17/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Molti serbi sono scappati dal Kosovo, ma c'è anche chi sceglie di compiere il cammino inverso
dal nostro inviato
Christian Elia
 
L'appuntamento è davanti alla chiesa ortodossa, nella piazzetta di Zvecan, sobborgo alle porte di Mitrovica. Sobborgo serbo, sottolineerebbe subito la gente del posto. Un posto, come tutto il Kosovo, dove nulla sembra poter esistere svincolato dalla dicotomia albanese – serbo.
La strada è scarsamente illuminata. La neve si è posata copiosa e soffice, ricoprendo case e negozi che sembrano tutti uguali nel loro grigiore. Miodrag arriva a passo svelto, alto e massiccio, intabarrato per proteggersi dal freddo.

il monastero ortodosso di decaniLa neve di Zvecan. Tende la mano e sorride, ma i suoi occhi di ghiaccio non sono proprio gioiosi. ''Benvenuti, avete già mangiato?'', si preoccupa subito, secondo i canoni dell'ospitalità serba, ''seguitemi, andiamo a casa. Al caldo''. Fa strada, lasciando impronte nella neve grosse come quelle dello yeti. Zvecan, in particolare di notte, non è proprio un posto da inserire in un depliant turistico. Poca gente in giro e poca dimestichezza con gli sconosciuti. Sguardi torvi, ma che si distendono in un cenno di saluto, appena riconoscono Miodrag. ''Mi conoscono tutti qui'', dice, anche se nessuna domanda è stata posta, quasi cogliesse un senso di disagio. Dopo qualche passo si arriva a un caseggiato basso e malmesso, quattro piani di scale malconce e pareti scrostate, illuminate a stento da lampade fredde. Miodrag sale le scale e si ferma davanti a una porta, identica in tutto e per tutto alle altre, in uno stile da socialismo reale che rende ancora più glaciale l'atmosfera.
La porta si apre e, come d'improvviso, dalla casa promana un calore ristoratore. Sulla soglia Anja, la moglie di Miodrag, regala un sorriso che rende ancora più dolci i suoi occhi di un azzurro limpido, mentre tiene in braccio la loro bimba di appena un anno. ''Ciao'', dice in italiano, ''entrate pure''. La casa è composta di due ambienti: soggiorno con cucina e camera da letto. Piccola e arredata con parsimonia, ma accogliente. Soprattutto serba. Il televisore è acceso sul telegiornale della televisione di Belgrado, mentre sull'apparecchio sono allineate in bella mostra icone ortodosse e mappe della Serbia e del Kosovo e Methodjia, come i serbi chiamano quello che per gli albanesi è solo Kosova. ''Scusate se non abbiamo granché da offrirvi, siamo appena tornati da Nis'', si scusa Miodrag, mentre mette in tavola noccioline e patatine. ''Per il resto però siete fortunati: siamo andati a trovare i miei genitori e abbiamo la loro rakjia, fatta in casa''.
Sorride sornione mentre versa la potente grappa, uno dei pochi elementi in comune tra le genti dei Balcani, nei bicchierini che Anja porge gentile. Erano a trovare i genitori di lui, perché Miodrag e Anja sono una famiglia un po' particolare. Non sono originari del Kosovo, ma hanno scelto di vivere qui. Perché? Come mai mentre almeno due terzi dei kosovari albanesi che vivevano qui sono andati via dopo il 1999, loro che non sono nati qui sentono il bisogno di tornarci?

