La catastrofe naturale ha colpito tre zone di conflitto. Quali le conseguenze? Risponde il prof. Montessoro
Lo tsunami ha travolto zone di guerriglia. Quali le implicazioni? “Tutto dipende
dalla gestione degli aiuti”, spiega l’esperto di Sud Est Asiatico Francesco Montessoro.
“In Aceh solo tra qualche mese potremo vedere se la catastrofe naturale ha intensificato
la guerra o l’ha eliminata”. La situazione della provincia settentrionale indonesiana,
in cui sono morte oltre 100mila persone e ci sono 700mila sfollati, è drammatica.
Il 26 dicembre i guerriglieri separatisti hanno proclamato un cessate il fuoco
temporaneo che non è stato rispettato. Nei giorni seguenti ci sono stati alcuni
scontri e reciproche accuse di voler approfittare della tragedia per lanciare
un’offensiva. Tuttavia proprio ieri i ribelli hanno fatto di nuovo appello affinchè
si rispetti la tregua.
La devastazione dello tsunami che conseguenze può produrre in zone già colpite
dai conflitti?
Per caso lo tsunami ha riguardato una zona non stabile. Dietro l’immagine di
località esotiche, vi è un dato conflittuale. I Paesi più colpiti, Sri Lanka,
Thailandia del sud e Indonesia, presentano gravi problemi interni. In Aceh, provincia
settentrionale indonesiana, è attivo il movimento secessionista per l’Aceh libero
(Gam) che Jakarta non riesce ad eliminare. Nel nord e nell’est dello Sri Lanka
c’è il movimento delle Tigri che rappresenta la minoranza tamil. I tamil erano
i lavoratori delle piantagioni di tè e sono in buona parte hindu, a differenza
della maggioranza cingalese che è buddista. Nel sud della Thailandia, Paese prevalentemente
buddista, è concentrato il 4 per cento della popolazione musulmana. Tra queste
persone ci sono gruppi radicali artefici di attività terroristiche.
Il corso degli eventi in queste zone da cosa dipende?
Sicuramente dalla gestione degli aiuti che rappresenta una questione politica
fondamentale. Le situazioni dei tre Paesi però sono diverse. In Sri Lanka le Tigri
tamil hanno accettato una sorta di compromesso per consentire la distribuzione
degli aiuti. Non dovrebbe perciò verificarsi un inasprimento delle relazioni tra
governo e guerriglia. Anche in Thailandia la situazione dovrebbe essere sotto
controllo. Le aspirazioni musulmane separatiste non si possono realizzare, perché
il regime di Kuala Lumpur è ostile al confessionalismo religioso degli integralisti.
Il movimento estremista tailandese dunque è minoritario e gestibile. Il turismo
nel sud è poi così rilevante che porterà il governo a fare bene e presto.
Rimane il caso dell’Aceh…
E’ quello più grave. I guerriglieri del Gam proclamarono l’indipendenza nel ’76,
ma diedero di fatto inizio alle operazioni militari più tardi, negli anni ’90.
Il Gam oggi è molto radicato. Riceve armi dalla guerriglia musulmana delle Filippine
meridionali.
I tentativi di pace fatti in Aceh a partire dal 2000 sono falliti. Nel maggio
2003 i militari indonesiani sono tornati per poter riprendere il controllo della
provincia che è ricca di giacimenti di gas naturale e di petrolio. Siamo in uno
stato di guerra dove entrambe le parti usano forme di controllo e di pressione
militare aberranti. La popolazione civile è stata colpita in modo durissimo. All’ordine
del giorno ci sono distruzioni di villaggi, assalti, assassini mirati, stupri.
Perciò qui lo tsunami ha riversato una forza di devastazione maggiore che nelle
altre zone asiatiche. Se però Jakarta gestirà male gli aiuti (l’Indonesia è uno
dei Paesi più corrotti al mondo) perderà la faccia, premiando la guerriglia del
Gam. Ed è per questo motivo che gli Stati Uniti sono giunti in Aceh con grande
sforzo.
Come valuta l’intervento umanitario americano?
Gli Stati Uniti non si sono mossi immediatamente perché hanno dovuto fare una
valutazione politica e strategica di ciò che era accaduto. In seguito, hanno deciso
di intervenire. La provincia indonesiana rappresenta una priorità della politica
estera statunitense e non di quella umanitaria: un Aceh indipendente, infatti,
porterebbe alla costituzione di un nuovo stato musulmano integralista. Nella provincia
è già in vigore la sharia (legge coranica, Ndr.), anche se non è applicata con rigore. Gli Usa temono dunque che un Aceh più
islamizzato possa favorire un radicamento delle reti terroristiche internazionali.
Perché il governo indonesiano ha deciso di imporre limitazioni agli aiuti stranieri
e ha ordinato agli eserciti di altri Paesi di abbandonare l’Aceh entro fine marzo?
Da anni le autorità indonesiane impediscono per ragioni di sicurezza l’accesso in Aceh alle ong straniere,
soprattutto a quelle legate al mondo radicale islamico. L’esercito indonesiano
vuole agire indisturbato. Bisogna inoltre vedere quali eserciti stranieri dovranno
andarsene. Se il governo dirà agli Usa di ritirarsi, questa azione potrà essere
interpretata in due modi: come un messaggio a coloro che da vari anni non sostengono
il riarmo delle forze armate indonesiane in nome dei diritti umani; o - ipotesi
più convincente - come un modo per assecondare l’opinione pubblica islamica dell’Aceh
che non vuole occidentali sul suo territorio.