Chavez accusa Usa e Colombia di infiltrare paramilitari nel Paese. E di usare la Exxon come ariete contro il greggio del Venezuela.
La denuncia. Si infiltrano, permeano il
territorio, non hanno fucili, ma usano armi più subdole, come
la droga, lo spaccio di cocaina. Un commercio da narco grazie al
quale questi soggetti vorrebbero costruire delle vere e proprie bande
guerriglieri. L'ultima denuncia del presidente venezuelano Hugo
Chjavez Frias torna a disegnare un complotto, ordito da Washington e
Bogotà.
“ Vogliono riempirci di paramilitari
– ha detto Chavez nel suo programma domenicale Alò
presidente – abbiamo detectato la loro presenza negli stati di
Barinas, Tachira e Zulia”. Tre regioni di frontiera.
La frontiera. Fra Colombia e Venezuela
è un territorio difficile, che vive da decenni i riflessi
dello scontro fra la guerrgilia delle Farc. Ma anche le grandi
infiltrazioni di paramilitari che controllano oggi i settori chiave
del mercato della cocaina e che sono capaci di imbastire dalla
frontiera il loro traffico di droga verso gli Stati Uniti. Non è
un caso che proprio da quella frontiera vengano notizie che
riguardano sequestri, esecuzioni sommarie, decimazione di
sindacalisti e lavoratori agricoli. Storie colombiane in territorio
venezuelano.
Propaganda e qualche verità. È
del tutto evidente come alla radice delle accuse infarcite da una
gustosa retorica latinoamericana ci sia una gran parte di strategia
politica. Secondo Aslberto Garrido, che ha scritto numerose opere sul
presidente venezuelano, Chavez riesce con questi discorsi a
trasformare lo scenario: non è più la sua lotta contro
una opposizione itnerna politica e del settore imprenditoriale, ma
diventa un confronto aperto fra la rivoluzione bolivariana e un
soggetto invasore. Eppure, eliminati gli aspetti più
propagandistici della vicenda, restano importanti interrogativi. Il
primo si basa sul passato. Maggio 2004; 53 riservisti colombiani in
mimetica vengono arrestati in una
finca, un'impresa agricola,
intestata a un noto dissidente di origine cubana, contrario alla
presidenza Chavez. Il caso fece scalpore, anche se non si riuscì
mai a capire come mai quegli arresti vennero eseguiti senza che si
sparasse nemmeno un colpo di pistola, nemmeno in aria.
E i documenti di identità che
molti di loro avevano addosso – altra cosa strana – erano
veritieri, riconosciuti dal governo di Bogotà: erano davvero
riservisti delle truppe colombiane. L'altro interrogativo riguarda le
strategie di destabilizzazione di un governo, quello di Chavez,
previste dagli Stati Uniti. Anche perchè, dopo il discorso e i
documenti di alcuni giorni fa del capo della Cia, non è un
mistero che a Washington serve indebolire lo strapotere di Chavez e
la sua immagine a liverllo continentale, come è evidente che
alcuni mezzi utilizzati in passato – come il famoso golpe intentato
da Fedecamaras e il presidente degli industriali Carmona – non
possono più essere replicati. C'è in tutta la vicenda
il sapore dell'avvertimento, del segnale, del gioco di dichiarazioni
ufficiali che dialogano.
E così anche Hugo Chavez,
parlando degli inflitrati che spacciano droga nei barrios popolari di
Caracas, ha giocato le frasi a effetto contro Usa e Colombia per dire
qualche cosa che alle orecchie delle diplomazie e delle intelligence
dei due paesi sarà risultato sicuramente comprensibile.