la stazione di zvecan ai tempi della guerra del 1999Ritorno alle origini. ''La domanda dovrebbe essere posta al contrario'', risponde Miodrag, che non smette mai di sorridere, ma che mantiene sempre una certa durezza nello sguardo. ''Questa è la culla della nostra cultura, della nostra identità. Abbiamo scelto di sposarci al monastero di Decani, perché siamo ortodossi – continua l'uomo, mentre Anja si è seduta in silenzio sul divano, per cambiare il pannolino alla bimba – quel monastero esiste dal 1330''. Lo dice scandendo bene le parole e i numeri, come per sottolineare il concetto. ''Faremo battezzare là anche nostra figlia. Aspettiamo che ci chiamino...sa sono molte le famiglie che dalla Serbia vengono a sposarsi e a far battezzare i figli nei nostri luoghi di culto più santi''. Vero, ma non sono così tanti quelli che restano a viverci. In particolare di questi tempi, mente l'indipendenza del Kosovo è sempre meno un'ipotesi e sempre più una certezza. Non avete paura che possa tornare la violenza? Non temete che la situazione precipiti, ancor di più adesso che c'è un bimba piccola a cui pensare?
''Perché dovremmo avere paura? Questa è sempre stata la casa dei serbi che ci vivono. Ci conosciamo tutti e siamo pronti a darci una mano gli uni con gli altri - risponde Miodrag – non c'è alcun motivo di avere paura''. Anja non parla. ''Lei è d'accordo con me'', taglia corto Miodrag, mentre la consorte annuisce con un sorriso, meno caldo di quello regalato sulla porta.
Come vi siete conosciuti? ''Io sono un attore e un docente di recitazione. Adesso, per lo più, insegno, ma ho recitato anche in produzioni serbe di un certo livello. Sono di Nis, mentre Anja è di Belgrado'', racconta Miodrag. ''Ho studiato a Pristina. Bei tempi quelli...c'erano tre grandi teatri nazionali nella ex Jugoslavia: Novi Sad, Belgrado e Pristina. Da casa mia Pristina era la più vicina e sono venuto qui. La compagnia era mista: ragazzi serbi e albanesi, uniti dalla stessa passione. Dopo gli studi ho cominciato a girare il paese in tournèe, tenendo dei corsi di recitazione. Quando ho lavorato a Belgrado ho conosciuto Anja. E ci siamo sposati'', dice Miodrag, girandosi verso di lei, lanciandole uno sguardo dolce. ''Già, mi sono innamorata del mio professore...poco originale vero?'', chiede Anja, con un sorriso disarmante, ''ci siamo sposati e siamo venuti a vivere qui''.

il monastero di decaniUna scelta controcorrente. Ma le vostre famiglie? Nessuno ha tentato di dissuadervi? ''Perché avrebbero dovuto'', riprende la parola Miodrag, ''questa è la nostra terra. Qui a Zvecan c'è una scuola dove serviva un docente di teatro. Avevo una famiglia e non era più il caso di fare il giramondo con le compagnie teatrali. Ho chiesto e ottenuto di venire a vivere qui''. Ecco una possibile chiave di lettura. In molti sostengono che il governo di Belgrado offra sovvenzioni e agevolazioni per spingere i cittadini a 'ripopolare' il Kosovo. Quasi 200mila serbi lo hanno abbandonato, e la Serbia vuole fermare l'esodo. ''Guarda, l'unica forma di agevolazione è che ottenere un posto qui è più facile, perché c'è meno richiesta rispetto a città come Belgrado e Novi Sad – spiega Miodrag – ma le difficoltà economiche sono le stesse per i serbi che vivono qui come per quelli che vivono altrove. Ci sono poche opportunità di lavoro in tutto il paese. Io qui sono felice e posso fare il lavoro che amo''. E Anja? ''Per il momento, avendo avuto la bimba, ho lasciato gli studi. Ma appena lei sarà più grande riprenderò...'', risponde mentre Miodrag l'ha raggiunta sul divano. Tutti e tre assieme formano un quadro idilliaco. Un quadro che nulla, almeno a sentir Miodrag, può cambiare. ''Anche se concedono l'indipendenza noi resteremo qui. Non abbiamo nessuna paura – conclude l'uomo – sono in ansia solo quando, per le poche occasioni di lavoro alle quali non ho rinunciato, per guadagnare qualcosa in più, devo assentarmi. Dovesse accadere qualcosa in città sarei impaurito per loro. Ma so che la gente del vicinato si occuperebbe di loro come farei io'', conclude Miodrag, abbracciando forte moglie e figlia. Anja sorride, e i suoi occhi sembrano dire ''speriamo che tu abbia ragione''.

Christian Elia

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