17/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I desplazados colombiani, portati via con la forza dall'esercito. La denuncia

Cartina della zona di Riosucio e Turbo, Colombia

“Tutto è cominciato il 24 aprile 1997”. A raccontare le vicissitudini della comunità colombiana Parenchito, vallata del Cacarica, Municipio de Riosucio, dipartimento del Chocó, è uno dei suoi leader, Marco Fidel Velasquez, giovane afrodiscendente, alto e asciutto, occhi profondi. Viene a trovarci in redazione, ci sediamo attorno a un tavolo e, gesticolando in modo composto, ripercorre gli episodi più dolorosi successi alla sua gente a causa della guerra civile che da quaranta anni insanguina la Colombia. Fatti ancora tanto vivi, impressi per sempre.
 
Sfollati, ColombiaLa storia. “Faccio parte di un villaggio sorto dopo uno sfollamento (desplazamiento) eseguito con brutalità dalla Brigata 17 aiutata da gruppi di paramilitari. Quel giorno eravamo ottomila persone. Abbiamo dovuto lasciare la nostra terra, le nostre case, le nostre vite, perché lì, a quanto ci dicevano, c’era da combattere la guerriglia e il narcotraffico. Eppure da noi nemmeno l’ombra delle piantagioni di coca. Nessuno aveva mai coltivato la foglia. Non eravamo cocaleros. Ma è con questa scusa che ci hanno cacciati. Il nostro è un territorio decisamente strategico, con accessi sia all’oceano Atlantico che al Pacifico, per questo tanti guerriglieri erano di passaggio. Ma mai nessuno di loro si è stabilito lì. Nulla quindi giustifica quello che ci hanno fatto.
Ci hanno portati via con la forza e sparpagliati fra Turbo, Boca de la Traca e Yacupica. Abbiamo vissuto tre anni da sfollati. I fratelli desplazados a Yacupica inizialmente erano stati portati a Panama. Poi, con un accordo fra il governo di Panama e quello dell’allora presidente Samper, li hanno obbligati a rientrare in Colombia dopo sei mesi. Si susseguirono episodi assurdi, tragici. I paramilitari colpirono persino a morte un campesino. Io facevo parte dei fratelli deportati a Turbo. Ci siamo rimasti tre anni, durante i quali abbiamo persino subito l’assassinio di 93 membri della comunità per mano dei paramilitari. È da questi omicidi che ha avuto inizio la nostra resistenza, è da queste ulteriori e irreparabili ingiustizie che la nostra comunità prende la sua forza per non arrendersi”.

Comunità di sfollatiResistenza a cosa?
All’aggressione militare o paramilitare, come la si voglia chiamare. Siamo migliaia noi campesinos costretti a vivere nella perenne angoscia del come riuscire a tornare alla nostra terra. Alla fine noi ci siamo riusciti, ma tanti altri sono ancora lontani dal coronare il loro sogno. Per questo è nata la nostra Organizzazione di autodeterminazione indigena, per aiutare chi ancora è costretto lontano da casa, per rimediare a quello che lo Stato ha combinato, senza rimorsi, senza indugi. E’ l’abbandono più totale. Lo Stato colombiano ci ha completamente lasciati soli.
Adesso, siamo riuniti in una comunità di millecinquecento persone. Siamo sistemati in due piccole fattorie. Ci stiamo pian piano organizzando. Abbiamo resistito a tanti soprusi, ingiustizie e abbiamo tutta l’intenzione di non mollare. Cerchiamo di arrangiarci, procurando tutto quello che non abbiamo. Nel nostro Paese non esiste il diritto all’educazione né quello alla salute. Non c’è assistenza sanitaria. Alle nostre richieste è sempre stato risposto che sono problemi solo nostri. E quindi abbiamo rimediato da soli e grazie all’aiuto di alcune Ong straniere. Per l’istruzione ci siamo organizzati con i diplomati, che hanno sostituito i professori. Mentre per la salute ci stiamo arrangiando. Chi di noi ne sa un po’ di medicina si è attivato nella prevenzione. Ma è importante sapere che il 45 per cento della comunità è composta da bambini e che quindi da soli è molto dura.
L’importanza della nostra esperienza è comunque dimostrare che, nonostante lo sfollamento, continuiamo a vivere civilmente, ci siamo organizzati e stiamo supplendo alla latitanza statale.

Ma perché il desplazamiento? Paramilitari, Colombia
Il desplazamiento è una strategia studiata ad hoc per sbarazzarsi dei campesinos che occupano le terre che a loro interessano. È camuffata da ragioni di sicurezza, dalla lotta ai guerriglieri, dalla guerra alla droga, ma in realtà è tutt’altro. Gli interessi economici sono la vera ragione. La nostra area è nella posizione ideale in cui ricavare un canale che unisca i due oceani. Nella nostra regione c’è un attracco per navi mercantili ed è connessa alla carretera Panamericana. Un punto enormemente strategico, dunque. E molto ricco naturalmente. E’ la seconda regione al mondo per biodiversità, ha oro, platino, carbone, petrolio e un’importante risorsa che tutti cercano e che fa del nostro Paese una vera e propria potenza mondiale: l’uranio. Ecco i perché dello sfollamento.
 
(continua)

Stella Spinelli

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