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La neve di Zvecan. Tende la mano
e sorride, ma i suoi occhi di ghiaccio non sono proprio gioiosi.
''Benvenuti, avete già mangiato?'', si preoccupa subito,
secondo i canoni dell'ospitalità serba, ''seguitemi, andiamo a
casa. Al caldo''. Fa strada, lasciando impronte nella neve grosse
come quelle dello yeti. Zvecan, in particolare di notte, non è
proprio un posto da inserire in un depliant turistico. Poca gente in
giro e poca dimestichezza con gli sconosciuti. Sguardi torvi, ma che
si distendono in un cenno di saluto, appena riconoscono Miodrag. ''Mi
conoscono tutti qui'', dice, anche se nessuna domanda è stata
posta, quasi cogliesse un senso di disagio. Dopo qualche passo si
arriva a un caseggiato basso e malmesso, quattro piani di scale
malconce e pareti scrostate, illuminate a stento da lampade fredde.
Miodrag sale le scale e si ferma davanti a una porta, identica in
tutto e per tutto alle altre, in uno stile da socialismo reale che
rende ancora più glaciale l'atmosfera.
Ritorno alle origini. ''La
domanda dovrebbe essere posta al contrario'', risponde Miodrag, che
non smette mai di sorridere, ma che mantiene sempre una certa durezza
nello sguardo. ''Questa è la culla della nostra cultura, della
nostra identità. Abbiamo scelto di sposarci al monastero di
Decani, perché siamo ortodossi – continua l'uomo, mentre
Anja si è seduta in silenzio sul divano, per cambiare il
pannolino alla bimba – quel monastero esiste dal 1330''. Lo dice
scandendo bene le parole e i numeri, come per sottolineare il
concetto. ''Faremo battezzare là anche nostra figlia.
Aspettiamo che ci chiamino...sa sono molte le famiglie che dalla
Serbia vengono a sposarsi e a far battezzare i figli nei nostri
luoghi di culto più santi''. Vero, ma non sono così
tanti quelli che restano a viverci. In particolare di questi tempi,
mente l'indipendenza del Kosovo è sempre meno un'ipotesi e
sempre più una certezza. Non avete paura che possa tornare la
violenza? Non temete che la situazione precipiti, ancor di più
adesso che c'è un bimba piccola a cui pensare?
Una scelta controcorrente. Ma le
vostre famiglie? Nessuno ha tentato di dissuadervi? ''Perché
avrebbero dovuto'', riprende la parola Miodrag, ''questa è la
nostra terra. Qui a Zvecan c'è una scuola dove serviva un
docente di teatro. Avevo una famiglia e non era più il caso di
fare il giramondo con le compagnie teatrali. Ho chiesto e ottenuto di
venire a vivere qui''. Ecco una possibile chiave di lettura. In molti
sostengono che il governo di Belgrado offra sovvenzioni e
agevolazioni per spingere i cittadini a 'ripopolare' il Kosovo. Quasi
200mila serbi lo hanno abbandonato, e la Serbia vuole fermare
l'esodo. ''Guarda, l'unica forma di agevolazione è che
ottenere un posto qui è più facile, perché c'è
meno richiesta rispetto a città come Belgrado e Novi Sad –
spiega Miodrag – ma le difficoltà economiche sono le stesse
per i serbi che vivono qui come per quelli che vivono altrove. Ci
sono poche opportunità di lavoro in tutto il paese. Io qui
sono felice e posso fare il lavoro che amo''. E Anja? ''Per il
momento, avendo avuto la bimba, ho lasciato gli studi. Ma appena lei
sarà più grande riprenderò...'', risponde mentre
Miodrag l'ha raggiunta sul divano. Tutti e tre assieme formano un
quadro idilliaco. Un quadro che nulla, almeno a sentir Miodrag, può
cambiare. ''Anche se concedono l'indipendenza noi resteremo qui. Non
abbiamo nessuna paura – conclude l'uomo – sono in ansia solo
quando, per le poche occasioni di lavoro alle quali non ho
rinunciato, per guadagnare qualcosa in più, devo assentarmi.
Dovesse accadere qualcosa in città sarei impaurito per loro.
Ma so che la gente del vicinato si occuperebbe di loro come farei
io'', conclude Miodrag, abbracciando forte moglie e figlia. Anja
sorride, e i suoi occhi sembrano dire ''speriamo che tu abbia
ragione''.Christian Elia