14/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Storie da un conflitto dimenticato
di Igor D'India*
 
Difficilmente si sente parlare della lunga battaglia per l’indipendenza del Sahara Occidentale, che ormai da trent’anni genera violenza da parte di entrambe le fazioni protagoniste del conflitto: le forze armate marocchine e la guerriglia saharawi.
Come al solito, dato lo sporco businnes che ogni guerra rappresenta, vi è a monte un intrigo internazionale che coinvolge non solo gli stati africani del Maghreb, ma anche Usa, America latina, Russia e la stessa “democratica” Europa. La sofferenza causata da questo interminabile braccio di ferro, giunto ormai al round finale, ha coinvolto quasi tre generazioni. La fiducia nei confronti delle Nazioni Unite, che dopo quindici anni di trattative non hanno ancora saputo risolvere la situazione, è ormai ben poca.
E' in balia del vento di guerra anche una popolazione di cui nessuno parla perché senza voce e senza nessun partito politico alle spalle. Tra le vallate desertiche del Marocco meridionale vivono infatti diverse tribù nomadi di origini arabo-berbere, che dalla notte dei tempi conducono vita pacifica allevando capre e dromedari e spostandosi periodicamente in cerca di pascoli.
Composte da alcune decine di famiglie l’una, le tribù si supportano a vicenda e riescono a mantenersi con i prodotti ricavati dall'allevamento e da quel poco che offre il Sahara che, come tutti sanno, è un severo maestro di vita. In caso di guerra questa gente rischierebbe di scomparire, schiacciata tra i fronti.
Riportiamo qui di seguito le testimonianze di tre uomini coinvolti in modo diverso dal conflitto, le cui storie sono separate da centinaia di chilometri di distanza, ma che sono state influenzate, e immancabilmente segnate, dalla stessa inutile guerra. Ecco alcune storie, alcune delle vite coinvolte in questa guerra.

dadi - foto di igor d'indiaDadi Paalot 32 anni, insegnante di storia, membro del movimento di Liberazione del Sahara Occidentale di Boujdour.

Circa 300mila persone, la metà delle quali vive nei campi di Rabuni, che funge da capitale amministrativa, il campo di Layoune, poi abbiamo Smara, Aousserd, Dakhla e il campo nominato 27 Febbraio, in memoria della fondazione della Repubblica Saharawi nel 1976. Abbiamo battezzato i campi di accoglienza con i nomi delle nostre città, è un modo per non perdere la speranza di tornare, ma la situazione è ancora critica e pericolosa.
Come vede, le strade sono presidiate da forze di polizia e dall'esercito. Due anni fa un cittadino saharawi, Hamdy Lambaky, è stato torturato e ucciso da due poliziotti marocchini a Layoune. Il processo si è concluso solo ora con l'incarcerazione dei colpevoli, ma il governo ha fatto credere alle Nazioni Unite che è stato un caso isolato e che non è un fenomeno di cui preoccuparsi. Noi possiamo provare il contrario.
Mio padre è stato incarcerato nel 1976 con l'accusa di aver supportato il Fronte Popolare per l'Indipendenza del Sahara Occidentale. Il suo negozio è stato incendiato e tutti i suoi dromedari sono stati uccisi. Chiaramente non è servito a nulla reclamare i diritti di risarcimento al momento del suo rilascio, nel 1984. Al suo ritorno a casa mi ha raccontato di torture atroci nelle carceri marocchine tra cui la prigione di Ait Melloul (vicino Agadir), in cui sono reclusi alcuni giovani del Fronte Popolare che devono scontare ancora un anno di reclusione a testa. Abbiamo perso tutto quello che avevamo costruito in anni di sacrifici per dei semplici sospetti nei nostri confronti. Ma non è finita, ci stiamo riorganizzando. A Layoune si è riunito il nostro governo per discutere sul da farsi nei prossimi mesi. Attendiamo tutti con ansia il verdetto del quarto incontro con le Nazioni Unite che si terrà a Marzo a Houston, Usa.
Purtroppo, se non vi saranno nuovamente risultati rilevanti, scoppierà un nuovo conflitto ancora più aspro del precedente. Siamo sempre stati supportati militarmente dai paesi filo russi o comunisti. Negli anni Settanta molti dei nostri giovani sono stati addestrati a Cuba e parte di loro ha condotto le principali battaglie del Sahara in qualità di ufficiale. Inoltre abbiamo ricevuto aiuti da Algeria, Libia, Venezuela, Cile, Sudafrica, Russia e Spagna.
Speriamo tutti che a marzo ci sia la svolta finale per la creazione di una vera democrazia per il nostro popolo. Non vogliamo diventare un altro Iraq.
Questo è un territorio che fa gola a molti: vi è una ricca presenza di giacimenti di fosfati e un mare tra i più pescosi dell'Africa occidentale.
Per questo motivo sia la Spagna che il Marocco hanno occupato militarmente la zona e sfruttato sempre più queste preziose risorse.
Durante la Guerra Fredda, inoltre, i russi premevano per controllare questa parte di continente a fini strategici. Infatti, se fossero riusciti a insediarvi un governo filo comunista, avrebbero ottenuto sicuramente uno sbocco prezioso sull'Atlantico e, non ultima delle possibilità, piazzare eventuali basi missilistiche più vicine agli Usa.

