14/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I ragazzi di Gbagada hanno vinto. Riavranno il loro campetto da calcio nel cuore di Lagos
Il campo di Gbagada - foto di P.TrinciaNel caldo mite di un tardo pomeriggio, al centro di uno spiazzo polveroso circondato da case basse e baracche fatiscenti, un gruppo di ragazzi corre dietro a un pallone.
Nessuno di loro sembra curarsi del rumore assordante del clacson delle macchine e dei camion, fermi da ore in attesa che qualcuno porti via dal centro della strada una vettura semi-distrutta.
Sono talmente coinvolti dal gioco che il mondo fuori dalle linee che delimitano il campo non ha più alcuna importanza.
Sono i ragazzi del sobborgo di Gbadada. E questa, a dispetto delle apparenze, non è una giornata come le altre: si sono appena ripresi il campo che per alcuni giorni era stato tolto loro dalla polizia, incaricata di smantellarlo e facilitare i lavori di costruzione di una stazione di benzina.

Un gruppo di signore in attesa della partita - foto di P.TrinciaUn campo storico, cuore del calcio popolare di Lagos, dove da più di vent’anni due porte e qualche linea disegnata nella polvere fanno da cornice ai più agguerriti tornei del Paese e dell’Africa occidentale.
In questo posto non contano le stagioni, le ore, i giorni e nemmeno i governi. Tutte le sere si suona la stessa musica, con centinaia di ragazzi di ogni dove che diventano, anche se solo per qualche attimo, delle vere e proprie star del football. E’ un luogo senza padrone ma con regole molto precise, prima fra tutte quella che a beneficiarne deve essere l’intera comunità. E dove si è tutti uguali perché lo sport elimina le differenze sociali e, dopo la partita, ognuno torna sulla sua strada: il portiere a scaricare casse della frutta, il centrocampista a pescare sul lungomare, l’ala destra dietro alla sua scrivania nel commissariato, l’attaccante a rubare o uccidere. Qualcuno di loro, come Oba Oba Martins, ce la fa anche a mettersi in tasca un biglietto per l’Europa, incantare gli stadi e i sogni di chi invece resta.
 
Poi, lo scorso dicembre, la notizia-shock: la Conoil, compagnia petrolifera locale, acquista l’area per metterci un enorme distributore di benzina. I ragazzi si oppongono, musi duri e pugni chiusi scendono in strada, occupano l’area, minacciano di dare fuoco a qualsiasi cosa verrà edificata al posto del loro campo.
Dopo un lungo faccia a faccia è intervenuto un senatore dalla capitale Abuja: “Questo è un importante quartiere popolare, dove i nostri ragazzi si distraggono dalle insidie della povertà. Nessuno può acquistarlo”.
 
Così dove prima c’erano ruspe, macerie e sguardi torvi ora ci sono mani che ricostruiscono, baracche che risorgono, sorrisi che ricompaiono. Mandrie pacolano attorno al campo di Gbadada - foto di P.Trincia
”Ce lo siamo ripresi!”, grida Tunde, meccanico, uno dei più assidui frequentatori del Roundabout Football Club. “Per noi – continua – è stata una grande vittoria, questo posto è la nostra casa, la nostra comunità. Alla fine quei signori con le ruspe hanno fatto retromarcia. Non ce ne saremmo mai andati da qui”.
 
“I deboli si sono riuniti e hanno fatto la forza”, sospira soddisfatto Kemac Emina, presidente della Gbagada Grassroot Sport Association e ispiratore della manifestazione durata diversi giorni. “Non c’è cosa più bella che vedere un’intera comunità affaccendarsi attorno a questo luogo, viverlo, condividerlo. E poi laggiù ce n’è già uno di distributore di benzina. Che bisogno abbiamo di un'altra pompa, se tanto molti di noi la macchina non ce l’hanno?”.

”Abbiamo riorganizzato tutte le partite della Nation’s Cup, che avevamo dovuto cancellare all’arrivo delle ruspe”, racconta Ibrahim, un giovane vestito da rapper. Tra poco riprenderemo, sarà bello vedere le migliaia di persone raccolte intorno al campo a incitare i propri amici e familiari. Tra poco ci sarà la partita più importante: da Accra arriveranno i campioni del Ghana, che giocheranno contro una selezione dei nostri ragazzi di strada. E’ un evento molto atteso, da queste parti. Se vuole trovare posto sui cavalcavia ho paura che dovrà venire qui diverse ore prima”.
 

Pablo Trincia

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