Il libano scende in piazza per il terzo anniversario della morte di Hariri e il funerale di Mugniyeh
Scritto
per noi da
Erminia Calabrese
Beirut.
14 Febbraio 2008. Stamani, nel giorno del terzo anniversario
dell’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri, ucciso in un
attentato dinamitardo sul lungomare della capitale, l’immagine di
Beirut che scorre sulle televisioni locali è quella di una
città che si ripete.

Le
strade che portano al centro città di Beirut sono state invase
da centinaia di automobili e autobus, numerosi i manifestanti che sin
dalle prime ore dell’alba si sono raccolti in Piazza dei Martiri,
dove giace la tomba di Hariri, e numerose sono anche le bandiere:
quella libanese, ma anche quelle di partito, con (e non poche)
bandiere americane e francesi che sventolano nella piazza. Ancora una
volta le misure dell’esercito sono imponenti. Il centro città
è presidiato da militari e carri armati. La sfilata dei vari
leader del 14 marzo, schieramento di maggioranza, è iniziata
così come i loro discorsi con un leit-motiv divenuto ormai
scontato: Hariri, tribunale internazionale, Siria, Iran, armi di
Hezbollah, indipendenza e sovranità. Dal palco hanno fatto a
gara nel gridare che non ci sarà un’altra guerra civile
mentre il presidente del partito Kataeb, falange libanesi, Amin
Gemayel ha gridato: “voterò come presidente il generale
Michel Aoun, no scusatemi volevo dire il generale Michel Sulmain”,
trovandosi almeno per un secondo d’accordo con l’opposizione.

Il
ministro dell’informazione Ghazi Aridi dichiara al quotidiano
egiziano al-Ahram che “la situazione attuale è peggio di una
guerra civile” e avverte che “se le istituzioni statali
collassano il Libano andrà verso lo sconosciuto”. A
rinsaldare tutto questo ci pensano i poster giganteschi che
raffigurano Hariri e una frase: “Non prenderanno il nostro Libano”,
riferendosi “ovviamente” alla Siria, come se fosse l’unica a
voler mettere le mani sul paese. In tutti i villaggi sono stati
organizzati dei servizi bus, destinazione piazza dei martiri, e un
giorno festivo è stato dato ai lavoratori, ovviamente a quelli
che hanno un datore di lavoro vicino alle forze 14 marzo. La tomba
del martire Rafiq Hariri è stata decorata con piccoli fiori
bianchi, la scenografia della tomba quella si sembra essere cambiata
e la novità di quest’anno è anche un monumento
inaugurato nei pressi dell’ hotel Saint-George, luogo
dell’esplosione di tre anni fa. Lo scenario sembra perfetto per
poter far rivivere quel 14 Febbraio 2005 giorno della Primavera di
Beirut, quando dopo due settimane, il 28 febbraio, il governo Karame
diede le dimissioni e quando la partenza delle truppe siriane dal
paese cominciò per finalizzarsi, il 26 Aprile dello stesso,
anno dopo 29 anni di presenza.

Quello
stesso scenario stavolta non basta. Nelle zone del centro città
un grande cartello recita: “Nel 2005 sei sceso in piazza per
cacciarli. Nel 2008 devi fare lo stesso per non farli ritornare”.
La gente a Beirut è stanca, stanca di tanto parlare, stanca
della cosi chiamata “falsafa lubnaniyye”, “filosofia libanese”,
cioè troppe parole e niente fatti, mentre il paese versa in
una crisi che troppo spesso ricorda istanti della guerra civile. “Non
sono sceso in piazza oggi anche se faccio parte di quel gruppo
chiamato 14 Marzo, che senso ha scendere ancora e chiedere ancora le
stesse cose?”, si chiede Joseph 33 anni, parrucchiere del
quartiere di Asharafiyye. “Non scendo, resto a casa, oggi questa
manifestazione serve soltanto a dividere ancora di più i
libanesi”, dice Marwan, 44 anni di Beirut. Nell’altra
parte di Beirut quella della periferia sud, ce n’è un’altra
di manifestazione, che sicuramente non farà notizia sui media
occidentali.
A
Dahyye c’è un’altra parte di libanesi, che assiste ai
funerali di Imad Mugniyeh, alto esponente del movimento sciita
libanese Hezbollah, ucciso martedì notte a Damasco
nell'esplosione di un'autobomba che il movimento stesso ha attribuito
ad Israele. Qui oltre alle bandiere libanesi sventolano quelle nere
di lutto del partito di Dio. A Dahyye nella “Sala dei martiri”
nei discorsi dei politici, stavolta quelli d’opposizione, mentre si
attende il discorso del segretario generale Hassan Nasrallah, il
nemico diventa Israele e gli Stati Uniti. Due volti di una stessa
città, di uno stesso paese. “Ne abbiamo abbastanza di queste
commemorazioni come se Hariri fosse l’unico martire da commemorare.
E gli altri duemila libanesi che pure son morti? Ridateci il San
Valentino”, grida Rani. Più che una manifestazione per
l’indipendenza e una commemorazione per “l’ultimo martire”
quella di oggi è sembrata una vera e propria gara dei
politici locali, e non solo, a dimostrare chi è più
capace a trascinare gente in piazza.