma dopo l'ha scaricato. Ecco chi è
Zukorlic: un despota e un approfittatore''.
Le ingerenze di Belgrado. La
questione, insomma, è complessa. Anche perché il potere
centrale di Belgrado, da queste parti, non gode di grande popolarità.
Zukorlic lo sa e non manca di utilizzare l'argomento nella
discussione. ''La verità è che io sono un personaggio
scomodo per Belgrado'', spiega il Gran Muftì messo in
discussione, ''loro vogliono dire la loro anche in una questione
tutta interna al Sangiaccato e alla sua comunità islamica. Mi
creda, non voglio esagerare, ma il governo deve capire che
intromettersi nelle scelte religiose delle persone è molto
rischioso. A
Belgrado i radicali vorrebbero imporre la religione ortodossa come
religione di Stato, mentre la Costituzione sancisce la libertà
di culto – spiega Zukorlic – io rappresento un ostacolo a questo
disegno e qui è stata creata un'alleanza per distruggerci con
quindici imam che hanno dato vita a un'azione contro di me. Tutti i
dissidenti, fin dai tempi del comunismo, sono noti collaborazionisti
del governo centrale. E' proprio Belgrado il problema: non hanno
rispettato la legge, che chiarisce bene come possa esistere solo una
legittima organizzazione islamica in Serbia e ne hanno riconosciuto
due.
Se
si vuole davvero risolvere questa situazione, bisogna semplicemente
ritornare alla legge. Destabilizzare l'organizzazione islamica
significa destabilizzare l'intera regione. Il rapporto tra la
religione islamica e il Sangiaccato, a livello culturale, storico e
politico, è ancora più forte di quella tra l'Islam e il
Kosovo o la Bosnia. La mia non è una minaccia, ma solo una
constatazione. La religione è identità: se qualcuno
tocca quella, attacca tutto. Per fare un paragone potremmo parlare
del rapporto tra la chiesa cattolica e i polacchi durante il
comunismo. Sappiamo tutti com'è andata a finire. Non parlo di
secessione, ci mancherebbe, ma non mi sento di escludere questa
ipotesi. Il popolo è scontento e quando il popolo non è
contento la situazione diventa più difficile. La gente è
disperata per la crisi economica e, quando c'è insicurezza, si
fanno strada gli estremisti, che trovano terreno fertile. Sono due
anni che lancio l'allarme rispetto a questa situazione. Ho
informazioni in merito alla preparazione di attacchi terroristici
nella regione, ma spero di sbagliarmi''.