di Igor D'India*
Difficilmente si sente parlare della
lunga battaglia per l’indipendenza del Sahara Occidentale, che
ormai da trent’anni genera violenza da parte di entrambe le
fazioni protagoniste del conflitto: le forze armate marocchine e la
guerriglia saharawi.
Come al solito, dato lo sporco businnes
che ogni guerra rappresenta, vi è a monte un intrigo
internazionale che coinvolge non solo gli stati africani del Maghreb,
ma anche Usa, America latina, Russia e la stessa “democratica”
Europa. La sofferenza causata da questo interminabile braccio di
ferro, giunto ormai al round finale, ha coinvolto quasi tre
generazioni. La fiducia nei confronti delle Nazioni Unite, che dopo
quindici anni di trattative non hanno ancora saputo risolvere la
situazione, è ormai ben poca.
E' in balia del vento di guerra anche
una popolazione di cui nessuno parla perché senza voce e senza
nessun partito politico alle spalle. Tra le vallate desertiche del
Marocco meridionale vivono infatti diverse tribù nomadi di
origini arabo-berbere, che dalla notte dei tempi conducono vita
pacifica allevando capre e dromedari e spostandosi periodicamente in
cerca di pascoli.
Composte da alcune decine di famiglie
l’una, le tribù si supportano a vicenda e riescono a
mantenersi con i prodotti ricavati dall'allevamento e da quel poco
che offre il Sahara che, come tutti sanno, è un severo maestro
di vita. In caso di guerra questa gente rischierebbe di scomparire,
schiacciata tra i fronti.
Riportiamo qui di seguito le
testimonianze di tre uomini coinvolti in modo diverso dal conflitto,
le cui storie sono separate da centinaia di chilometri di distanza,
ma che sono state influenzate, e immancabilmente segnate, dalla
stessa inutile guerra. Ecco alcune storie, alcune delle vite
coinvolte in questa guerra.
Dadi Paalot 32 anni, insegnante di
storia, membro del movimento di Liberazione del Sahara Occidentale di
Boujdour.
Circa 300mila persone, la metà
delle quali vive nei campi di Rabuni, che funge da capitale
amministrativa, il campo di Layoune, poi abbiamo Smara, Aousserd,
Dakhla e il campo nominato 27 Febbraio, in memoria della fondazione
della Repubblica Saharawi nel 1976. Abbiamo battezzato i campi di
accoglienza con i nomi delle nostre città, è un modo
per non perdere la speranza di tornare, ma la situazione è
ancora critica e pericolosa.
Come vede, le strade sono presidiate da
forze di polizia e dall'esercito. Due anni fa un cittadino saharawi,
Hamdy Lambaky, è stato torturato e ucciso da due poliziotti
marocchini a Layoune. Il processo si è concluso solo ora con
l'incarcerazione dei colpevoli, ma il governo ha fatto credere alle
Nazioni Unite che è stato un caso isolato e che non è
un fenomeno di cui preoccuparsi. Noi possiamo provare il contrario.
Mio padre è stato incarcerato
nel 1976 con l'accusa di aver supportato il Fronte Popolare per
l'Indipendenza del Sahara Occidentale. Il suo negozio è stato
incendiato e tutti i suoi dromedari sono stati uccisi. Chiaramente
non è servito a nulla reclamare i diritti di risarcimento al
momento del suo rilascio, nel 1984. Al suo ritorno a casa mi ha
raccontato di torture atroci nelle carceri marocchine tra cui la
prigione di Ait Melloul (vicino Agadir), in cui sono reclusi alcuni
giovani del Fronte Popolare che devono scontare ancora un anno di
reclusione a testa. Abbiamo perso tutto quello che avevamo costruito
in anni di sacrifici per dei semplici sospetti nei nostri confronti.
Ma non è finita, ci stiamo riorganizzando. A Layoune si è
riunito il nostro governo per discutere sul da farsi nei prossimi
mesi. Attendiamo tutti con ansia il verdetto del quarto incontro con
le Nazioni Unite che si terrà a Marzo a Houston, Usa.
Purtroppo, se non vi saranno
nuovamente risultati rilevanti, scoppierà un nuovo conflitto
ancora più aspro del precedente. Siamo sempre stati supportati
militarmente dai paesi filo russi o comunisti. Negli anni Settanta
molti dei nostri giovani sono stati addestrati a Cuba e parte di loro
ha condotto le principali battaglie del Sahara in qualità di
ufficiale. Inoltre abbiamo ricevuto aiuti da Algeria, Libia,
Venezuela, Cile, Sudafrica, Russia e Spagna.
Speriamo tutti che a marzo ci sia la
svolta finale per la creazione di una vera democrazia per il nostro
popolo. Non vogliamo diventare un altro Iraq.
Questo è un territorio che fa
gola a molti: vi è una ricca presenza di giacimenti di fosfati
e un mare tra i più pescosi dell'Africa occidentale.
Per questo motivo sia la Spagna che il
Marocco hanno occupato militarmente la zona e sfruttato sempre più
queste preziose risorse.
Durante la Guerra Fredda, inoltre, i
russi premevano per controllare questa parte di continente a fini
strategici. Infatti, se fossero riusciti a insediarvi un governo filo
comunista, avrebbero ottenuto sicuramente uno sbocco prezioso
sull'Atlantico e, non ultima delle possibilità, piazzare
eventuali basi missilistiche più vicine agli Usa.
Hassan Anour, ex militare
marocchino, disoccupato di Tata
Più che i combattimenti ci ha
rovinato il massiccio uso di droghe e alcool. Eravamo sempre sotto
l'effetto di hashish e stimolanti.
