11/02/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Ahmadinejad attacca i nemici esteri e punta il dito contro i suoi oppositori
Piazza Azadi a Teheran è stracolma di persone. Gridano slogan come “Morte all'America! Morte a Israele” per celebrare il ventinoevesimo anniversario della rivoluzione islamica. Da alcuni anni, le commemorazioni della svolta 1979 sono un'occassione per serrare le fila del consenso al regime. Punta sul senso di appartenenza alla nazione iraniana il presidente Ahmadinejad, che dal palco della piazza parla alla sua gente e minaccia il mondo, colpevole, secondo la sua visione, di ostacolare le legittime aspirazioni del Paese. Primo tra tutte, il diritto alla tecnologia nucleare. Quest'anno, però, le celebrazioni si svolgono alla vigilia delle elezioni parlamentari, e le invettive di Ahmadinejad contro i nemici esteri si sono rivolte anche verso quelli interni.

Non cederemo di un millimetro. Il discorso del presidente iniza secondo il consueto canovaccio: il grande Satana (gli Usa) e il piccolo Satana (Israele), che vogliono impedire all'Iran di sviluppare il programma nucleare ma, incalza Ahmadinejad: “la nazione iraniana non arretrerà nemmeno di un passo”. Poi, per sondare l'efficacia delle sue parole si rivolge alla folla: “Siete pronti a indietreggiare rispetto ai vostri diritti?”, e si compiace del boato di “no” che sale dalla piazza. “L'occidente -rincara allora la dose- dovrebbe sapere che l'Iran non può essere minacciato da sanzioni economiche. Qualsiasi concessione sarebbe una disgrazia per il paese”. E ancora: “L'occidente deve accettare di aver fatto un errore e che un'altra risoluzione sarebbe solo uno sforzo inutile”. Le potenze occidentali “non possono fare altro che giocare con pezzi di carta (le risoluzioni Onu) e fare propaganda”. A quel punto, a proposito propaganda, si lancia in una digressione sul programma spaziale, che porterà alla messa in orbita entro l'estate di un satellite interamente made in Iran.

Il prezzo della resistenza. Quella di Ahmadinejad è una strategia tutt'altro che nuova: puntare sulla minaccia esterna per serrare le fila del dissenso interno. Ma, questa volta, dopo aver attaccato i nemici, ha scelto di puntare il dito direttamente contro i connazionali ostili alla sua politica, identificandoli come traditori e mercenari. “C'è qualcuno -ha dichiarato sibillino- che incontra regolarmente i nemici e fornisce loro informazioni. Queste persone vogliono che ci sediamo al tavolo con la controparte, scendiamo a compromessi e ci ritiriamo”. Ahmadinejad allude con ogni probabilità a quel ventaglio di personalità politiche, sia riformatori che conservatori, che negli ultimi mesi hanno criticato la linea intransigente dell'ex sindaco di Teheran. Tra loro, anche gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, che hanno più volte definito controproducente il suo oltranzismo nella corsa al nucleare. “Resistenza -ha però sentenziato Ahmadinejad- significa pagare un prezzo”.

Elezioni e selezioni. Il 14 marzo in Iran si terranno le elezioni parlamentari ma, come già accadde quattro anni fa, la selezione delle autorità è stata spietata. Su oltre 7mila candidati ne sono stati esclusi ben 2mila. Questi sono in gran parte esponenti riformatori, vicini a Khatami e Rafsanjani. Uno di loro è nipote di Khomeini, il riformista Ali Eshraghi. Nei giorni scorsi,
il comandante dei Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, Mohammad Ali Jafari, ha offerto il suo sostegno (e quello delle forze armate) alla linea del presidente Ahmadinejad, ma, un'altro dei nipoti di Khomeini, Sayed Hasan, ha messo in guardia contro l'intervento dei militari nella politica. Lunedì 22febbraio, il fronte dei critici contro la censura dei candidati si è arricchito anche di tre ayatollah: Bajat Zanjani, Nur Mofidi e Haeri Shirazi, citati oggi dalla stampa iraniana. Secondo Zanjani le esclusioni sono una forma di “regolamento di conti”, mentre Shirazi si è dimesso per protesta dalla celebrazione delle preghiere del venerdì. “Se non resistete -hanno scritto i tre in una lettera aperta inviata a Khatami e Rafsanjani- il futuro della rivoluzione sarà in pericolo”.
 

Naoki Tomasini

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