02/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una giornata davanti alla scuola assediata di Beslan. Le voci dei genitori disperati

Un bambino rilasciatoDal nostro corrispondente da Beslan (Ossezia del Nord) – L’atmosfera fuori dalla scuola “numero 1” è tesa e disperata. Una folla di cinquemila, tra parenti, amici e curiosi, staziona qui da due giorni. Un numero enorme se si tiene conto che questa cittadina ha in tutto 35 mila abitanti. Centinaia di persone siedono sulle rotaie della ferrovia che passa vicino alla scuola.

I fucili dei poliziotti e dei soldati che circondano la scuola con i blindati non sono gli unici che si vedono. Molti civili, padri e fratelli dei bambini, sono armati: vorrebbero agire per andarsi a prendere i loro figli tenuti in ostaggio. Ce l’hanno con le autorità, accusate di non fare nulla e di stare solo ad aspettare.

“Se voleste li potreste prendere tutti, invece state ad aspettare che venga versato il sangue dei nostri figli”, urla un genitore contro un agente. “Ho due bambini di nove e undici anni dentro la scuola! Fateceli riavere, e poi fate quello che volete dei terroristi”.
“Voglio andare io al loro posto”, dice tra le lacrime Alan Khachirov, che nella scuola ha sua moglie e sua figlia di sei anni.

La tensione sale alle stelle ogni volta che il silenzio viene rotto dall’eco degli spari proveniente dalla scuola. Ieri si sono sentite delle esplosioni e poi delle raffiche di mitra. Un ostaggio si era buttato da una finestra della scuola nel tentativo di scappare, e i sequestratori gli hanno sparato contro. E’ rimasto gravemente ferito, ma i soldati sono riusciti a metterlo in salvo.

I bambini e gli adulti che sono scappati il primo giorno, nascondendosi nei locali della caldaia, e quelli liberati ieri, hanno raccontato che i terroristi sono una trentina in tutto, e che con loro hanno anche due cani portati per difendersi dall’eventuale uso di gas tossici da parte delle forze speciali: loro lo percepiscono prima dell’uomo. Hanno anche riferito che i bambini sono stati separati dagli ostaggi adulti, e rinchiusi nella palestra della scuola.

C’è comune accordo anche sulla nazionalità dei sequestratori, dedotta dalla lingua in cui parlano: “Ingusceto e osseto con accento ingusceto”, giura Oleg Bayev, testimone dell’irruzione dei terroristi. Tesi confermata anche dagli ostaggi usciti dalla scuola. Verrebbero dunque dall’Inguscezia e dai villaggi osseti abitati dalla minoranza ingusceta. In particolare tra i partenti circola il nome del villaggio di Khurikau, a nord di Beslan. Gli osseti odiano gli ingusceti, contro i quali hanno combattuto anche una breve guerra nel 1992 per il controllo di una zona di frontiera conteso tra le due repubbliche, il distretto di Prigorodny.

Madri con bambini rilasciatiMolti non si capacitano di come sia stato possibile che i terroristi siano riusciti a compiere quest’azione in una zona cose tanto militarizzata. “Ma come hanno fatto?!”, urla con rabbia Sergei Tedtoyev. “Se venivano dall’Inguscezia”, si chiede Sergei Tedtoyev, “come hanno fatto ad arrivare qui senza essere bloccati ai tre posti di blocco militari che ci sono lungo i dieci chilometri di strada tra qui e il confine?”.

Forse la risposta sta nel fatto che la notte precedente all’irruzione un commando guerrigliero ha attaccato il villaggio di Barsuki, al di là del confine, provocando un massiccio spostamento di truppe russe dall’Ossezia all’Inguscezia. Una manovra diversiva che potrebbe aver loro liberato la strada nelle ore successive.

L’origine ingusceta del commando sembra confermata anche dalla loro richiesta di liberare trenta loro compagni incarcerati dall’esercito russo in Inguscezia nei rastrellamenti seguiti all’attacco a Nazran del 22 giugno scorso, detenuti ora nel carcere federale di Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord.

Molti, compreso lo stesso ministro dell’Interno nord-osseto, Kazbek Dzantiev, pensano che vi siano anche dei terroristi ceceni. Il ché probabile, non solo perché gli indipendentisti ceceni ce l’hanno con l’Ossezia del Nord perché dai suoi aeroporti partono i caccia russi che vanno a bombardare i villaggi ceceni. Ma soprattutto perché gli stessi terroristi barricati nella scuola hanno reso noto il nome del loro gruppo: “Riyadh al-Salihin”, che in arabo significa “I giardini dei giusti”, esercito di combattenti suicidi fondato nell’ottobre del 2002 da Shamil Basayev, comandante militare dell’ala piu integralista della resistenza armata cecena.
Su alcuni dei giornali russi che ieri i parenti degli ostaggi leggevano davanti alla scuola si legge che il leader del commando potrebbe essere Doku Umarov, comandante del cosiddetto fornte occidentale dell’esercito indipendentista ceceno.

Intanto, l’ala moderata e ufficiale degli indipendentisti ceceni, ovvero il governo ombra dell’ex presidente Aslan Maskhadov, continuano a far arrivare messaggi di condanna a questo sequestro. L’ultimo in ordine di tempo è arrivato per bocca del dottor Umar Khanbiev, ex ministro ceceno della Sanitr: “Questa azione è inaccettabile. Non ci sono giustificazioni ad atti cose disumani, anche se bisogna dire che allo steso modo non c’è giustificazione per l’assassinio di 42 mila bambini ceceni ad opera della macchina militare russa agli ordini del regime del Cremlino e personalmente del presidente Putin”.

Un padre con la sua bambina Mentre il noto pediatra russo, Leonid Roshal, che nel 2002 fu mediatore – sfortunato – del sequestro al teatro Dubrovka, continua a trattare con i terroristi, i genitori fuori continuano a disperarsi. Non sanno cosa desiderare. Vogliono che venga fatto qualcosa, ma temono anche un blitz che metterebbe in pericolo le vite dei loro bambini. “La risa Byazrova, madre di una bambina ostaggio, sussurra tra le lacrime: “Le autorità ossete non decidono niente. E se gli ordini arrivano da Mosca, prima o poi i soldati assalteranno la scuola”.

Valery Dzutsev*



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