La mancanza di lucidità ci
impediva di riflettere su quello che facevamo. Ci insegnavano a
trattare i civili come bestie, come se fossero oggetti.
Rastrellavamo i civili e li
picchiavamo, loro chiaramente impararono a reagire molto presto. Si
creò un clima di terrore. I miliziani del Polisario (Fronte
Polisario, organizzazione politico – militare dei saharawi)
attaccavano con improvvisi blitz, specie di notte o alla mattina
presto. Gli scontri non duravano molto, ma erano intensi e ogni volta
cadevano un gran numero di soldati. Spesso rimanevamo isolati o ci
mandavano in perlustrazione nel deserto in piccoli gruppi, con otto
litri di acqua a testa per una settimana. Molti dei miei amici sono
stati uccisi. Nessuno ha avuto un risarcimento dal governo, che io
sappia. Il mio indennizzo per un anno al fronte è stato di
8000 dirham (circa 800 euro), ma bisogna considerare che ogni volta
che dovevo tornare a casa per il congedo dovevo pagarmi il biglietto
di tasca mia. A dire la verità anche l'hashish e l'alcool
erano a spese nostre, ma dopo un pò fumare divenne necessario
come il pane. I nostri occhi erano sempre gonfi e la mente
annebbiata. Al ritorno dal fronte abbiamo avuto seri problemi di
reinserimento persino nelle nostre famiglie. Il governo non ci ha
dato alcun supporto, neanche sanitario. Sono rimasto per mesi a
vagare per il Paese vivendo di espedienti. La mia famiglia non mi
poteva aiutare, nessuno poteva farlo.
Dei miei compagni non so più
nulla. Anche mio padre ha combattuto questa guerra e anche lui ha
avuto ripercussioni forti a livello psicologico. Era un uomo docile,
è tornato violento. Io non so cosa si dica da voi in Europa,
ma qua la situazione è veramente grave. Il Paese è già
in ginocchio per la miseria. Ci sono due sole classi sociali, una
ricchissima e una poverissima. La gran parte di noi non può
lasciare il paese per motivi economici o per l’ostruzionismo del
governo. Immaginate con l'arrivo di un nuovo conflitto. Molti
ragazzi poveri si arruolerebbero per mancanza di alterative nella
vita e avremmo una terza generazione di veterani con disturbi
psicologici gravi e dipendenza da droghe e alcool. La guerra può
solo peggiorare la nostra società".
Ben El Houri Mahmoud, 45 anni, ex
detenuto in carceri polisarie, oggi bracciante a Oum Agardyan
Eravamo andati a raccogliere della
legna nei dintorni di Oum Agardyan, nei pressi di Tata. Era il 13
Marzo del 1978, avevo venti anni. Sapevamo del conflitto e di alcune
rappresaglie della guerriglia del Fronte Polisario nella nostra zona,
ma avevamo bisogno di legname da ardere e ci avventurammo tra le
colline intorno al villaggio. Giunsero improvvisamente tre gruppi
armati. Presero noi giovani e ci riportarono legati alle nostre case.
Poi cominciarono a sparare e a saccheggiare. Una donna rimase uccisa
e altri quindici civili feriti. Rastrellarono alcuni uomini più
anziani di noi e ci portarono via con i camion verso Raboni, vicino
al confine con l'Algeria. I campi di prigionia avevano nomi come "9
Giugno" "12 Ottobre", tutte date importanti per la
loro storia.
Inizialmente mi offrirono del denaro
per abbandonare la mia nazione e trasferirmi nelle loro terre. Mi
chiesero di affermare all'imminente censimento di essere un saharawi,
ma io rifiutai. Poi cominciarono i guai.
Dormivamo in circa 200 persone nella
stessa camerata. Alle tre di ogni mattina una parte di noi veniva
portata all'addiaccio nel deserto per patire il freddo, un altro
gruppo veniva portato in alcune camere per le torture. Ogni giorno
subivamo grandi umiliazioni. Ci colpivano al volto con la falce e ci
provocavano ferite in tutto il corpo. Certe volte ci legavano due
grossi legni su entrambi i lati della testa e poi, con un pezzo di
ferro, colpivano ripetutamente i tronchi provocando un forte rumore
che a lungo andare ci faceva impazzire.
Alcuni di noi, i più irrequieti,
venivano legati mani e piedi e avvolti in teli di plastica per essere
poi lasciati al sole per ore. Se continuavano a protestare, gli
conficcavano dei bisturi negli arti per evitare che si muovessero. Se
scoprivano che qualcuno aveva tentato la fuga, ci lasciavano giorni
senza mangiare e bere. Quando trovavano dei possibili leader tra noi,
li seviziavano. Ricordo che il mio amico Rashid, poco più
giovane di me, fu seppellito fino alla testa nella sabbia e sul suo
capo fu poggiato un laminato di zinco per aumentare il calore. Questo
trattamento lo uccise.
Nel 1987 arrivarono degli aiuti dalla
Croce Rossa. Ci ripulirono, ci disinfettarono e curarono diversi
feriti. Io credo che la guerra non porterebbe a nessuna soluzione.
Non mi interessa la vendetta. Sono stato liberato nel luglio 2002
dopo venticinque anni di sofferenza, non mi serve altro dolore. E poi
quando eravamo prigionieri abbiamo spesso donato il sangue per le
donne che avevano partorito da poco o per i soldati al fronte. Ora è
come se fossimo tutti cugini, capisce? Tra i miliziani del Polisario
corre sangue marocchino e viceversa. Mi conforta il fatto che la
nuova generazione sia ben diversa dalla prima. Molti di loro hanno
studiato in Europa, sanno che significa vivere in una democrazia e
vogliono solo fare del bene per la loro gente. Non aspettiamo altro
che la pace".