11/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



14 dirigenti di batasuna incarcerati dal giudice Garzon
E' un libretto grigio, fogli a quadretti. Dal 1997 si è riempita di lettere e numeri, tutti su quello stesso quadrante, Paesi Baschi. Indirizzi che sono volti, che sono idee politiche e occasioni di incontro, numeri che sono strade e viali o colline e fiordi nei territori baschi.
L'agenda basca oggi è finita. Finita dove inizia quella spagnola. Quella elettorale, che prevede proprio in queste ore che le liste che intendono partecipare al grande gioco democratico delle legislative possano presentare al ministero dell'Interno la propria candidatura.

Accion nacionalista vasca, una sigla elettorale preesistente a Eta, non potrà presentarsi alle elezioni. Perchè il giudice Garzon l'ha esclusa da questo diritto, anche se il tribunale costituzionale spagnolo ha cercato di frenare: la sospensione delle attività di quel partito e del Partito dei comunisti delle terre basche è esagerata, hanno detto gli alti giudici, che hanno comunque sancito il divieto a concorrere alle elezioni. L'agenda spagnola è stata scritta tempo fa e i numeri e le persone, gli indirizzi che tollera sono solo quelli di chi non dà rogne. E Anv è socialista e indipendentista, quindi vicina a Batasuna, che per Garzon è la stessa cosa di Eta.

Sfoglio le pagine e mi soffermo sui nomi. La mia agenda basca è diventata una galleria di ricordi. L'ultimo che guardo è il numero di Karmelo Landa, arrestato questa notte. C'è anche un video sui quotidiani on-line spagnoli. Karmelo, un metro e settantacinque, di stazza robusta, capelli folti e scuri su un viso aperto, gli occhi scuri. Esce da un portone di casa, è notte e si guarda sperso in giro. Ha già le manette ed è circondato da uomini dell'antiterrorismo. Garzon ne ha usati 400 per andare a prendere tredici persone, di quelle che non scappano e che si fanno trovare a casa. Ma si celebra il rito mediatico: operazione nel cuore della notte, telecamere e fotografi al seguito, agenti in borghese incappucciati che escono da portoni di casa con scatole di cartone, numerose scatole. E il magistrato che cammina nelle strade deserte il telefonino all'orecchio. Karmelo sale in macchina e i fotografi e le telecamere lo vanno a riprendere in primo piano. Ha lo sguardo dritto.
L'ho conosciuto nel 1997 a Bilbao. Poche settimane dopo lo mettevano in carcere. Undici anni dopo ci ritorna, colpevole della stessa militanza. Potevano arrestarlo dal 2003. Uno si domanda certe cose: perché aspettano cinque anni e lo lasciano viaggiare e parlare ai politici europei, per arrestarlo adesso?
Tiro una riga sopra al suo cellulare, una di più se guardo un'altra pagina, un altro numero, un altro nome e solo ricordi, perché il presente è carcere, come per altre decine di numeri che ho accumulato nel corso degli anni.

Al nove di marzo l'agenda spagnola segna: elezioni democratiche. Eppure da più parti, anche da quelle che fino ad oggi avevano taciuto, si inizia a discutere della legittimità di elezioni in cui un partito viene eliminato a colpi di ordinanze. E ci si chiede anche se la repressione sia la strada giusta per trovare una vera soluzione al conflitto. Con gli arresti di questa notte, con la sentenza del maxiprocesso 18/98+ e il relativo carcere, con le detenzioni nei gruppi giovanili, con i fermi di esponenti delle nuove formazioni politiche che siedono nei consigli comunali e al parlamento basco, si tenta di cancellare il volto pubblico della richiesta politica di indipendenza e di un processo di pace, quello che fu fatto naufragare dai socialisti di Zapatero nel monastero di Loyola e dai notabili del Partido Nacionalista Vasco, la prima formazione democristiana d'Europa. Ma la consegna corre per le strade di un'altra agenda, quella della sinistra basca. Annuncia che vi sarà comunque una partecipazione al voto. Forse, anche questa volta, con le schede pre-stampate che faranno contare la propria voce nel monte del voto nullo e che diranno che dietro le prime fila, in un'organizzazione orizzontale, la seconda è uguale a quella che si cerca di togliere di mezzo.
 

Angelo Miotto

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