hassanHassan Anour, ex militare marocchino, disoccupato di Tata

Più che i combattimenti ci ha rovinato il massiccio uso di droghe e alcool. Eravamo sempre sotto l'effetto di hashish e stimolanti.
La mancanza di lucidità ci impediva di riflettere su quello che facevamo. Ci insegnavano a trattare i civili come bestie, come se fossero oggetti.
Rastrellavamo i civili e li picchiavamo, loro chiaramente impararono a reagire molto presto. Si creò un clima di terrore. I miliziani del Polisario (Fronte Polisario, organizzazione politico – militare dei saharawi) attaccavano con improvvisi blitz, specie di notte o alla mattina presto. Gli scontri non duravano molto, ma erano intensi e ogni volta cadevano un gran numero di soldati. Spesso rimanevamo isolati o ci mandavano in perlustrazione nel deserto in piccoli gruppi, con otto litri di acqua a testa per una settimana. Molti dei miei amici sono stati uccisi. Nessuno ha avuto un risarcimento dal governo, che io sappia. Il mio indennizzo per un anno al fronte è stato di 8000 dirham (circa 800 euro), ma bisogna considerare che ogni volta che dovevo tornare a casa per il congedo dovevo pagarmi il biglietto di tasca mia. A dire la verità anche l'hashish e l'alcool erano a spese nostre, ma dopo un pò fumare divenne necessario come il pane. I nostri occhi erano sempre gonfi e la mente annebbiata. Al ritorno dal fronte abbiamo avuto seri problemi di reinserimento persino nelle nostre famiglie. Il governo non ci ha dato alcun supporto, neanche sanitario. Sono rimasto per mesi a vagare per il Paese vivendo di espedienti. La mia famiglia non mi poteva aiutare, nessuno poteva farlo.
Dei miei compagni non so più nulla. Anche mio padre ha combattuto questa guerra e anche lui ha avuto ripercussioni forti a livello psicologico. Era un uomo docile, è tornato violento. Io non so cosa si dica da voi in Europa, ma qua la situazione è veramente grave. Il Paese è già in ginocchio per la miseria. Ci sono due sole classi sociali, una ricchissima e una poverissima. La gran parte di noi non può lasciare il paese per motivi economici o per l’ostruzionismo del governo. Immaginate con l'arrivo di un nuovo conflitto. Molti ragazzi poveri si arruolerebbero per mancanza di alterative nella vita e avremmo una terza generazione di veterani con disturbi psicologici gravi e dipendenza da droghe e alcool. La guerra può solo peggiorare la nostra società".

mahmoudBen El Houri Mahmoud, 45 anni, ex detenuto in carceri polisarie, oggi bracciante a Oum Agardyan

Eravamo andati a raccogliere della legna nei dintorni di Oum Agardyan, nei pressi di Tata. Era il 13 Marzo del 1978, avevo venti anni. Sapevamo del conflitto e di alcune rappresaglie della guerriglia del Fronte Polisario nella nostra zona, ma avevamo bisogno di legname da ardere e ci avventurammo tra le colline intorno al villaggio. Giunsero improvvisamente tre gruppi armati. Presero noi giovani e ci riportarono legati alle nostre case. Poi cominciarono a sparare e a saccheggiare. Una donna rimase uccisa e altri quindici civili feriti. Rastrellarono alcuni uomini più anziani di noi e ci portarono via con i camion verso Raboni, vicino al confine con l'Algeria. I campi di prigionia avevano nomi come "9 Giugno" "12 Ottobre", tutte date importanti per la loro storia.
Inizialmente mi offrirono del denaro per abbandonare la mia nazione e trasferirmi nelle loro terre. Mi chiesero di affermare all'imminente censimento di essere un saharawi, ma io rifiutai. Poi cominciarono i guai.
Dormivamo in circa 200 persone nella stessa camerata. Alle tre di ogni mattina una parte di noi veniva portata all'addiaccio nel deserto per patire il freddo, un altro gruppo veniva portato in alcune camere per le torture. Ogni giorno subivamo grandi umiliazioni. Ci colpivano al volto con la falce e ci provocavano ferite in tutto il corpo. Certe volte ci legavano due grossi legni su entrambi i lati della testa e poi, con un pezzo di ferro, colpivano ripetutamente i tronchi provocando un forte rumore che a lungo andare ci faceva impazzire.
Alcuni di noi, i più irrequieti, venivano legati mani e piedi e avvolti in teli di plastica per essere poi lasciati al sole per ore. Se continuavano a protestare, gli conficcavano dei bisturi negli arti per evitare che si muovessero. Se scoprivano che qualcuno aveva tentato la fuga, ci lasciavano giorni senza mangiare e bere. Quando trovavano dei possibili leader tra noi, li seviziavano. Ricordo che il mio amico Rashid, poco più giovane di me, fu seppellito fino alla testa nella sabbia e sul suo capo fu poggiato un laminato di zinco per aumentare il calore. Questo trattamento lo uccise.
Nel 1987 arrivarono degli aiuti dalla Croce Rossa. Ci ripulirono, ci disinfettarono e curarono diversi feriti. Io credo che la guerra non porterebbe a nessuna soluzione. Non mi interessa la vendetta. Sono stato liberato nel luglio 2002 dopo venticinque anni di sofferenza, non mi serve altro dolore. E poi quando eravamo prigionieri abbiamo spesso donato il sangue per le donne che avevano partorito da poco o per i soldati al fronte. Ora è come se fossimo tutti cugini, capisce? Tra i miliziani del Polisario corre sangue marocchino e viceversa. Mi conforta il fatto che la nuova generazione sia ben diversa dalla prima. Molti di loro hanno studiato in Europa, sanno che significa vivere in una democrazia e vogliono solo fare del bene per la loro gente. Non aspettiamo altro che la pace".
Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti: