13/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Mike Nichols ricostruisce la storia dei fondi segreti per la guerra antisovietica in Afghanistan
“Certe cose succedono, si sa. Noi abbiamo vinto e cambiato il mondo. Però abbiamo incasinato il finale di partita”. Parole di Charlie Wilson, deputato al Congresso degli Stati uniti per la sesta circoscrizione del Texas. Nonché l'uomo che ha armato (dal 1980 all'89) la resistenza afgana, poi passata in armi con i talebani e Osama bin Laden. A lui è dedicato il film  "Charlie Wilson's War", nelle sale italiane da una settimana, basato sull'omonimo romanzo di George Crile.


locandina con hanks, roberts e seymour hoffmanIl film. Mike Nichols batte per ritmo e chiarezza della trama su vicende intricate, Stephen Gaghan di 'Syriana', pellicola culto tra gli appassionati di medioriente. Partendo dal documentato libro di George Crile, s'assembla un trio improbabile: il deputato Charlie Wilson, donnaiolo e bonne vivant che affronta anche un processo per cocaina, su accusa d'una stripteaseuse; un agente Cia la cui carriera viene frustrata dai capi, cui sfascia l'ufficio a randellate; la “sesta donna più ricca del Texas" Joanne Henning, cristiana rinata e di estrema destra, pronta ad armare chiunque vinca per gli Usa la guerra fredda. Interpretazioni magistrali di Tom Hanks, Philip S. Hoffman e Julia Roberts, aiutati dalla sceneggiatura memorabile di Aron Sorkin, che rende spumeggianti anche dialoghi sull'opportunità di utilizzare i razzi anticarro 'Oerlikon' svizzeri, o gli Stinger, per abbattere gli elicotteri Sukhoi dell'Armata Rossa.


copertina del documentatissimo libro di Crilela vicenda Stupiscono congruità e competenza della sceneggiatura. Crile, Nichols e Sorkin ricostruiscono il traffico di armi messo su da Wilson con l'aiuto della Cia, con una triangolazione allora impensabile tra Paesi in guerra: Israele – Arabia Saudita – Pakistan. Per dare agli afgani armi sovietiche; e non far capire che ci fosse la Cia dietro, ma che i mujaheddin conquistassero sul campo, strappandole al nemico, le armi. Centrale, come raramente viene riconosciuto, il ruolo dell'allora dittatore pachistano Zia ul Haq e dei suoi servizi segreti. Ricordato anche come assassino del predecessore Zulfiqar Bhutto. Padre di Benazir, uccisa nel dicembe scorso in un'area confusa tra servizi pachistani e taleban. Abile lo sceneggiatore a farci notare come 30 anni dopo cquesto si riverberi sulla politica attuale. Sapientemente accennato il ruolo dell'Isi, il servizio d'intelligence pachistana, nell'armare gli afgani; un potere tuttora chiave per capire le vicende afgane. Il successo di Wilson: da oscuro congressman e vicepresidente della Commissione Difesa, riesce a far approvare alla Commissione Bilancio aumenti nei fondi segreti per la guerriglia mujaheddin, dai 5 milioni di dollari del 1979, al miliardo del 1988.


hanks e seymour hoffman nella parte cruciale di Gust Avrakotosgli studenti coranici Questa è la lacuna nell'ottima ricostruzione di Crile – Sorkin -Nichols. Non si sottolinea abbastanza come l'Afghanistan, abbandonato dagli americani dopo la fuga sovietica, sia diventato rifugio per ogni tipo d'integralista musulmano, fino all'avvento dei talebani, che usarono all'inizio armi comprate coi soldi del Congresso. Fino all'appoggio ad Osama. Nichols accenna al disinteresse Usa per le sorti afgane dopo la sconfitta russa (“Charlie, non frega niente a nessuno di 'sto Pakistan dopo la vittoria”, spiega un deputato della Commissione Difesa a Wilson; “veramente sarebbe l'Afghanistan”). Diversi i moniti dell'unica figura positiva, l'agente Cia dai modi bruschi Gust Avrakotos, per un “rischio degli integralismi che vedo nascere sui due lati! si cita troppo Dio per i miei gusti..”, ma sono grida di Cassandra. La patina di nazionalismo cinico, antiretorico, che affiora nel film, fa dimenticare come, armando una guerriglia feroce che ha imparato ad autosostentarsi con la maggiore produzione d'oppio del pianeta, e con il fiancheggiamento dei servizi segreti pachistani aiutati da Washington, gli Usa hanno vinto la battaglia locale della Guerra Fredda, per poi tirarsi sui piedi la zappa ingombrante dell'11 settembre. Almeno per quanto ne sappiamo finora     

Gianluca Ursini

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